"Unica banda della provincia di Gorizia ad aver portato avanti la propria attività ininterrottamente da oltre 150 anni, a cavallo di tre secoli diversi, è uno dei complessi più ricchi di tradizione dell'intero Friuli Venezia Giulia."
La Società Filarmonica di Turriaco è stata fondata nel 1870, per iniziativa di un piccolo gruppo di appassionati del luogo. Testimone dell'evoluzione storica che ha trasformato le terre isontine da territorio asburgico a parte integrante dello stato italiano, il complesso rappresenta un eccezionale trait d'union fra le più recenti tendenze musicali e i ritmi e le sonorità della cultura mitteleuropea.
La banda ha mosso i suoi primi passi sotto la direzione del maestro Guglielmo Schubert; dopo varie vicissitudini, tra cui una scissione interna che portò, all'inizio del Novecento, alla coesistenza di due gruppi bandistici, ha trovato il suo assetto definitivo nel 1920, mantenendo la denominazione di "Società Filarmonica di Turriaco".
Attualmente il complesso musicale è composto da una quarantina di soci effettivi, fra dilettanti e diplomati al conservatorio. Autonoma nella gestione organizzativa e amministrativa, la Società è guidata da un consiglio direttivo eletto dall'assemblea dei soci.
Turriaco non è un posto famoso. Non esiste una battaglia di Turriaco, un trattato di Turriaco o un armistizio di Turriaco. Non esiste nessuna specialità gastronomica con denominazione d’origine legata a questa località. Non ci sono monumenti o edifici prestigiosi. Non esiste nulla di simile. Esiste, al momento in cui si scrive, un divano Turriaco, fatto da quelli che una volta si autodefinivano artigiani della qualità ma che ultimamente, visto che con gli artigiani è meglio non scherzare, hanno preferito cambiare motto (o payoff, se si vuol far finta di conoscere l’inglese dei manager). Dal momento, comunque, che il nome a un divano l’hanno dato anche Travesio, Venzone e qualche altra decina di comuni italiani, questo non sembra un elemento di particolare distinzione.
Se chiedete a uno dov’è Turriaco, rischiate di ottenere una risposta simile a quella immortalata nel dialogo fra Manfredi (M) e la Sandrelli (S) in C’eravamo tanto amati del compianto Ettore Scola:
M: E lei di dov’è? S: Di Trasaghis M: Ah, bel posto, e ‘ndo se trova? S: Trasaghis, no? Vicino a Peonis. M: Ah, in Sardegna!
Se non capite di cosa si parla e non ridete (cosa, tutto sommato, giustificata se non siete friulani) è perfettamente inutile che vi diciamo che Turriaco si trova fra Pieris e Cassegliano; questo non vi sarebbe di molto aiuto. Forse sarà meglio partire dall’inizio.
Se andate a spulciare su Wikipedia (noi l’abbiamo fatto), alla voce Turriaco, trovate:
Turriaco è un comune italiano di 2857 abitanti in Friuli-Venezia Giulia. Fa parte della Bisiacaria.
Il numero degli abitanti può variare (la penultima volta che abbiamo visitato la pagina era di 2860), il che significa che c’è qualcuno (o, molto più probabilmente, qualcosa) che, puntigliosamente, aggiorna il dato. Tutto il resto rimane immutato, compresa un’immagine dell’abitato, presa dall’aereo, dalla quale non si capisce poi molto e che abbiamo preferito sostituire con lo splendido disegno di Aldo Bressanutti che vedete riportato qui sotto. Il testo aiuta un poco a orientarsi, ma solo un poco. La prima cosa che impariamo è che non ci troviamo di fronte a una metropoli. Si tratta di un piccolo paese, come ce ne sono migliaia, situato nel profondo Nord-Est dell’Italia, in Friuli Venezia Giulia.
Turriaco: Chiesa e Scuola, oggi Municipio (disegno di A. Bressanutti)
E qui cominciano i problemi. Primo problema: la pronuncia. Se volete inimicarvi gli abitanti di questa regione, basta che la chiamate Frìuli (con accento sulla i), invece del corretto Friùli (con accento sulla u). Nessuno qui ha mai detto e dirà mai Frìuli; questa pronuncia, anzi, è considerata quasi offensiva. Il resto d’Italia ha scoperto queste terre in occasione del terremoto del 1976. I Frìuli in televisione si sprecavano, al punto che il DiPI (Dizionario di Pronuncia Italiana) del Canepari, dopo aver riportato la corretta pronuncia moderna e consigliabile Friùli, considerava come accettabile anche Frìuli in quanto abbastanza frequente nel Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) e usata da un numero più o meno consistente di professionisti della dizione.
Evidentemente sia i parlanti del Centro sia i professionisti della dizione hanno incominciato a venire più spesso da queste parti e a rendersi conto di come la gente reagiva alla loro pronuncia. Il DiPI ne ha preso subito atto. Nella corrente edizione online del dizionario, infatti, l’opzione Frìuli è stata declassato a tollerata. Ancora un po’ di pazienza e la potremo finalmente vedere relegata a trascurata e quindi da evitare (come si sa, i dizionari non proibiscono mai, registrano e basta).
Secondo problema: il trattino. Ci va o non ci va? Il trattino è stato fatto diventare un problema e il modo in cui uno cerca di risolverlo dice molto sul come la pensi.
Nella Costituzione della Repubblica Italiana, quella promulgata il 1 gennaio 1948, nell’articolo 116 e nell’art. 131 viene citato il Friuli-Venezia Giulia (con trattino). Dopo le modifiche costituzionali introdotte nel 2001, il trattino sparisce all’articolo 116 mentre resta in vita all’articolo 131. Nell’articolo 1 dello Statuto Regionale il trattino c’è ma, dopo il 2000, nel Bollettino Regionale e in tutti gli atti e le intestazioni ufficiali della Regione il trattino non c’è più. Negli atti della Camera e del Senato, nonché della Corte Costituzionale, il trattino si trova quasi sempre, ma qualche ministero lo omette. Semplici varianti tipografiche? Non proprio.
Turriaco: la Scuola Popolare
Il fatto è che, secondo la Treccani, il trattino è un simbolo di punteggiatura che interviene tra due unità grafiche distinte e che può assumere molteplici funzioni fra cui quella di congiunzione, sia in senso di unione sia di alternativa. Tradotto in italiano, questo vuol dire che scrivere Friuli-Venezia Giulia significa intendere un’unità amministrativa composta da due parti distinte: il Friuli e la Venezia Giulia (e in questo modo va intesa, e nessuno si è mai sognato di criticarla, la dizione Trentino-Alto Adige). Scrivere Friuli Venezia Giulia significa invece intendere un’unica entità abitata da quelli che con un, orrido, neologismo qualcuno ha tentato di chiamare friulangiuliani.
Come vedete, una questione di punteggiatura può facilmente trasformarsi in una questione politica. Friuli e Venezia Giulia sono un’unica entità (senza trattino, come vuole la Regione) o si tratta di una semplice unione amministrativa tra due realtà che, separate per lingua, storia e tradizioni, sono state artificialmente unificate ma che potrebbero altrettanto facilmente venir ridivise (dando così occasione agli autonomisti di entrambe le parti di scontrarsi sul chi dovrebbe includere cosa)?
Supponendo che tutti sappiano a cosa ci si riferisce quando si parla di Friuli, resta da chiarire cosa si intende per Venezia Giulia. Il termine fu letteralmente inventato (assieme a quelli di Venezia Euganea e Venezia Tridentina, denominazioni cadute in disuso e che rimangono in vita solo nelle espressioni Triveneto o tre Venezie di cui si sente parlare nel meteo) dall’insigne glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli per designare la regione composta dalla città e dal territorio di Trieste, dalla Contea Principesca di Gorizia e Gradisca, e dal Margraviato d’Istria. Con questa denominazione, Ascoli intendeva rivendicare, anche in termini toponomastici, l’italianità di queste terre in opposizione alla dicitura Litorale Austriaco (Österreichiches Künstenland) che veniva usata nei documenti ufficiali.
Scriveva l’Ascoli in un articolo intitolato Le Venezie, pubblicato nel 1863 sulla rivista milanese Museo di Famiglia:
In certe congiunture, i nomi sono più che parole. Sono bandiere issate, sono simboli efficacissimi, onde le idee si avvalorano e si agevolano i fatti. […]
Noi diremo Venezia Propria il territorio racchiuso negli attuali confini amministrativi delle province venete: diremo Venezia Tridentina o Retica (meglio Tridentina) quello che pende dalle Alpi Tridentine e può aver Trento per sua capitale; e Venezia Giulia ci sarà la provincia che tra la Venezia Propria e le Alpi Giulie ed il mare rinserra Gorizia, Trieste e l’Istria. Nella denominazione comprensiva le Venezie avremo poi un appellativo che per ambiguità preziosa dice classicamente la sola Venezia Propria, e perciò potrebbe star sin d’ora, cautamente ardito, sul labbro e nelle note dei nostri diplomatici.
Noi ci stimiamo sicuri del buon effetto di questo battesimo sulle popolazioni (tridentine e giulie) a cui intendiamo amministrarlo; le quali ne sentiranno tutta la verità. Trieste, Roveredo, Trento, Monfalcone, Pola, Capodistria, parlano la favella di Vicenza, di Verona, di Treviso; Gorizia, Gradisca, Cormons, quella di Udine e di Palmanova. Noi abbiamo in ispecie ottime ragioni di andar sicuri che la splendida e ospitalissima Trieste intitolerà con orgoglio la Capitale della Venezia Giulia.
Di Venezia Giulia non si parlò più ufficialmente sin dopo la seconda guerra mondiale, quando della Venezia Giulia dell’Ascoli non rimasero all’Italia che brandelli delle vecchie province di Gorizia e di Trieste. Il nome Friuli-Venezia Giulia (con trattino) inserito in Costituzione venne proposto dal deputato friulano Tiziano Tessitori e venne preferito alla denominazione Regione Giulio-Friulana e Zara caldeggiato dal triestino Fausto Pecorari. In realtà, gran parte di quella che sarebbe dovuta essere la Venezia Giulia non rientrava nei confini nazionali. Fino al 1954, infatti, Trieste faceva parte del Territorio Libero di Trieste, la cui zona A, quella che poi verrà restituita all’Italia, era amministrata dal Governo Militare Alleato.
La Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, pur prevista nella Costituzione del 1948, venne ufficialmente istituita solo nel 1963. A quel tempo, era costituita dalla vastissima provincia di Udine e dalle due piccole province di Trieste e di Gorizia. Nel 1968, per distacco dalla provincia di Udine, venne istituita la provincia di Pordenone.
E il trattino? Continua ovviamente a far discutere e lo farà per molto tempo ancora (in questo siamo facili profeti). Il dibattito ha raggiunto livelli di raffinatezza da far impallidire le disquisizioni dei teologici bizantini. Sentite un po’ questa (è una cronaca del 2014):
Il consiglio provinciale impiega un’ora e mezza a discutere sul trattino da ripristinare per la denominazione ufficiale di “Regione Friuli-Venezia Giulia”. Quel trattino, secondo Federico Simeoni (Front Furlan), che ha presentato un ordine del giorno, condiviso e approvato da altri consiglieri durante il dibattito, ha un significato ben più profondo perché c’è in ballo l’identità del Friuli. Identità già cancellata con la riforma del 2001, quando alla denominazione è stato eliminato il trattino, mentre alle regioni autonome Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta è stata aggiunta la denominazione nella lingua minoritaria più parlata dalla popolazione (Sudtirol e Vallée d’Aoste).
E quest’altra:
La Regione Friuli-Venezia Giulia è una specie di Tanzania, cioè un’invenzione geografica, composta di una realtà che è Friuli e di un ricordo che è la Venezia Giulia.
Insomma, per farla breve: mettere o non mettere il trattino è una questione di vincoli o sparpagliati, come diceva Pappagone (i più giovani chiedano spiegazioni). Noi, essendo fra l’altro anche pigri, siamo per il vincoli e il trattino non ce lo mettiamo; voi fate come volete. Questo comunque non toglie il fatto che nel territorio regionale si possono effettivamente distinguere due diverse aree. Udine è indubbiamente Friuli; Trieste è indubbiamente Venezia Giulia; Pordenone è Friuli anche se, per lingua, storia e tradizione, alcune zone sul confine occidentale della regione potrebbero essere considerate Veneto; su Gorizia si può aprire il dibattito.
Secondo alcuni, infatti, la ex provincia di Gorizia andrebbe ascritta, tout court, alla Venezia Giulia, mentre la storia e la geografia testimoniano una realtà completamente diversa. Tale zona, infatti, ha sempre fatto parte del Friuli, i cui confini sono segnati dallo spartiacque alpino a Nord e a Est, dal mare Adriatico a Sud, dal fiume Livenza ad Ovest e dalla foce del fiume Timavo a Sud-Est.
Non sorprenderà sapere che la citazione sopra riportata è tratta dal periodico Il Friuli e, ovviamente, riflette una posizione, diciamo così, annessionistica. Sull’attendibilità della testimonianza della storia il lettore potrà farsi un suo giudizio leggendo il seguito. Sulla testimonianza della geografia, sia permesso esprimere qualche dubbio.
Il fatto è che il territorio della provincia di Gorizia (parliamo per comodità di provincia anche se, facendosi forte dello statuto di regione autonoma e tentando di anticipare una riforma costituzionale che venne poi bocciata, il Consiglio Regionale nel 2017 abolì la provincia come ente) è solcato da nord a sud dal fiume Isonzo che, nel suo tratto finale, prima di sfociare nel golfo di Panzano, segna anche il confine con la provincia di Udine. Non è un caso che il termine Isontino (usato come nome:l’Isontino) sia quello preferito dai locali per autodefinire il proprio territorio.
L’Isonzo determina una separazione fra due aree linguistiche ben definite. Da quando la televisione ha fatto finalmente diventare l’italiano una lingua parlata e non solo scritta, tutti sono in grado di comunicare con tutti senza eccessivi problemi. Quando ci si trova in famiglia, fra amici, in piazza e nelle osterie, sulla riva destra dell’Isonzo si parla però il friulano (che i friulani sono orgogliosi di chiamare lingua; e qui chiudiamo immediatamente una possibile discussione che rischierebbe di scatenare guerre fratricide). Per la riva sinistra il discorso è più complesso e dipende … dall’altitudine. Sulle alture del Collio e del Carso si parlano infatti delle varianti dialettali dello sloveno, mentre nella pianura si parla il bisiaco. Siamo infatti in Bisiacaria.
Pesca in Isonzo alla fine dell’Ottocento
Con Bisiacaria (accento sulla ultima i) si intende quel territorio a forma di triangolo—posto verticalmente in bilico su uno dei vertici—che costituisce la parte meridionale della provincia di Gorizia e che ha come limiti il corso dell’Isonzo, il mare Adriatico e le alture dell’Altopiano Carsico.
Si tratta di un’area di circa 130 chilometri quadrati, quasi completamente pianeggiante, che comprende, oltre a Turriaco—che rappresenta il nostro interesse principale—i comuni di Monfalcone, Ronchi dei Legionari, Staranzano, San Canzian d’Isonzo, San Pier d’Isonzo, Fogliano Redipuglia e Sagrado.
Sull’appartenenza o meno di Sagrado alla Bisiacaria si è discusso più volte, magari quando non si aveva nulla di più urgente da fare. Dal punto di vista geografico non ci sono dubbi: ci troviamo sulla riva sinistra dell’Isonzo. Dal punto di vista storico, in seguito a un accordo fra l’imperatrice Maria Teresa e la Repubblica di Venezia, nel 1752 Sagrado venne assegnato all’Austria e, per recarsi da Sagrado a Fogliano (e viceversa), ci si dovette rassegnare a passare un confine. Se, percorrendo a piedi la regionale 305 (stando attenti a non farvi arrotare dalle macchine) prestate attenzione al ciglio della strada, riuscite ancora oggi a vedere il cippo confinario (noto come il cunfìn) che divideva i due stati.
Il centro principale della Bisiacaria è Monfalcone. Com’è facile intuire, la località prende il nome dal monte Falcone sulla cui sommità sorge la Rocca, il suo monumento più celebre. Chiamare monte un’elevazione che non raggiunge i 150 metri d’altezza sembra eccessivo ma tant’è, il nome è quello ed è inutile fare delle facili ironie. La città si affaccia sul Golfo di Panzano, dove l’Adriatico—e dunque l’intero Mediterraneo—tocca il suo punto più settentrionale. Adriatico e Mediterraneo penetrano, attraverso il canale Valentinis, fino al cuore dell’abitato e raggiungono l’incrocio fra viale Cosulich e la statale 14.
Monfalcone è nota come la città dei cantieri e deve tutto, nel bene e nel male, al suo cantièr intorno al quale è ruotata, per molti decenni, la sua vita e la vita di gran parte della Bisiacaria.
Monfalcone: il Municipio (disegno di A. Bressanutti)
Un secolo e spiccioli fa, Monfalcone era infatti un paesotto di circa 4000 abitanti situato in un’area infestata dalle zanzare e dalla malaria. Nel 1908 i fratelli Callisto e Alberto Cosulich, armatori, originari dell’isola di Lussino e co-titolari dell’Unione Austriaca di Navigazione dell’Austro Americana e dei Fratelli Cosulich, scelsero quelle paludi per dare vita a quel Cantiere Navale Triestino che, mutando nome e proprietà sino ad arrivare alla moderna denominazione Fincantieri - Cantiere navale di Monfalcone, sarebbe diventato uno dei più famosi e più importanti stabilimenti del mondo.
Dai suoi scali e dai suoi bacini sono uscite navi che hanno fatto la storia della marineria. Ricordiamo solo alcuni nomi: il piroscafo Kaiser Franz Joseph (in epoca asburgica) e le gemelle Saturnia e Vulcania (prima della seconda guerra mondiale), i transatlantici Giulio Cesare, Galilei, Marconi (dopo la guerra) e i sommergibili Toti, Sauro, Dandolo, la portaerei Garibaldi fino ad arrivare (trascurando le vaire petroliere e le super-petroliere) ai colossi da crociera delle linee Princess e Carnival.
Monfalcone: il cantiere nel 1909
L’apertura e lo sviluppo del cantiere causarono, sin dagli inizi, una massiccia immigrazione in città. Tra i primi ad arrivare a Monfalcone furono gli inglesi. I Cosulich, infatti, erano soliti far costruire le loro barche nei cantieri britannici e intendevano servirsi di quelle maestranze anche a casa loro. Poi fu la volta dei lavoratori provenienti dall’Istria, dalla Dalmazia, dall’entroterra carsico sloveno. Dopo la guerra è stata la volta dei meridionali—in maggioranza pugliesi e napoletani—che i monfalconesi, senza operare tante distinzioni geografiche, chiamavano genericamente cabibi, termine che, seppur non proprio politically correct, non aveva alcuna connotazione razzista. Adesso è la volta di un’altra immigrazione massiccia che ha spinto oltre 2000 persone dal golfo del Bengala al golfo di Panzano e ha portato qualche buontempone a definire Monfalcone come la più bella città del Bangla Desh.
Con una percentuale di stranieri che ha raggiunto il 22% la convivenza non è semplice. I monfalconesi mugugnano, ovviamente, che la la città non è più quella di una volta ma hanno imparato a coabitare con i nuovi venuti. Non ci sono frizioni o contrasti troppo palesi ma non c’è nemmeno tanta integrazione. I nuovi monfalconesi hanno importato il cricket e un profluvio di spezie di cui qui nessuno immaginava nemmeno l’esistenza. I vecchi si tengono le loro glorie locali: Gino Paoli, Elisa e Paolo Rossi (non il rimpianto attaccante dei tre goal al Brasile, il comico che, sulla sua città, non ha potuto astenersi dal fare una battuta diventata celebre: Chi canta “Com’è triste Venezia” si vede che non è mai stato a Monfalcone.
Monfalcone confina con Staranzano e con Ronchi dei Legionari.
Su Staranzano, Wikipedia recita:
Anche se molto condizionata dal comune confinante di Monfalcone, Staranzano, rispetto alle città più a sud del Friuli-Venezia Giulia, risulta molto meno trafficata e più tranquilla. Presenta molte aree aperte anche con campi coltivati …
Ecco, ci siamo capiti. Diciamo che Staranzano rappresenta il luogo dove molti monfalconesi, o aspiranti tali, hanno scelto di risiedere per non respirare piombo tutto il giorno. Del resto il comune è sempre stato considerato come una specie di dependance del fratello maggiore. Privo di ambizioni proprie, molto vive invece in Ronchi, ha sempre convissuto fianco a fianco con un vicino leggermente ingombrante e che un po’ lo snobbava ma con cui, tutto sommato, si riusciva tranquillamente a coesistere.
Staranzano: Chiesa dei SS. Pietro e Paolo ( disegno di A. Bressanutti)
Tanto per cominciare, il confine fra i due comuni è inesistente. Se dall’incrocio dell’Anconetta prendete via Terenziana e proseguite per un mezzo chilometro verso sud-ovest, incontrate via Trieste. Tenendo il lato destro della strada vi trovate a Monfalcone, se restate sul lato sinistro siete a Staranzano, più precisamente in frazione di Villaraspa.
Nei tempi andati, spostarsi dal capoluogo di comune alle frazioni significava raggiungere località quasi esotiche. Uno arrivava in bicicletta a Bistrigna e sentiva già il profumo del mare. A Dobbia poi si andava al massimo una volta all’anno: il 4 novembre, per la festa di S. Carlo. A Dobbia abitava un pugno di famiglie ma c’era (e c’è ancora) una chiesetta del Seicento, praticamente un monolocale, costruita dai conti Susanna. All’approssimarsi di violenti temporali o in previsione di devastanti grandinate, la popolazione si affrettava a recarsi in chiesa e a suonare la piccola campana. L’effetto taumaturgico, così dicono, era assicurato.
Una decina d’anni fa uno zelante prelato ebbe l’idea di spostare la statua di S. Carlo dal centro della chiesetta, dove si trovava, al lato dell’altare. Apriti cielo! Ci fu una sollevazione popolare, con raccolta di firme, invio di lettere, richiami alle decisioni conciliari e tentativi di interpretarle nel modo che faceva più comodo (tipo: si applicano alle chiese più giovani) e così via. Andò a finire che S. Carlo rimase al suo posto, ed è ancora lì.
Per dare un’anima a Staranzano siamo dovuti ricorrere alla frazioni. Il centro ha pagato il suo debito alla modernità acquistando nuove strutture e nuovi servizi ma correndo il rischio di cadere sempre più nell’anonimato. Quando il bobolàr, il mitico, maestoso bagolaro che sta al centro del paese e ne rappresenta il simbolo, soccomberà completamente a funghi e malattie varie, la trasformazione potrà dirsi completata.
Ronchi dei Legionari è famosa per due cose, anzi tre.
Prima: i legionari. Da qui Gabriele d’Annunzio partì il 12 settembre 1919 per andare a occupare la città di Fiume. La cosa lasciò relativamente indifferenti i ronchesi che all’impresa non dedicarono nemmeno uno straccio di monumento. Tanto per non sembrare proprio degli zotici, si convinsero a porre una targa nella casa in cui il vate arso di febbre e di volontà eroica, aveva atteso l’alba radiosa ecc. ecc. Insomma l’evento più di tanto non li toccò. Ormai sono abituati all’aggiunta di quel dei Legionari al nome del paese e se lo tengono ben stretto visto che la prospettiva di ritornare a quello precedente, Ronchi di Monfalcone, è tutt’altro che allettante.
Qualche anno fa qualcuno se n’è uscito con la proposta di mutarlo in un dei Partigiani. Si è aperto il solito dibattito, sono intervenuti i soliti intellettuali, si è tenuto il solito convegno, è stato pubblicato il solito libro. Terminate le liturgie, il sindaco (del PD), pur ricordando con orgoglio la medaglia d’oro appuntata sullo stendardo comunale in ricordo della lotta al nazifascismo, ha concluso Non si può tirare per la giacca la storia e la proposta è morta lì.
Ronchi: il Municipio ( disegno di A. Bressanutti)
E sì che, quando si tratta di toponomastica, i ronchesi sono tutt’altro che immobilisti. Dal quotidiano locale (siamo nel 2015):
Nelle prossime settimane, il Comune intitolerà a Francesco Giuseppe I, imperatore d’Asburgo e Lorena, la piazzetta alle spalle di villa Vicentini Miniussi, che sarà abbellita da un mosaico che ricorderà il legame della cittadina della Sinistra Isonzo con il Kaiser.
Seconda nota storica su Ronchi. In una locanda del paese venne arrestato Guglielmo Oberdan mentre cercava di trasportare da Roma a Trieste due bombe con cui intendeva attentare alla vita di Francesco Giuseppe in visita alla fidelissima, titolo che Trieste aveva ricevuto dalla monarchia asburgica per essersi astenuta dalle rivoluzioni del 1848.
E con la storia è tutto. Veniamo all’attualità. Da un po’ di tempo Ronchi è diventata la patria del curling bisiàc. Il curling è quella disciplina (olimpica invernale) che assomiglia alle bocce e che si gioca con delle grosse pietre di granito che vengono sospinte su una pista di ghiaccio mentre i giocatori scopettano freneticamente per pulire il percorso.
Un paio di anni fa—nel 2013 per la precisione—dal momento che per Natale era stata allestita una pista per il pattinaggio, qualcuno pensò di organizzare un torneo di curling. C’era un piccolo particolare: ogni pietra veniva a costare sui mille euro, un prezzo inarrivabile per un’iniziativa del genere. Da qui l’idea geniale: sostituire le pietre con le pentole a pressione. La forma è più e meno simile, le dimensioni pure e c’è anche un manico che assomiglia a quello originale. Prima di pensare che si tratti di una goliardata, sappiate che ne hanno parlato la Gazzetta dello Sport e tre reti RAI e che l’ultimo torneo ha visto la partecipazione di 64 squadre.
Monfalcone, Staranzano e Ronchi del Legionari formano un’unica conurbazione di circa 50 mila abitanti. Gli altri comuni si spartiscono i restanti 15 mila che popolano questo territorio. A Turriaco dedicheremo, ovviamente, una sezione a sé. Rimane da dire qualcosa sui due altri comuni della Bisiacaria con cui Turriaco confina, San Canzian d’Isonzo e San Pier d’Isonzo, e sul comune restante: Fogliano Redipuglia.
San Canzian d’Isonzo—Sa(n)cansiàn in bisiaco; la n è opzionale, c’è chi la pronuncia e chi no—è il comune più vasto della Bisiacaria ed è l’unico in cui, oltre al bisiaco si parli anche il friulano. La frazione di Isola Morosini, trovandosi oltre l’Isonzo, è infatti friulanofona. (In teoria si dovrebbe parlare una variante di friulano, lo sdraussenàr, anche a Poggio Terza Armata, in comune di Sagrado, ma dell’esistenza di tale parlata non se n’è accorto quasi nessuno).
San Canzian d’Isonzo (disegno di A. Bressanutti)
Altra particolarità di San Canzian d’Isonzo è che, sebbene il comune tragga il suo nome dalla località capoluogo, il municipio si trova nella frazione di Pieris, circostanza che permette ai pierissini di guardare gli altri un po’ dall’alto in basso.
Un’altra frazione è Begliano. Ne parliamo per un motivo piuttosto semplice. Fino a un paio di anni fa, nel comune c’erano tre squadre di calcio: il Pieris, il Begliano e il S.Canzian ed è capitato che si trovassero tutte nello stesso girone della stessa categoria. In occasione di un Begliano-Pieris (località separate da una distanza che può essere coperta in una decina di minuti di bicicletta, e senza farsi venire il fiatone), gli ospiti noleggiarono per la trasferta un pullman in modo che, in caso di vittoria, il ritorno potesse avvenire senza problemi. La situazione ora è cambiata e, anche se la cosa è stata vista da molti come un peccato contro natura, dal 2014 l’U.S.D. San Canzian Begliano è un unico sodalizio.
Begliano: Villa Fabris (disegno di A. Bressanutti)
San Canzian è anche il comune che nella zona vanta i maggior quarti di nobiltà. Al tempo dei Romani, la via Gemina, che collegava Aquileia con l’Istria, passava proprio per queste parti, più precisamente per Aquae Gradatae. La località di Grodate ricorda ancora oggi l’antico toponimo. Qui, secondo la tradizione, vennero uccisi per ordine di Diocleziano i santi Canziani: Canzio, Canziano e Canzianilla. In effetti in zona sono stati scoperti i resti di una basilica paleocristiana e una tomba, con numerosi resti ossei di tre individui consanguinei. Qui, sempre secondo la tradizione, operava una delle nove tintorie di porpora che funzionavano in Italia (e qui andiamo un po’ sullo scivoloso: il tutto si basa sul fatto che, in una lapide trovata in loco vengono menzionati dei purpurarii che però più di qualcuno interpreta come venditori, e non come fabbricanti, di porpora).
E veniamo a San Pier d’Isonzo. In paese spicca un maestoso campanile, orgoglio dei residenti, su cui trova posto la campana più grande della Bisiacaria. È il posto adatto in quanto la Pieve di S. Pietro è stata per centinaia di anni la più importante della zona. Nel Duecento S. Petri Ultra Soncium (oltre Isonzo, dal momento che la località veniva considerata dal punto di vista del Patriarcato di Aquileia) comprendeva infatti le ville di Sagrat, Fogliani, Polaz, Rodopoglia, Casegliano, Buselj, Turjach, Sachozana, mezo Pieris e mezo S. Joanuto.
Ban Pier d’Isonzo (disegno di A. Bressanutti)
I locali non avranno troppe difficoltà a indovinare a quali località tali nomi di riferiscano, anche se con Sachozana ci sono obiettivamente dei problemi. Nemmeno il Puntin, autore di un ponderoso Dizionario di Toponomastica Storica del territorio di Monfalcone e del comune di Sagrado, è in grado di offrirci una soluzione definitiva. Dopo aver elencato tutti i documenti in cui compare tale nome (il primo risale al XIII secolo, l’ultimo al 1666) così afferma:
L’antico toponimo sembra rimandare all’agionimo sloveno Skocjan (San Canziano) ma il senso preciso ci sfugge: forse una sorta di “etnico” sloveno Skocjani “quelli di S. Canziano” alludendo ad un piccolo insediamento di contadini originari da quella vicina località. Si tratta in ogni caso del nome di un villaggio (ma più probabilmente di un casale) situato in una posizione imprecisabile nel territorio di Turriaco o di Pieris. Devastato da una delle tante alluvioni isontine (forse quella del 1490), scomparve a poco a poco dai documenti, lasciando una traccia solo in quelli che trattavano vecchie questioni di giurisdizione e di diritti ecclesiastici […]
Tra le frazioni di S. Pier d’Isonzo troviamo Cassegliano. L’etimologia popolare fa risalire il nome alla gens Cassia di cui qualche appartenente era giunto probabilmente da queste parti. Ritrovamenti di frammenti di mosaici, monete, laterizi e anfore, testimoniano la presenza romana sul territorio.
Cassegliano (disegno di A. Bressanutti)
Fra parentesi, è questo il momento di far notare un vezzo comune alle popolazioni di queste parti. Molti paesi fanno derivare il loro nome da supposti legionari o da famiglie romane insediate nella zona. Oltre a Cassegliano, che si richiama alla gens Cassia, c’è un qualche Terentius alla base del nome di Staranzano (la cui squadra di calcio si chiama Terenziana), un Furius per Fogliano e, come vedremo, un Turius a Turriaco. Questi tentativi di nobilitare le proprie origini assomigliano molto a quelli compiuti da coloro che, per qualche decina di euro, si fanno costruire lo stemma nobiliare del proprio casato. Tutto sommato si tratta di fissazioni innocue, se non vengono prese troppo sul serio. Il fatto è che una seria indagine etimologica, come quella condotta dal Puntin sopra citato, smonta queste ipotesi, con l’unica possibile eccezione di Fogliano che potrebbe derivare da un praedium Folianum e, quindi, da un cognomen Folius.
Cassegliano era il punto attraverso il quale era possibile attraversare l’Isonzo. Per traghettare i viandanti da una sponda all’altra venivano utilizzate delle zattere e il privilegio di riscuotere il pedaggio era stato concesso agli udinesi conti Sbruglio che avevano anche il monopolio della navigazione sull’ultimo tratto del fiume. Il traghetto raggiunse la sua massima importanza fra Settecento e Ottocento in quanto rappresentava l’unico passaggio tra il Friuli Centrale e Trieste che, in seguito alla creazione del Porto Franco, andava assumendo un ruolo sempre più importante. La costruzione del ponte di Sagrado, a metà Ottocento, fece diminuire di molto l’importanza del servizio di traghetto che comunque restò attivo sino agli inizi del secolo scorso.
Fra i comuni della Bisiacaria il più noto in ambito nazionale è certamente Fogliano Redipuglia (qui nessuno si è mai sognato di mettere un trattino). Fogliano è la patria del zuf, con la _z _ che non è una zeta in quanto si pronuncia come la s sonora di resa o di ril osa. El zuf (non è arabo, è bisiaco!) è una minestra che più povera non si può e di cui ogni famiglia custodisce gelosamente la ricetta. Se non si conosce la famiglia, si rischiano però delle sorprese. Il fatto è che, di questo piatto, esistono decine di varianti. La più semplice, usata come colazione nelle mattine d’inverno, ha due soli ingredienti: latte e farina da polenta, con l’aggiunta eventuale di una spolveratina di zucchero (poco, perché costava). Ammessa la sostituzione della farina da polenta con quella di semola o con il semolino che tutti qui chiamano grìes, alla tedesca—la i e la e formano iato e vanno pronunciate ben separate. Avete presente il porridge? Ecco, il zuf è meglio. (Lo sappiamo, bisognerebbe dire lo zuf ma, a un orecchio bisiaco, l’espressione suona innaturale; per cercare di giustificarci potremmo ricordare che anche Lorenzo da Ponte, il paroliere, diciamo così, di Mozart, nelle Nozze di Figaro fa dire il zucchero).
Fogliano Redipuglia (disegno di A. Bressanutti)
Di questo piatto esistono anche versioni più ricche (o forse: meno povere). Rubiamo spudoratamente una delle tante possibili ricette:
Un piatto povero, una sorta di minestrone che si confeziona con le poche verdure rimaste nelle braide, come torsoli di cavolo, qualche fagiolo, carota, cipolla, forse un filino d’olio di semi ma, di sicuro, un pestato di lardo vicino alla cotica e per saporirlo un brustolino di farina di polenta di saraceno e sale. Bollito per qualche ora, era pronto per esser servito in una ciotola di legno o terracotta, con immerso del pane raffermo.
Se il chiamare con lo stesso nome piatti così diversi vi crea dei problemi, sappiate che zuf significa miscuglio, guazzabuglio, sbobba e simili: praticamente si può buttare nel pentolino tutto quello che si riesce a racimolare in casa. Adesso, nel recupero delle tradizioni del territorio, lo si serve qualche volta nelle mense delle scuole, magari preparato dagli stessi bambini. Commento di un innocente: È meglio delle minestre preparate che compra la mamma.
Nel comune si trova anche Redipuglia. La località non ha nulla a che vedere con la Puglia e nemmeno con i re. Il nome deriva dallo sloveno Sredipolje che deriva dallo slavo medioevale Rodopolje che, a sua volta deriva, dal latino Rodopugium.
A Redipuglia si trova il sacrario monumentale che raccoglie le spoglie di oltre 100 mila caduti (di cui 60 mila ignoti) della prima guerra mondiale. Oltre al sacrario, dedicato alla memoria delle vittime, a Redipuglia ci sono anche il Parco della Rimembranza sul Colle S. Elia (situato, per la verità, quasi completamente nel territorio di S. Pier d’Isonzo) e il Cimitero austro-ungarico dove sono raccolte le spoglie di 15 mila caduti dell’esercito imperial-regio. La scritta Im Leben und im Tode vereint (Uniti nella vita e nella morte) sovrasta l’ingresso di questo cimitero.
E questo dovrebbe essere sufficiente a dare un’idea di cos’è la Bisiacaria. Vogliamo chiudere questa presentazione con una citazione tratta da un bellissimo e, in certe parti, struggente articolo che Claudio Magris scrisse per il Corriere del 21 dicembre 1997 in cui l’Autore descrive un viaggio in un territorio a lui vicinissimo (Magris, come tutti sanno, vive a Trieste) che però non aveva mai veramente conosciuto.
La Bisiacaria è uno di quegli spazi paralleli, contigui alla nostra realtà quotidiana, cui si passa accanto molto spesso ma in cui non si entra quasi mai, come in certe vie della propria città o in certi paesi ai margini dell’autostrada. Avevo sfiorato, attraversato, costeggiato tante volte queste terre basse di fiumi e di mare, ma senza mai veramente vederle, toccarle; Turriaco, San Pier d’Isonzo, Staranzano erano meri nomi. Il vagabondaggio fra questi campi e questi paesi non cerca ricordi, nostalgie, tenere e precarie reliquie dell’Io, ma il mondo aldilà della siepe. Non si cerca, in fondo, niente; ci si lascia andare, come un pezzo di legno in una roggia.
Gli abitanti della Bisiacaria vengono detti e si autodefiniscono, ultimamente anche con un certo orgoglio, Bisiachi.
Sull’origine di questo nome esistono diverse ipotesi. Quella meno accreditata—anzi del tutto screditata—è l’etimologia popolare, vigorosamente sostenuta dal fascismo e che ancora si sente ripetere ora qui ora là, che faceva derivare bisiaco dall’espressione bis aquae, i due fiumi (Isonzo e Timavo) entro cui la Bisiacaria—che si estende da Pieris a S. Giovanni di Duino—è compresa. Fosse vera tale etimologia, sarebbe il primo e unico caso in cui in latino un avverbio numerale moltiplicativo modifica un sostantivo; in tutti gli autori classici, postclassici, patristici o medioevali non si trova infatti mai una costruzione di questo tipo. Se i fiumi c’entrassero qualcosa, gli abitanti di questa terra dovrebbero chiamarsi eventualmente Biniachi (da binae aquae).
Il tentativo più serio di trovare una spiegazione per questo termine è stato fatto da Silvio Domini e Aldo Miniussi, due appassionati studiosi di storia locale, che hanno dedicato all’argomento un saggio intitolato Breve discorso sulla parola “bisiac”. Il loro lavoro, reperibile in forma integrale anche sul Web, vale la pena di essere letto da chi sia minimamente interessato all’argomento. Qui ci limitiamo a sintetizzarne e a discuterne i punti principali.
I due autori fanno anzitutto notare come il termine bisiac o bisiaco venga menzionato in pubblicazioni che risalgono al massimo a un secolo fa; se veniva usato anche prima di questa data, lo era in forma esclusivamente orale. In secondo luogo, viene fatto rilevare, si tratta di un termine che proviene da lontano. Né i friulani, né i veneti né gli sloveni lo usavano infatti per designare i propri vicini. Ed eccoci al punto centrale dell’articolo:
La matrice più probabile della parola bisiac è invece da riconoscere nel vocabolo sloveno_ bezjak (profugo). Questo beziak deriverebbe dall’incontro di un vecchissimo verbo nordico, baegia, (dal quale pare provenga pure il verbo sloveno bežàti = scappare, fuggire) con il suffisso jak (= gruppo di persone, gente; p. es. poliak, slovak, ecc.), come ci fa sapere la prof. Gušič, direttrice del Museo Etnografico di Zagabria, in un suo studio recensito da V. Čulinovič Kostantinovič sulla rivista Kaj di Zagabria (n. 7/8 - 1969) e citato da J. Baukart nel Delo del 7.2.1970: il tutto ripreso dal Novi List dell’11.4.1974 sotto il titolo “Chi sono i bisiachi?”
La prof. Gušič non si sofferma tanto ad analizzare l’evoluzione semantica del termine (desumiamo da quanto è stato scritto nell’articolo apparso sul Novi List), quanto a correlare il significato del vocabolo ai fatti storici che ne avrebbero determinato la nascita e la significazione.
Così apprendiamo che gli Sloveni, al tempo della loro avanzata verso le terre orientali d’Italia (secc. VII-VIII), chiamavano Bezjaki le popolazioni latine che si ritiravano davanti all’invasione e che gran parte di questi fuggiaschi si fermò nelle terre protette a quel tempo dai Bizantini, nella zona che oggi segna il confine tra gli Sloveni e i Croati, dove ancora sussisterebbero usi, costumi e resti di linguaggio che avevano caratterizzato quei profughi.
Secondo la Treccani, bezjak nella sua accezione di sciocco o stolto sta anche alla radice dell’aggettivo italiano bislacco, epiteto che, secondo l’enciclopedia, si dava ai Veneti del Friuli e agli Slavi dell’Istria. Ora i Veneti del Friuli sono, per l’appunto, i Bisiachi. Mettendo assieme queste due interpretazioni, si avrebbe dunque che, in quanto sinonimo di fuggiasco e di profugo, bisiaco avrebbe indicato, nei secoli passati, uno che parla male e dunque uno che si fa capire con difficoltà, uno un po’ stupido. Va fatto notare, a questo proposito, che è abbastanza comune dare dello stolto a chi non parla la nostra lingua. Succedeva così per gli antichi greci che davano del barbaro, cioè del balbuziente, agli altri popoli e succede così ancora oggi per gli slavi che chiamano Nemci, muti, i tedeschi.
Con tutto il rispetto per Domini e Miniussi e per tutti coloro che hanno ripreso acriticamente quella che viene considerata in loco come l’interpretazione ufficiale, c’è qualcosa in questa spiegazione che non convince del tutto.
La prima osservazione riguarda l’uso dei termini denotanti popolazioni. Secondo la sintesi sopra riportata, Beziaki sarebbe il termine con cui gli Sloveni, al tempo della loro avanzata verso l’Italia, indicavano le popolazioni latine fuggiasche.
Premettendo che nessuno qui è cultore di slavistica e che nessuno (né noi né Domini e Miniussi) ha letto il lavoro originale e nemmeno le recensioni che ne sono state fatte, con un po’ di dovuta diligenza si riesce a ottenere alcune informazioni interessanti che permettono di porre in una prospettiva più corretta le conclusioni della Gušič.
Anzitutto ci sono un paio di punti che vanno sottolineati. Il primo è che in antico slavo ecclesiastico Slovéne (termine che compare nelle prime fonti scritte risalenti al IX secolo) è un termine che indica gli Slavi in senso generale. Per quanto riguarda l’origine di questo popolo, l’ipotesi più diffusa è che popolazioni protoslave, provenienti forse dagli Urali, abbiano abitato verso il VI secolo una zona comprendente i territori di quelle che oggi sono la Polonia, l’Ucraina e la Bielorussia.
Queste popolazioni, a partire dagli inizi del VII secolo, iniziarono un vasto movimento migratorio, orientato soprattutto verso occidente e verso settentrione, che le portò a occupare i territori abbandonati da popolazioni germaniche che, a loro volta, si erano spostate all’interno dei confini di quello che era stato l’Impero Romano. Quindi non sono gli Sloveni che si spostano in Italia; c’è tutto un effetto domino dovuto a una migrazione che vede varie popolazioni spostarsi ciascuna sui territori occupati da un’altra. Sui versanti settentrionali e orientali delle Alpi Carniche e Giulie, tanto per fare un esempio a noi vicino, popolazioni slave, sospinte o cacciate dalle valli della Drava e della Sava, s’insediarono nelle odierne Val Degano, Val del But, Canal del Ferro, Val Resia, Val Torre e Valli del Natisone.
Al lavoro nei campi)
Nel 2007 sul Wiener Slawistisches Jahrbuch, un periodico dell’Accademia delle Scienze austriaca, è apparso un articolo di Rasoslav Katičič, ricercatore presso l’Istituto di Slavistica dell’Università di Vienna, avente come argomento la polemica fra Primož Trubar e Paulus Skalich. Dalla lettura di questo lavoro abbiamo appreso alcune cose interessanti.
Primož Trubar è il religioso—non troviamo un modo migliore di definire un sacerdote cattolico che, dopo la Riforma, è diventato un pastore luterano—che è considerato il padre fondatore della lingua slovena. Trubar aveva pubblicato una traduzione, in sloveno, del Nuovo Testamento. La sua traduzione era stata criticata, non su basi teologiche ma linguistiche, da un anonimo recensore che Trubar non ha difficoltà a identificare in Paulus Skalich, una personalità piuttosto nota nel circolo degli umanisti protestanti croati del XVI secolo.
Nell’articolo in questione il Katičič passa dettagliatamente in rassegna i temi della discussione. Quello che importa qui far notare è l’uso che Trubar fa dei termini Besjak e Besjaki (con le loro varianti ortografiche e linguistiche Beßyakh e Bessiaker/Bessiacken).
Per prima cosa, Trubar nega al suo recensore il diritto di criticare il suo sloveno, essendo costui non un parlante nativo della lingua ma un Besjak, termine che Trubar usa per designare i Croati della regione di Zagrabria. In altra circostanza, precisamente nella prefazione di una traduzione, questa volta croata, della prima parte del Nuovo Testamento pubblicata a Tubinga nel 1562, Trubar così scrive (nell’ortograficamente incerto tedesco del Cinquecento):
Die Sclauen (d. h. Slavonier) die man sonst Bessiacken nennt / haben fasst Vngerische vnd Crobatische Sitten vnd Eigenschafft …
che significa, più o meno:
Gli Slavi (vale a dire Slavoni) detti altrimenti Bessiacken, hanno usanze e caratteristiche quasi ungheresi e croate …
Senza entrare in troppe discussioni su quali siano esattamente le popolazioni alle quali Trubar di volta in volta si riferiva, è un dato di fatto che il padre dello sloveno definiva, nel XVI secolo, come Besjaki altre popolazioni slave che, a quanto pare, non venivano esplicitamente considerate nè come esuli nè come fuggiasche (e nemmeno un tantino deficienti).
Non abbiamo trovato nessuna testimonianza di questo termine applicato a popolazioni di etnia latina e pare strano che un vocabolo, usato nel Cinquecento dal padre di una lingua slava per designare altre popolazioni slave, venga poi improvvisamente riutilizzato quattro secoli dopo per riferirsi a una piccola popolazione che vive lungo il corso dell’Isonzo. Anche se l’argomento ex silentio va sempre considerato con circospezione nelle ricostruzioni storiche, la mancanza di citazioni o di menzioni intermedie rende più debole l’ipotesi (non della Gušič ma di Domini e Miniussi) che ci sia un filo diretto che unisce bisiac con i Besjaki/Beziaki.
Insomma, sembra ci sia più di un motivo per dubitare che la storia, così come viene raccontata, sia veramente quella giusta. Ovviamente siamo sempre pronti a cambiare opinione di fronte alla scoperta di nuove evidenze.
Ma parliamo invece del bisiaco, inteso come parlata. Questa deriverebbe, secondo il linguista Giuseppe Francescato, dalla dissoluzione del latino parlato nell’Aquileiese che, diversificandosi, diede origine rispettivamene al friulano, in area longobarda, e, lungo la fascia costiera dell’Adriatico, al veneto (di cui il bisiaco è una variante). Secondo questa interpretazione, il bisiaco sarebbe quindi, come il gradese, il risultato finale di una parlata veneta autoctona storicamente legata alla costante presenza veneziana.
Secondo un’altra interpretazione, che può venir fatta risalire al Pellis, si tratterebbe invece di una variante coloniale del veneto, sviluppatasi su un sostrato di friulano in aree lontane da Venezia in conseguenza del prestigio che la Serenissima e la sua classe dirigente aveva saputo irradiare al di fuori dei propri confini. Invece di penetrare, per così dire, attraverso un flusso orizzontale, fra comunità linguistiche contigue, il linguaggio sarebbe arrivato dall’alto attraverso un processo di acquisizione di una varietà socialmente più prestigiosa rispetto a quella locale. Il dilemma quindi è: lingua cresciuta in loco o importata dall’esterno?
Qui non siamo in grado, e non osiamo, dire assolutamente nulla. Se proprio fossimo obbligati a prendere posizione, procedendo così un po’ a fiuto, mentre non avremmo alcuna difficoltà a considerare importata la variante di veneto che si parla all’interno delle mura di Palmanova (fuori si parla friulano) o fra le classi sociali medio-alte di Udine (il popolo ha sempre parlato friulano), saremmo più propensi a considerare come autoctone le varianti di veneto (che tali sono) che si parlano a Grado e in Bisiacaria.
Ma cos’è questo bisiaco, com’è fatto e come funziona? I linguisti, nel descrivere questa parlata, prendono in considerazione fenomeni raffinati e comprensibili solo da coloro che fanno il loro stesso mestiere, come ad esempio l’uso dei pronomi personali clitici, in funzione di soggetto, per la seconda e terza persona singolare e per la terza plurale. Tradotto in bisiaco, questo significa che qui da noi si dice ti te magni, lu el magna e lori i magna ma non *noi ne magnemo (i linguisti hanno questa strana abitudine di mettere una stellina nelle frasi considerate non grammaticali).
Quello che colpisce nel bisiaco chi linguista non è, almeno a un primo contatto, è l’infinito tronco dei verbi (es.: cantàr, còrar, durmìr, tradotto per gli italofoni: cantare, correre e dormire) e quegli stranissimi superlativi in -on (boconòn, stracòn, duronòn, rispettivamente: grandissimo, stanchissimo, durissimo) che fanno un po’ ridere chi ci ascolta.
Sulla confusione che i bisiachi fanno fra congiuntivo e condizionale è meglio stendere un velo pietoso (qui si dice, senza ombra di vergogna: se no piovarìa, vale a dire: se non piovesse). Vale la pena invece di rimarcare la ricchezza di termini di derivazione tedesca e slovena che compaiono nel lessico quotidiano.
Ecco alcuni esempi di derivazioni dal tedesco: sìna (da Schiene) rotaia, strìca (Strich) riga, còfe (Kopfweh) stupido, viz (Witz) scherzo, spiritosaggine.
Ed eccone alcuni dallo sloveno: baba (baba) donna, zima (zima) freddo, raza (raca), anitra, cudìc (hudič) diavolo.
Sagrado (disegno di A. Bressanutti)
Tutti coloro che si sono occupati del bisiaco hanno fatto notare come, nonostante il centro di riferimento della Bisiacaria sia Monfalcone, se si vuol sentir parlare il “vero” bisiaco bisogna allontanarsi da questa cittadina dove ormai si parla in ciccara, una sorta di triestino o di bisiaco talmente contaminato da elementi triestini da non potersi più definire tale. Per sciacquare i manzoniani panni nell’Isonzo e sentire le varietà più pure di questa parlata occorre recarsi, secondo lo Zamboni, a Pieris, Begliano e Fogliano. A nostro parere anche Turriaco non si posiziona male, basta non finire a Sagrado:
L’abitante di Sagrado, a differenza di quello, per esempio, di Fogliano che è a due passi, parlava con il lessico triestino, ma la pronuncia lo tradiva: e nel lento scandire delle frasi emergeva il ceppo linguistico originario (bisiàc) non scabro e lesto come nella bocca degli altri bisiachi, ma cantilenato con curiose stiracchiature delle vocali e dell’ultima sillaba delle parole.
Se qualcuno si chiede come mai a Sagrado sia (o fosse) così forte l’influsso del triestino viene subito accontentato. Scrive Silvio Domini:
… la costruzione delle ferrovia, con stazione-scalo a Sagrado, la presenza in luogo di un nutrito gruppo di specializzati scalpellini (unito in Società di Mutuo Soccorso con gli scalpellini di Fogliano) che aveva molti legami con Trieste, l’inizio della feconda attività dello stabilimento di cure elettroterapiche dei dottori triestini Alimonda, fecero di Sagrado un bel centro residenziale capace di ospitare, specialmente per le cure, molti Triestini. Quindi è in questo periodo che anche il dialetto di Sagrado si triestinizzò, se così si può dire, perdendo un po’ di cadenze e fonemi antichi, ma rimase sempre un dialetto veneto che nulla ha a spartire con il friulano.
Un’altra osservazione che viene fatta, sempre da coloro che si sono occupati di queste cose, riguarda la caduta in disuso del bisiaco. Rubiamo da Wikipedia:
Da tempo ormai la parlata è in forte declino, avendo subito le pressioni del triestino e, in tempi più recenti, dell’italiano. Già nel 1930 lo stesso Pellis annotava come fosse parlato quasi esclusivamente da adulti e anziani, resistendo in particolare nei centri di Fogliano, Pieris, San Canzian d’Isonzo, Staranzano e Vermegliano.
Qui si tratta di intendersi. Ogni parlata si evolve nel tempo e col tempo, come tutte le altre cose. I motivi per cui muta sono ovvi: cambia il contesto nel quale la parlata viene utilizzata, si inventano nuovi termini, altri cadono in disuso, si entra in contatto con persone che parlano in modo diverso e via discorrendo. Parlare di forme pure di una lingua (o di un dialetto: ogni tentativo di distinguere fra i due regge solo in prima approssimazione) è privo di senso dal punto di vista linguistico.
Ospiti a Sagrado
Più proficuo appare interrogarsi sull’uso che di una parlata viene fatto e sul rapporto che tale parlata ha con le altre parlate. Qui la situazione è un po’ complessa. Posto, come si diceva, che le parlate locali coesistono con l’uso della lingua nazionale, negli ultimi tempi si sta assistendo a un fenomeno interessante. Tradizionalmente la relazione fra lingua e dialetto rivelava quella che i linguisti chiamano diglossia, l’esistenza cioè di due codici diversi usati in circostanze e con modalità differenti: l’italiano come lingua ufficiale e formale, il dialetto come lingua degli affetti, utilizzata in famiglia e con gli amici.
L’introduzione della legge 482/99 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione, ha prodotto una situazione che potremmo definire imbarazzante (come si sa, le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni). Cominciamo con il dire che qualcuno, pensando di risparmiare qualche spicciolo, si convinse che anche le minoranze, come gli animali della fattoria di Orwell, sono tutte uguali ma qualcuna è più uguale delle altre. Durante il governo Monti venne proposto un decreto, poi convertito in legge, che introduceva un trattamento differenziato fra minoranze storiche con Stato (cioè quelle facenti riferimento a Francia, Austria e Slovenia) rispetto a quelle _senza Stato _(tutte le altre). Questo, da noi, significava che gli Sloveni sarebbero stati maggiormente tutelati dei Friulani. > legge venne immediatamente impugnata dalla Regione Friuli Venezia Giulia e successivamente dichiarata incostituzionale.
Riconoscendo assoluta uguaglianza di trattamento a tutte le minoranze, la legge ha di fatto introdotto un nuovo bilinguismo: al friulano viene assegnata pari dignità rispetto all’italiano e la possibilità di poter venire usato interscambiabilmente con quest’ultimo. Da qui la costituzione di un’Agenzia Regionale per la Lingua Friulana, la programmazione di trasmissioni radiofoniche in friulano, l’introduzione dell’insegnamento del friulano nelle scuole ecc. Il fatto è che tentazioni di assimilazione linguistica e di imperialismo culturale sono sempre presenti. Riprendiamo dal già citato articolo di Magris:
Qualche anno fa, un disegno di legge mai approvato, che prevedeva anche nella Bisiacaria l’insegnamento del friulano nelle scuole aveva sollevato le proteste dei bisiachi, timorosi di veder assorbita e cancellata la loro plurisecolare individualità in quella friulana, ben più grande e robusta.
Un’etnia che si afferma lo fa, spesso, a spese di un’altra più debole, negando così il principio in nome del quale protesta contro lo Stato o la nazione più forte da cui si sente conculcata; la Storia è tutto uno schiumoso ribollire, in cui le bollicine bramose di emergere si distruggono a vicenda, scoppiando una dopo l’altra.
Insomma, se i Friulani possono definirsi soddisfatti della situazione, Bisiachi, Gradesi e Resiani (gli abitanti della Val Resia che, pur parlando un paleoslavo, mai accetterebbero di essere assimilati agli Sloveni) hanno di che brontolare.
E veniamo a parlare adesso del nostro comune. Anzitutto del nome, del quale si sa poco di certo anche se gli etimi, più o meno fantasiosi, ancora una vota, si sprecano.
Partiamo dall’ipotesi del solito, mitico legionario romano, che potrebbe essere stato un Turius, Turrius o Thorius. In questo caso, come dice chi se ne intende, Turriaco sarebbe il prediale (in -acus) di un antroponimo latino, insomma un nome di luogo derivato da uno di persona. Del resto il Friuli è pieno di nomi di luogo che terminano in -acco: Moimacco, Tavagnacco, Adegliacco; peccato che Turriaco si scriva con una c sola.
Sempre in tema di latinità, non poteva mancare una Turris aquae che, in tempi remoti, si sarebbe trovata fra il torrente Torre e l’Isonzo. Il Torre, a su a volta, anticamente era detto Turro: in questo caso Turriaco potrebbe essere un toponimo che deriva da un altro toponimo.
L’ipotesi più accreditata, comunque, fa derivare Turriaco da un termine di origine celtica, tur, che designava l’uro, una specie di bue selvatico primitivo, ora estinto.
Una coincidenza che non è una coincidenza. In Slovenia esiste un villaggio che si chiama Turjak (ne parleremo in seguito) dove si trova un castello che era di proprietà degli Auersperg, famiglia germanica che trae il suo nome dal fondatore, il cavaliere Ursberg. Nello stemma araldico di questa famiglia compare la figura dell’uro, il bovino selvatico. Sia Turriaco sia Turjak trarrebbero quindi il loro nome dalla presenza, in epoca remota, di branchi selvatici di uri nei rispettivi territori.
Il nome del paese compare per la prima volta in forma scritta in un documento del 1267. Il patriarca Gregorio di Montelongo, per premiare tal Luvisino di Castelvenere per i servigi prestati, gli concede (investivit) in feudo d’abitanza (vale a dire con obbligo di residenza e di difesa) quattro possedimenti (mansi): due situati a Saconzano (località che, come detto, rimane misteriosa) et duobus in Turriaco. Essendo declinato all’ablativo, il nome risulta perfetto. In altri documenti, più o meno coevi, il paese risulta citato come Turyach e Turriacho. E con il nome dovremmo essere a posto.
Il paese si estende su un’area di circa cinque chilometri quadrati ed è privo di frazioni. All’interno del territorio comunale esistono comunque delle località identificate da nomi che necessitano di una spiegazione.
La parte finale di via Oberdan, dopo il canale di irrigazione, è nota come Brasil. Il fatto è che, immediatamente dopo la Liberazione, nel maggio 1945, vi erano accampati alcuni reparti dell’Ottava Armata britannica cui appartenevano anche dei militari brasiliani i quali, alla sera, davano vita a concerti estemporanei per lenire la saudade del loro paese. Da notare che c’è un Brasil anche nel comune di Fiumicello, immediatamente oltre l’Isonzo. Quest’ultimo toponimo, creato tra fine ‘800 ein izio ‘900, alluderebbe al fatto che quel pezzo di campagna incolta ricordava, a ex emigranti ritornati a casa, certe terre brasiliane ricoperte da sterpaglie.
Più a nord del Brasil, nell’area compresa fra il canale d’irrigazione e via Verdi, si trova la località _Ungarini. Anche qui la vox populi parla di un accampamento militare, questa volta però si tratterebbe, come si può immaginare, di soldatiun gheresi e il periodo sarebbe quello immediatamente successivo al Congresso di Vienna (1818).
Il solito Puntin, inesorabile, ci ricorda invece che nel 1715 quella località era nota come Ongarin e che un documento del 1725 la nomina come Ongarina. > spiegazioni ipotizzate da questo autore sono affascinanti. Dopo aver ricordato che a Cassegliano esisteva una braida detta l’Ongaria che costituiva un tutt’uno con quella di cui ci stiamo occupando, così continua:
È plausibile sia una derivazione da un cognome Ongaro sia un lontano ricordo delle scorrerie ungariche. Riguardo alla prima e più semplice ipotesi, ricordiamo che nel 1488 viene attestato nel Monfalconese un Matheo Ungaro […], nel secolo XVIII delle famiglie Ongiar e Ongaro (versione friulana e venezianizzata). Il cognome deriva, secondo alcuni studiosi […] non tanto dall’etnico unghero bensì dal personale germanico Hungar. Questo nome risalirebbe addirittura al periodo delle invasioni barbariche, con la caratteristica mitizzazione “positiva” germanica degli Huni (Unni).
E sempre in tema di derivazioni militari, la zona che da via Diaz va verso la ferrovia è nota come Manaruti. Secondo la voce popolare, il nome deriverebbe da Mann in Ruhe (uomo a riposo) in quanto sarebbe servita da punto di sosta e di ristoro per le truppe austriache. Secondo il Puntin, trattandosi di una zona di boschi vicina all’Isonzo, il nome deriva dal friulano manarùt, piccola scure, piccola ascia. Insomma i toponimi di origine militare di Turriaco si ridurrebbero di molto.
Dal punto di vista geografico, il territorio di Turriaco è completamente pianeggiante. L’altezza media sul livello del mare è di 12 metri mentre è di due metri quella rispetto al letto del fiume Isonzo. Il terreno, molto fertile, è di originea lluvionale con sottofondo di sabbia, ghiaia e argilla. > falde acquifere si trovano a una profondità che varia da un metro, quando l’Isonzo è in piena, sino ai nove-dieci metri, durante i periodi di siccità.
L’Isonzo è un elemento fondamentale del paesaggio di Turriaco. Attualmente il suo letto si trova a occidente del paese ma anticamente scorreva a est dell’abitato. Nelle immediate vicinanze, l’Isonzo riceve il suo principale affluente di destra, il torrente Torre che, quasi sempre in secca, è però soggetto a piene estremamente pericolose.
Il vecchio ponte sull’Isonzo costruito dal Genio Militare
Nel corso dei secoli gli abitanti hanno dovuto imparare a far fronte alle piene dei loro fiumi, piene che hanno contribuito a modificare la geografia di questi luoghi. Una di queste si verificò nel 1490 e fra i suoi effetti devastanti vi fu la distruzione completa di una chiesetta che si trovava nel territorio di S. Piero.
Le carte ci mostrano come quella volta il corso dell’Isonzo coincidesse con l’odierno Isonzato (o canale Isoncello, come viene anche chiamato). Nel 1580, durante un’altra piena, il fiume si riversò sullo Sdobba, che in quei tempi era solo un breve fiumiciattolo di risorgiva, allargandone l’alveo e utilizzandolo come nuovo ramo per sfociare in mare. Meno di dieci anni dopo, nel 1589, una nuova onda di piena raggiunse la zona di Pieris dividendosi poi equamente fra l’Isonzato e lo Sdobba. Tra i due corsi d’acqua rimase racchiusa una stretta lingua di terra che da allora viene denominata Isola (Morosini).
In epoca relativamente recente si ricorda l’alluvione del 7 dicembre 1902, quando l’Isonzo ruppe l’argine in prossimità del ponte ferroviario e inondò l’intero paese con oltre un metro d’acqua. Nel 1904 si cominciò a regolarne il flusso con lavori che portarono allo scavo di canali di irrigazione e smaltimento. Nel novembre 1927 ci fu un’altra piena devastante. Nel 1933 si diede il via a una vasta bonifica che, attraverso scavi, allargamenti e consolidamenti permise di mettere in sicurezza la zona.
Nel piano di emergenza comunale predisposto dalla Protezione Civile, solo un piccolo numero di abitazioni, al termine di via Roma e via Diaz, sono classificate a rischio idraulico basso, il resto del territorio comunale è considerato praticamente privo di rischi.
E già che siamo in tema, da queste parti non si può fare a meno di parlare di rischio sismico. I terremoti (ce ne furono due: uno a maggio e uno a settembre) che nel 1976 devastarono il Friuli furono sentiti, e sentiti molto bene, anche a Turriaco ma non provocarono danni di rilievo. Un altro terremoto c’era stato mezzo secolo prima, il 1 gennario 1926, anche questo senza conseguenze. Facendo gli scongiuri, tutti fanno il tifo perché Turriaco continui a mantenere l’attuale posizione nella classifica delle zone a basso rischio.
Sempre facendo gli scongiuri, si può dire che gli unici rischi reali cui il territorio è soggetto sono quelli collegati agli eventi atmosferici, in particolare temporali, trombe d’aria e grandinate. Per quanto riguarda queste ultime, se ne ricordano due di gravità eccezionale. Una avvenne nel 1902. Così la racconta il Furioso:
Verso le ore 14:30 del 28 luglio 1902, una nera nube temporalesca proveniente dalla go di Garda si abbatteva su Turriaco. > batterie antigrandine, allora esistenti, si misero a sparare ma il tentativo non ebbe risultati. Infatti, si abbatté una grandinata di eccezionale violenza che in poco tempo distrusse, nella sua globalità, il raccolto e ogni vegetazione. Uccelli, lepri e altre bestie morirono a centinaia sotto i colpi della grandine i cui chicchi erano grossi come uova di gallina.
Alla grandine seguì una pioggia mista a terra e alla sera fece freddo come d’inverno, anche perché il terreno era tutto ricoperto di ghiaccio della grandine e, negli angoli riparati dal sole, si poteva vederlo ancora quindici giorni dopo.
Seguì naturalmente una carestia e una miseria immensa: le famiglie avevano perduto tutto e l’Ungheria, per lenire la fame, inviò ingenti quantitativi di farina.
Un’altra grandinata dalle conseguenze disastrose si ebbe il 4 luglio 1965. Oltre alla distruzione completa del raccolto dell’uva, con effetti sulle viti che si ripercuoteranno anche negli anni successivi, si ebbero danni alla fauna, domestica e selvaggia, e alle abitazioni con rotture di vetri, tegole e addirittura dei muri delle case. Nello stesso mese, il 26 luglio, durante un altro violentissimo temporale si scatenò una tromba d’aria che scoperchiò tetti di case e officine e sradicò alberi di alto fusto.
Come abbiamo detto, la popolazione del comune non raggiunge i tre mila abitanti ed è composta da un 5.5% di stranieri. Per quanto riguarda questi ultimi, va fatto notare come, al momento in cui si scrive, Turriaco sia (assieme a Romàns d’Isonzo) l’unico comune nel territorio dell’ex provincia di Gorizia a mantenere attivo un CAS (Centro Assistenza Stranieri).
Il saldo demografico viene mantenuto attivo dagli immigrati in quanto, anche a Turriaco, il numero dei morti supera quello dei nati. L’emigrazione ha sempre dato una mano alla demografia. Nel 1630 Turriaco contava 202 abitanti e 42 case. Menodi mezzo secolo dopo gli abitanti erano 351, un aumento del 75%. La causa di un tale aumento va ricondotta al trasferimento in zona dei Conti Priuli, nobili veneziani. Per la costruzione della loro villa (oggi chiamata palazzo Fonda) e delle relative dipendenze agricole, si dovette ricorrere a mano d’opera da fuori in quanto quella locale era assolutamente insufficiente. Si trasferiscono in quel periodo in zona i Trevisan, i Furlan, i Padovan, i Bergamasco e gli Spanghero, famiglie che ricopriranno un ruolo importante nella storia del paese. Nel 1706 a Turriaco venne concesso il fonte battesimale e si cominciarono a registrare i battesimi i cui registri erano prima tenuti nella pieve di San Piero.
E già che siamo in tema di registri e di documenti vari, va ricordato che Turriaco venne costituito come comune indipendente nel 1848 mentre prima era sottocomune di Monfalcone. Il primo podestà fu Giovanni Marni. Uno dei primi atti del neocostituito comune fu la distribuzione di terreni demaniali ai residenti.
Lasciamo la parola a Vittorio Spanghero:
[…] ogni famiglia divenne proprietaria di almeno una particella.
Possiamo pensare che sul piano della vita sociale questo fatto veramente straordinario ed impensabile per salariati, coloni ed artigiani, sconvolse i ritmi secolari di vita di tutta la popolazione. Non tutti furono all’altezza di sostenere le spese richiesta per la lavorazione dei terreni sterili ed incolti di cui erano improvvisamente entrati in possesso.
Molti di loro impossibilitati a corrispondere all’erario gli oneri tributari o incapaci di gestire il bene, per un processo perverso, furono costretti a privarsi delle piccole proprietà appena acquisite e a venderle al miglior offerente. Altri meglio accorti, o se vogliamo più fortunati, costituirono delle micro aziende agricole complete della stalla, fienile per le mucche da latte. pollaio, porcile e il portico dove mettere gli attrezzi per lavorare la terra.
Nei tempi andati l’economia di Turriaco, oltre che sull’agricoltura, si basava sulla lavorazione del vimini per la costruzione di cesti. Qualche centinaio di cestai abitava infatti nei casoni—misere abitazioni costruite con canne e paglia tenute assieme con un po’ di malta—vicino al fiume, dove c’era abbondanza di materia prima.
Scrive il Cosolo:
Le donne, aiutate anche dai bambini più grandi, si occupavano del taglio e della preparazione dei vimini che dovevano essere sgusciati e immagazzinati, pronti per essere usati durante i mesi invernali quando gli uomini, terminati i lavori nei campi, potevano dedicarsi alla produzione di cesti e canestri e di una gran varietà dimcontenitori per uso domestico. Le donne, poi, si occupavano anche della vendita di questi manufatti che venivano portati in città con dei carretti spinti a mano e viaggiando anche per intere giornate arrivavano addirittura fino a Trieste e Gorizia.
Tramite una casa di spedizione triestina, ogni tanto, riuscivano ad ottenere dei grossi contratti per la fornitura di cestoni (coffe) che, spediti via mare in Egitto, erano impiegati per il lavaggio del cotone nelle acque del fiume Nilo. In quelle fortunate circostanze venivano reclutati in gran numero anche i contadini del paese, per far fronte ai contratti di fornitura con cui la cooperativa dei cestai si era impegnata.
Cestai al lavoro
Ci rimane ancora da parlare delle bellezze artistiche e naturali del paese. Per quelle artistiche non si fa molta fatica.Recatevi in piazza Libertà e le potrete vedere tutte. Da una parte abbiamo la parrocchiale di S. Rocco, dall’altra Palazzo Fonda (ex Priuli).
Alla Chiesa (intesa sia come istituzione sia come monumento) il Furioso è riuscito a dedicare ben undici pagine della sua Storia di Turriaco; noi sinceramente non ne saremmo capaci e, comunque, sull’argomento ritorneremo parlando della banda.
Ci piace, invece, dire qualcosa del campanile. Costruito attiguo alla chiesa, in stile romanico, ha un’altezza di 28 metri. Nulla di straordinario, quindi, e non tale da preoccupare gli amici di Mortegliano che vanno orgogliosi del loro, confermato il più grande d’Italia (con qualche piede in più rispetto al più celebre Torrazzo di Cremona) da recentissime misurazioni effettuate con il laser.
In cima, oltre ovviamente alla croce e a una bandierina segnavento, vi sono due luci rosse a uso e consumo degli aerei. La pista dell’aeroporto di Trieste - Ronchi dei egionari, sconfinando nel territorio di Turriaco, arriva infatti a qualche centinaio i metri da qui e gli aerei, in fase d’ atterraggio, volano davvero bassi.
Con sette rampe di scale si raggiunge la cella campanaria. Come mai tutta questa precisione? Il fatto è che, in più di un’occasione, si è parlato di far salire la banda sul campanile per tenere un concerto. Quindi meglio informarsi prima.
All’‘nterno della cella si trovano le tre campane. Costruite nel 1875 dalla ditta Polli e Broili di Gorizia, requisite (due su tre) durante l’ultima guerra per motivi bellici, successivamente rifuse e riconsacrate nell’immediato dopoguerra, sono intonate, rispettivamente, in re bemolle, mi bemolle e fa. Credo nessuno sia salito sul campanile con l’intonatore, ma così scrive il Furioso, e noi gli crediamo.
Dopo la parrocchiale, l’altro edificio di prestigio del comune è il palàz, la villa in stile veneziano fatta costruire dai Conti Priuli. Si tratta di una tipica casa padronale veneta che sulla facciata presenta un bel portale con volta in pietra e due poggioli con artistiche ringhiere in ferro battuto. Insomma uno sfondo perfetto per i concerti che si tengono in piazza. Sul retro vi è un vasto parco con essenze pregiate e una bassa torretta che forma un unico complesso con il palazzo. Il tutto viene considerato di interesse pubblico ed è posto sotto la tutela della Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie.
Palazzo Fonda sotto la neve
Se come bellezze artistiche a Turriaco siamo obiettivamente un poco scarsi, diverso è il discorso per quelle naturali. Nel comune si trova infatti il Parco Naturale dell’Isonzo, luogo di riposo e di svago in cui è possibile fare camminate, sport, andare in bicicletta, divertirsi con gli amici e osservare la natura. Il parco ècaratterizzato da essenze come l’acero, l’ontano, il carpino, il nocciolo, il noce, il melo selvatico, il pioppo, la roverella, il ciliegio selvatico, il tiglio selvatico e l’olmosiberiano. Attrezzato con area giochi e area picnic permette, in vari punti, l’accesso al greto del fiume.
Ultimo, ma non meno importante, Turriaco è uno dei soli dieci comuni del Friuli Venezia Giulia a potersi definire comune ciclabile, riconoscimento dato dalla FIAB (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta) a quelle amministrazioni che mettono in pratica concrete politiche per la mobilità in bicicletta. A Turriaco esistono infatti tre splendide piste ciclabili—denominate Tenco, Faber e Gaber—che permettonodi pedalare in sicurezza e comodità.
E sulla Turriaco di oggi questo è tutto, o quasi.
Per sgombrare il campo, diciamo subito che non esiste alcun documento ufficiale che attesti la data di fondazione della banda di Turriaco. Sull’origine di quest’ultima abbiamo così solo fonti secondarie dalle quali non risulta sempre agevole ricavare come si siano effettivamente svolti i fatti.
Quella che è abbastanza certa è l’esistenza a Turriaco, nella seconda metà dell’Ottocento, di un gruppo di appassionati musicanti che suonavano nelle osterie, per le feste e le sagre paesane e, purtroppo, anche ai funerali, sempre frequenti a causa delle epidemie—come quella di colera del 1855—che periodicamente devastavano il territorio.
Musicanti a Turriaco
Scrive il Cosolo:
[…] quel gruppetto di appassionati decise che sarebbe stato necessario intraprendere con più serietà lo studio della musica. Decisero allora di assumere il maestro Guglielmo Schubert, che già dirigeva l’ottima banda di Grado che intratteneva in quel tempo gli ospiti nelle serate balneari dei nostri bisnonni e dei villeggianti austriaci. Fu così che nel 1870 il gruppo di questi suonatori […] si registrò con il nome di Banda Municipale di Turriaco.
Sempre secondo Cosolo, i nomi di quei pionieri erano: Giacomo Cisilin, Gini Spanghero, Domenico Modest, Valentino Portelli, Benedetto Guanin, Giovanni Maria Clemente, Michele Clemente e Carlo Spanghero.
Scrive, a sua volta, lo Spanghero:
Il 1870 è l’anno in cui viene fatta risalire la nascita della nostra Banda musicale. Un fatto questo, molto importante e motivo di orgoglio per la vita sociale dell’intero paese. La banda viene subito amata e conosce grandi successi sin dall’inizio quando aveva incominciato a portare i concerti in piazza e a sfilare nei giorni di festa.
Nella presentazione della mostra La nostra banda_, curata dal Circolo Culturale e ricreativo don E. Brandl nel settembre 1988, così si legge:
Secondo le ricerche del m. Silvio Domini, l’anno che segna la nascita della banda è il 1870 quando il complesso musicale è diretto dal maestro Guglielmo Schubert, da Grado, e si esibisce nelle feste civili e nelle solennità religiose. Il primo maestro turriachese del complesso bandistico è però Luigi Clemente, clarinettista, organista e direttore del coro della chiesa.
Di quest’ultimo viene detto:
Sempre in questi anni, il clarinettista Luigi Clemente prendeva le prime lezioni di armonia dal Rev. Minghetti Don Carlo, allora vicario del nostro paese, tanto che in breve volger di tempo, sostenuto da grande costanza, volontà ed intelligenza, egli divenne organista, istruttore del coro della chiesa e primo maestro turriachese del complesso bandistico.
Secondo il Furioso, invece:
Il giorno del Corpus Domini del 1875 è la data di fondazione della banda locale. Il fondatore fu Luigi Clemente, pistore e cameraro della chiesa. Nella sua prima uscita durate la processione per la festa predetta, suonano solo 7 elementi. Erano questi i pionieri di quella famosa Società Filarmonica che tanti musicanti ha avuto nelle sue file e che hanno fatto di Turriaco uno dei paesi in cui la musica è più apprezzata e conosciuta.
Fra le diverse versioni c’è differenza di date e di nomi. Quella che appare un po’ sospetta, nella narrazione del Furioso, è la coincidenza tra la data di fondazione della banda e quella che è stata probabilmente la sua prima esibizione pubblica in una cerimonia che la vedrà regolarmente protagonista nei decenni successivi: la processione del Corpus Domini.
Qualche ulteriore dettaglio su questa prima partecipazione viene fornito nell’opuscolo edito in occasione del (supposto) centenario di fondazione della banda, nel 1970. Qui si afferma che
[…] nel 1875 in occasione della processione del Corpus Domini […] fra gli altri pezzi vennero eseguiti quattro marciali religiosi composti dallo stesso maestro Schubert.
Come si vede, si tratta di asserzioni che si richiamano l’una con l’altra, che a volte si contraddicono e che, comunque, non citano e non si basano su alcuna fonte sicura.
Qualcosa di nuovo sulla fondazione della banda lo possiamo ricavare in seguito a un evento assolutamente inaspettato: l’essere riusciti a rintracciare la signora Domenica (Mimma) Czubert (!!), pronipote del primo maestro della banda, che volentieri ha accettato di parlare del suo antenato. La testimonianza che segue è stata raccolta a casa della signora, in Staranzano, il 13 aprile 2000. La riportiamo integralmente, senza correzioni o interventi editoriali, così come trascritta dal video girato in quell’occasione.
Da svariati documenti (agende, libri, spartiti ecc.) che ho trovato nella mia casa di Grado, lasciati in custodia a mio padre Mario Czubert, e di avvenimenti raccontati da lui o dai suoi fratelli, so qualcosa dei miei antenati e delle loro origini, dal momento che sinora poco o niente è stato scritto da qualcuno. Nessuno si è interessato di scrivere e di chiedere alla numerosa parentela, finché erano in vita, sebbene mi sembra che qualcosa di utile e piacevole mio bisnonno abbia lasciato a tutti i cittadini gradesi e dei paesi limitrofi; qualcosa ne sa chi è tutt’ora in possesso di partiture musicali, sebbene per riaverli parzialmente gli eredi abbiano dovuto sospirare un poco.
Il mio bisnonno, il maestro Guglielmo Czubert, nacque a Praga il 15-06-1830. Poi i suoi si trasferirono a Bechlin (Boemia) città vicino a Praga. Studiò e fece gli studi superiori in Conservatorio. Lì insegnò sia privatamente che come docente in questo conservatorio di Praga sino a quando non fu mandato in esilio per le sue idee politiche contrarie al regime.
Dobbiamo pensare un momento a cos’è stato il 1848 per l’impero austro-ungarico e per l’Europa intera.
Fece diverse tappe prima di arrivare a Grado attraverso l’Ungheria e poi l’Austria sino a Trento dove compose la “Marcia Operaia” con le parole di un trentino, un tale Rossi, marcia che tutt’ora suonano a Grado nella ricorrenza della festa del Primo Maggio; poi da Trento si trasferì a Pola ove diresse la Banda Militare Imperiale Austro-Ungarica e pure dirigeva l’orchestra di Franz Lehar [?!]. Ritengo che la moglie di origini dalmate la conobbe a Pola. La moglie si chiamava Natalina Stiglich, si sposarono e si trasferirono a Grado ed ebbero ben 11 figli, diversi morti in tenera età, come purtroppo succedeva di frequente nell’altro secolo.
A Grado si trasferirono nell’anno 1861 ed egli riuscì a raggruppare 24 elementi per la fondazione della banda, quattro dei quali, con il passare del tempo erano suoi figli. Uno di questi era il più giovane del gruppo, di nome Guglielmo, come il padre.
Gli strumenti di tutta la banda musicale di Grado erano di proprietà del maestro Czubert il quale dava lezione di musica di vari strumenti anche a privati cittadini al di fuori della banda nel comune di Grado. Egli abitava a Grado nel fabbricato della Scuola di Musica, ora in completo degrado.
Spesso si trasferiva a Turriaco, dove anche lì mise assieme degli elementi del luogo e fondò la banda di Turriaco, ora “Società Filarmonica” e precisamente nell’anno 1870, il giorno 5 maggio.
Si interessò pure della banda di Fiumicello e di Aquileia. Dirigeva le bande dei vari paesi ove dava lezioni di musica ai figli delle famiglie nobili e benestanti.
In quei tempi di feste ne organizzavano molte, per le ricorrenze dei Santi Patroni e non, per tombole e manifestazioni di ogni genere, per questa o quella personalità che soggiornava nel nostro territorio nella stagione estiva.
Nella seconda metà dell’altro secolo, a Grado arrivavano molti stranieri, Ungheresi, Austriaci, Cecoslovacchi connazionali del m.o Czubert. I balli e le tombole, sempre con la presenza della banda musicale, ed ovviamente polke, mazurke, valzer e marce non mancavano; tutto il repertorio o quasi tutto era musica composta dal maestro stesso e così si creava un’allegria paesana per i più piccoli, per gli adulti e per i “foresti”.
Per la processione al Santuario della Madonna nell’isola di Barbana, che si festeggia la prima domenica di luglio, compose degli Adagio con un significato e un’efficacia musicale incredibile per quel tempo. Non esistevano ancora le barche a motore, i pescatori di Grado mettevano a disposizione i loro bragozzi e ci si spostava a colpi di remi ed ogni virata o remata era accompagnata da una battuta musicale della banda, praticamente remavano a tempo di musica.
Il maestro scrisse anche diverse marce funebri e da quello che ne so io ne compose ben 17; tutt’ora vengono eseguite sia in chiesa che durante il corteo. Il corteo funebre procedeva sempre a piedi e sempre accompagnato dalla banda sino al cimitero e nel momento della deposizione del feretro suonavano in sordina, al momento del congedo il tamburo lo si faceva rullare poiché il sacerdote gettava la terra sulla bara, poi seguiva il secondo rullo per il parentado e il terzo rullo per la comunità presente ed era una cerimonia ricca di significato e di commozione.
Il 4 aprile 1900 dalle fontane di Grado spillò l’acqua potabile. La banda suonò per tutta l’isola per ben due giorni e due notti ininterrottamente. Anche questo particolare dell’attività della banda non è mai stato evidenziato. Come si vede, ci sono tante lacune in tante cose e per parecchio tempo.
A Grado hanno dato nome a piazze, vie, a personaggi forse non tanto onusti di gloria mentre a noi figli, nipoti e pronipoti bastava un semplice cenno della vita e dell’opera del maestro sia da parte dell’autorità civile sia di quelle religiose.
Guglielmo Czubert lasciò un coro e una banda istruiti e preparati e gli strumenti musicali gradatamente sparirono tutti e con essi parecchie partiture del ricco repertorio e con il tempo vari cittadini si appropriarono di questo patrimonio artistico anche se nulla competeva a loro.
Per concludere, si può definire Czubert persona severa, amante della caccia e della natura, della buona cucina e della vita mondana, una spiccata personalità di elevata cultura e senza dubbio un cittadino illustre delle terre a quel tempo sotto il dominio austro-ungarico.
Nella tarda età percepì dal Comune di Grado una pensione annua, per l’attività svolta, di 500 corone austriache.Terminò il suo peregrinare terreno a Grado, il 18 maggio 1914.
Abbiamo voluto riportare integralmente questa testimonianza, compresi i sassolini che la signora Czubert si è voluta togliere dalla scarpa, perché essa delinea con ricchezza di dettagli non solo la personalità del maestro ma anche l’ambiente nel quale questi visse e i rapporti da lui intrattenuti con le bande che diresse e che fondò, o contribuì a fondare.
La sig.ra Szubert inaugura la mostra per il 130° di fondazione
Alcune delle notizie sopra riportate sono piuttosto interessanti. Anzitutto la questione del cognome. Tutte le fonti citate in precedenza indicavano come Schubert il primo maestro della banda. Adesso veniamo a sapere che il cognome era in realtà Czubert.
Fra le lingue parlate nell’impero asburgico, il gruppo consonantico cz figura nel polacco e nell’ungherese (anche se, in quest’ultimo caso, esso compare solo nei vecchi cognomi) ma non nel ceco, lingua parlata nella regione di cui era originario il maestro. Sia in ungherese sia in polacco, il gruppo ha il suono di una c dolce, come in cena. Traslitterato in italiano, suonerebbe dunque come Ciubert. Si tratta di un cognome non comune nemmeno in Boemia (dove invece è abbastanza diffuso Czuber) ma che, comunque, era ed è presente nel nostro paese. Fra gli iscritti nelle liste di leva degli inizi del Novecento conservate nell’Archivio di Stato di Gorizia, per il Comune di Grado si trovano registrati un Filippo, un Guglielmo, un Francesco e un Mario Czubert. Un veloce giro sul Web potrà confermare l’attuale presenza in Italia di persone con quel cognome.
In secondo luogo, è importante la conferma dell’anno di fondazione della banda: si tratta del 1870 e la signora Czubert aggiunge anche la giornata: il 5 maggio. Quel giorno era un giovedì ma non si trattava di un Corpus Domini (che si celebrava sempre di giovedì), visto che quell’anno la festività cadeva il 12 giugno. E, dato che siamo in tema di ricostruzione di calendario, il 5 maggio non poteva riferirsi nemmeno al Corpus Domini del 1875 che cadeva il 27 maggio. Insomma, la testimonianza della signora Czubert è incompatibile con quanto affermato dal Furioso.
A questo punto, o ha ragione quest’ultimo o ha ragione la signora Czubert (a meno che non abbiano torto entrambi, ipotesi questa che non vogliamo prendere in considerazione). Alla luce di quanto sopra, e in attesa della scoperta di qualche documento che dirima la questione una volta per tutte, crediamo si possa tranquillamente continuare a considerare il 1870 come l’anno in cui la banda di Turriaco iniziò la sua esistenza.
Importanti nella testimonianza sopra riportata, sono gli accenni a quello che doveva essere il repertorio delle bande dirette dal maestro Czubert che, a quanto pare, era costituito per la maggior parte da brani composti dallo stesso (e sulla scomparsa dei quali non possiamo far altro che unirci al rammarico espresso dalla pronipote). Appare più che logico pensare che, in occasione della prima esibizione della banda, siano state eseguite le marce sopra ricordate, che il maestro stesso non avrà avuto difficoltà a riorchestrare e riarrangiare per adattarle al livello tecnico dei suoi esecutori, livello che—possiamo immaginare—non doveva essere particolarmente elevato.
Sui primi decenni di vita della banda di Turriaco le notizie sono scarsissime. Per comprendere il contesto—sociale, politico, economico e culturale—nel quale essa si trovò a operare, e cercare così di supplire con delle supposizioni e congetture plausibili alla mancanza di conoscenze certe, è necessario allargare un po’ il nostro discorso.
Alla fine dell’Ottocento, le relazioni fra gli abitanti di queste terre iniziarono a essere perturbate dal nascere e dall’acuirsi di due tipi di contrasti: uno di natura etnica, l’altro di natura politica.
Dopo secoli di pacifica convivenza, fra la comunità italiana e quella slovena cominciarono infatti a scoppiare dei dissidi alimentati, da un lato, dal sorgere e dal rafforzarsi degli opposti nazionalismi e, dall’altro, da una politica austriaca che, fedele al principio del divide et impera, cercava di sfruttare tali dissidi a proprio vantaggio. In particolare, per bilanciare il peso della componente italiana, minoritaria come numero ma più influente dal punto di vista sociale ed economico e considerata più propensa ad abbracciare le idee irredentiste, il governo asburgico tendeva a favorire la componente slovena, considerata più lealista.
La piazza di Turriaco ai primi del Novecento.
Questo atteggiamento trae la sua origine dall’ordine imperiale, impartito in sede di Consiglio dei Ministri del 12 novembre 1866 (immediatamente dopo la conclusione di quella che è per noi la Terza Guerra d’Indipendenza e che sancì il ritorno del Veneto all’Italia) in base al quale veniva prescritto di
[…] opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo.
In sostanza, il proposito era quello di sobillare un’etnia, più fedele all’impero, ad aggredire e assoggettare un’altra, che desiderava l’indipendenza.
Nello stesso periodo, la nascita di nuovi movimenti politici—come quello socialista—che venivano ad aggiungersi a quelli già esistenti—come il cattolico e il liberale—determinò una nuova vivace dialettica politica che veniva ad agitare un mondo, come quello asburgico, che aveva nel timore di qualsiasi novità, e nel conseguente immobilismo, uno dei suoi caratteri distintivi. A questo proposito va fatto notare come le idee irredentiste trovassero la loro base nella componente laica e liberale della società mentre il mondo cattolico era compattamente lealista e filoasburgico.
Il primo documento che siamo riusciti a reperire in cui si fa menzione della banda è il resoconto della visita che l’imperatore Francesco Giuseppe compì alla provincia e alla città di Gorizia il 12 e 13 settembre 1882. Di queste visita si trova ampia relazione ne L’eco del litorale—un periodico religioso, politico, letterario, come si autodefiniva—che, pubblicato fra il 1873 e il 1918, rappresentava la voce di quei cattolici che, pur nel più assoluto lealismo all’imperatore, difendevano l’italianità di queste terre.
Questo è il passo che ci interessa, tratto dall’articolo comparso domenica 17 settembre 1892 sotto il titolo: S.M. l’imperatore nella provincia e città di Gorizia:
Al passaggio del treno che procedeva lento nella stazione di Sagrado, S. M. fu salutata dall’Inno nazionale suonato dalla banda di Fogliano e da triplice evviva di tutta la popolazione ivi accorsa con a capo la rappresentanza comunale. Anche qui, tanto la stazione quanto le case vicine erano addobbate con bandiere. Alle 7.10 il treno imperiale entrò nella stazione di Monfalcone ove erano radunati, per ossequiare la M. S., la rappresentanza comunale di Monfalcone con tutte le deputazioni delle Comuni del distretto, i decani di Monfalcone e Duino, S. A. il principe Hohenlohe, il giudice distrettuale con tutti gli impiegati dei vari dicasteri, le divisioni dei veterani di Ronchi e Monfalcone, la scolaresca e tutta la popolazione di Monfalcone e luoghi vicini.
Salutato dall’inno nazionale suonato dalle due bande di Turriaco e Monfalcone, dallo sparo dei mortaretti e da fragorose grida di evviva della popolazione, S. M. si compiacque scendere dal vagone. Il podestà di Monfalcone sig. Trevisan, fece con adatte parole omaggio alla M. S. a nome della città di Monfalcone e di tutti i comuni del Distretto giudiziario, dopodiché S. M. permise che Le fossero presentati dal consigliere Vintschgau tutti i signori ivi presenti, ai quali si compiacque rivolgere benevole parole e passò indi in rassegna i veterani e la scolaresca rivolgendo benevole parole ai maestri.
Quale fosse il clima in cui avvenivano queste visite (e con che intenzioni venisse steso il loro resoconto) è rivelato chiaramente dal seguente passo, tratto dal medesimo articolo.
Interruppe due volte la lunga sfilata il canto dell’inno nazionale in lingua italiana e slovena, ed il pubblico coglieva ogni occasione per acclamare il Sovrano. La penna si sente incapace di riprodurre la commovente sublimità di questo omaggio, che partendo dal cuore andò anche, non ne dubitiamo, diritto al cuore nobilmente paterno dell’amatissimo nostro Sovrano. Fu un omaggio degno di Colui che lo ispira, ma che onora eziandio altamente i sentimenti di rettitudine e di fedeltà della nostra brava popolazione; fu un trionfo solenne ed eloquente, e speriamo che avrà chiaramente parlato a coloro, che dopo tutti questi avvenimenti volessero ancor affibbiarci aspirazioni o sentimenti, che furono eloquentemente smentiti dalla memorabile giornata del 13 Settembre 1882, in cui la Contea principesca di Gorizia dichiarò nel modo più solenne ed esplicito come essa si trovi felice e contenta sotto le ali benefiche dell’Aquila d’Asburgo.
La banda ricompare sotto i riflettori della storia nel 1898 in occasione dell’avvenimento faustissimo del Giubileo di Sua Maestà. Francesco Giuseppe, incoronato imperatore d’Austria il 2 dicembre 1848, festeggiava in quel medesimo giorno i 50 anni di regno. Turriaco ebbe l’idea di erigere un monumento per celebrare l’evento. Il resoconto di tutte le manifestazioni comparve ne Il patriottico Friuli, pubblicazione edita per l’occasione che, nonostante gli sforzi fatti, non siamo riusciti a reperire. Per nostra fortuna, possiamo attingere a piene mani a quanto riportato dallo Spanghero che cita dalla fonte originale. Ecco cosa si dice di Turriaco:
Il modesto monumento di Turriaco venne eretto mediante oblazioni spontanee, ed il Comune vi ha contribuito con un importo rilevante, assumendo anche la spesa per la festività dell’inaugurazione, ch’ebbe luogo in mezzo alle più fervide manifestazioni di esultanza il memorabile giorno 2 dicembre 1898.
Celebrazioni per il 50° Giubileo di S.M. Francesco Giuseppe
Il modesto monumento consisteva in una colonna di stile dorico che reggeva un busto in marmo con l’effigie del festeggiato (ovviamente ancora in vita!). Sulla base della colonna compariva la seguente epigrafe:
LI’ 2 DICEMBRE 1898 REGNANDO 50 ANNI SUA MAESTÀ FRANCESCO GIUSEPPE I TURRIACO QUESTA MEMORIA ERGE
Vale la pena di leggere integralmente la narrazione di quel memorabile giorno, ricavata sempre dalla citazione che ne fa lo Spanghero:
Alle 6 della mattina la banda del paese, suonando, percorse le vie del villaggio, il quale fin dalle prime ore si presentò tutto ammantato a festa e imbandierato. Alle 9 la banda si portò alla casa del Comune ove intonò l’inno popolare “Serbi Dio dell’Austria il regno e il Sovrano imperator”, e quindi accompagnò alla chiesa la Rappresentanza comunale, i maestri e la scolaresca per assistere al solenne ufficio divino con il Te Deum. Il M.R. Curato don Andrea Furlani tenne dopo il Vangelo un discorso d’occasione. La chiesa era affollata.
Verso l’una pomeridiana, la banda eseguì sulla piazza un concerto, principiato e finito coll’inno popolare. Alle ore 3 del pomeriggio la banda mosse incontro al Delegato governativo, signor de Galli, il quale si recò ad assistere allo scoprimento del monumento a Sua Maestà. Al cadere delle tele calorose acclamazioni ed i concenti dell’inno popolare salutarono l’effigie dell’augusto Monarca. Il Curato benedisse il monumento e tenne un breve discorso, rilevando il patriottismo della popolazione e chiudendo con un triplice “Evviva”. Venne poi cantato un inno d’occasione dal bravo coro di dilettanti accompagnato dalla banda.
La sera fu illuminazione che riuscì splendida, e la banda fece nuovamente il giro del paese, fermandosi dinanzi alla casa del podestà Pietro Montanari, dove l’inno popolare venne ripetuto più volte, sempre accolto da entusiastiche acclamazioni.
Possiamo essere certi che, senza la presenza della banda, i festeggiamenti sarebbero stati tutt’altra cosa. Da notare, ancora, l’impiego a tempo pieno della banda stessa che entra in azione per quattro volte senza che, a quanto è dato di sapere, ci fossero troppi mugugni.
Celebrazioni per il Giubileo (sullo sfondo il monumento)
Di tutte quelle celebrazioni del 1898 il ricordo più vivo è rappresentato non tanto dal monumento a Francesco Giuseppe (distrutto da una granata italiana nel 1915, ricostruito nei primi giorni del 1918 e demolito definitivamente dopo l’arrivo delle truppe italiane alla fine della guerra) quanto da una bellissima foto, la prima in assoluto che raffiguri la banda in uniforme.
La banda nel 1898
Sono stati religiosamente conservati nomi e cognomi (e soprannomi, se li avevano) di coloro che vi sono raffigurati. E, trattandosi di una foto scattata a fine Ottocento, li possiamo riportare (assieme ai rispettivi soprannomi) senza timori di incorrere negli strali di un qualche garante della privacy.
Prima fila dal fondo: Gasparo Clemente (Galineta), Giacomo Gregorin (Meto de Miuti), Eugenio Spanghero, Giovanni Cristin, Eugenio Calligaris (Galiot), Luciano Tomasella.
In seconda fila: Marco Cusma (Marco de Nando), Francesco Cosani (Checco Nisio), Giuseppe Cisilin (Bepi della Luigia), Luigi Cosani, Giacomo Cosani, Antonio Spanghero (Toni Gardisan), Isidoro Clemente, Giovanni Caneva, Giovanni Cusma (Zaneto Damian).
Terza fila: Carlo Torre, Antonio Biasutti (Toni Bidin), Michele Clemente (Michele Bagat), Domenico Biasutti (Menego Bidi_n), Gino Reatti, Antonio Franzot, Riccardo Clemente, Giulio Cusma, Santo Cosolo.
Quarta fila (seduti): Giacomo Simonit (Meto Scopet), Antonio Cosani (Toni Cosanel), Antonio Spanghero (Toni Vizeli), Rodolfo Clemente, Nicolò Tomasella, Emilio Tomasella, Lorenzo Tomasella (Enci).
Ultima fila (seduti a terra): Arturo Tomasella (Turo de Enci), Angelo Tomasella, Vittorio Spanghero, Luigi Cusma, Cesare Biasutti (Cesare Bidin).
Un finissimo commento a questa foto è fornito da F. Gon nell’articolo La banda di ieri e quella di oggi che compare nell’opuscolo pubblicato nel 1990, in occasione del 120° anniversario di fondazione.
Uniformi di inconfondibile stile austriaco, rigidi baffi ottocenteschi: così si presentano i componenti della banda […] in posa davanti al fotografo nel lontano 1898, in quella che è la prima foto ufficiale giunta fino a noi e che ancor oggi campeggia nell’attuale sala di musica della Società.
Sguardi severi, volti scavati dal duro lavoro nei campi che allora occupava l’intera popolazione di un piccolo paese come tanti altri, situato ai margini della pianura veneta, alla periferia dei domini della potente casata degli Asburgo. Eppure da quegli stessi occhi, avvezzi forse più a scrutare il cielo nell’imminenza di un temporale che una partitura musicale alla ricerca del semitono mancante, traspare vivida, oggi come allora, la dignità, la fierezza quasi, di chi aveva coscienza di costituire parte integrante di un qualcosa di stimato e di importante: la banda.
Certo, in un’epoca nella quale l’analfabetismo era ancora diffuso e il vestito buono doveva durare per quasi una vita, la capacità di leggere non solo le parole, ma addirittura le note musicali, o il poter sfoggiare una divisa che non aveva nulla da invidiare alle uniformi dell’esercito imperiale rappresentavano un comprensibile motivo di distinzione e di orgoglio per coloro che ne facevano parte.
In concomitanza con l’arrivo del nuovo secolo si verifica un evento fondamentale: viene fondata la Società Filarmonica di Turriaco, e la banda cambia nome (e forma istituzionale).
Il 9 novembre 1900 viene presentato per l’approvazione all’Imperial Regia Luogotenenza di Trieste lo statuto della nuova società. Il 19 novembre l’Imperial Regia Luogotenenza di Trieste invia all’Imperial Regio Capitanato Distrettuale di Gradisca un dispaccio che l’Imperial Regio Capitanato trasmette ai fondatori con nota datata 28 novembre. Il 9 dicembre 1900, esattamente un mese dopo la presentazione della domanda, si tiene l’adunanza costitutiva della società. Come qui sanno tutti, l’Austria era un paese ordinato e l’efficienza della burocrazia asburgica è entrata ormai nella leggenda. (Su molti altri aspetti, meno encomiabili, del governo asburgico si è sempre preferito soprassedere.) Ma, per l’appunto, procediamo con ordine anche noi.
Verbale (o Protocollo) della “adunanza costitutiva” della Società Filarmonica
L’originale dello statuto della Società Filarmonica di Turriaco è andato perduto ma presso l’Archivio di Stato di Trieste è depositata una sua copia fatta in epoca posteriore. Lo statuto elenca in maniera puntigliosa finalità, struttura e funzionamento della società.
L’articolo 2 identifica le finalità per cui è stata costituita la società e così recita:
2. Scopo di questa istituzione è di coltivare, tra i soci che la compongono, l’arte musicale col tenere uniti ed istruire gli elementi necessari per una orchestra, una banda, occupandosi eziandio nel ramo del canto e di prodursi tanto in Turriaco, quanto, se chiamati, altrove, sia in privato che in pubblico, spiegando la propria attività in concerti, balli e altri spettacoli, previa licenza dell’autorità competente.
L’articolo successivo stabilisce che:
3. Possono far parte della Società quelle persone che con un esame, subìto innanzi il maestro della Società, danno a conoscere di saper esercitare l’arte musicale in uno dei rami menzionati al n°2, di condotta irreprensibile e che hanno raggiunto l’età di 15 anni.
Quel subìto e quella condotta irreprensibile fanno capire come ci si trovi in un’altra atmosfera e in un altro mondo rispetto a quello al quale siamo abituati.
Altrettanto interessante e rivelatore di una ben definita mentalità è quanto segue:
7. Viene espulso dalla Società quale socio: a) chi si rende moroso al pagamento di tre contribuzioni mensili consecutive b) chi compromette il decoro e la buona fama della Società; c) chi non dimostra un comportamento morale incensurabile.
Nell’articolo successivo si precisa che, mentre i soci morosi possono essere riaccolti nella società dopo tre mesi di sospensione (e, si suppone, dopo aver regolarizzato la loro posizione), coloro che sono stati espulsi per gli altri due motivi non possono più essere riammessi.
Statuto della Società Filarmonica di Turriaco (1900)
Fra gli obblighi dei soci troviamo che:
9. Ogni socio è obbligato ad intervenire alle lezioni alle ore fissate, di prendere parte alle esecuzioni e di sottostare in questo ed in ogni altra cosa agli ordini della Direzione. Quel socio che per motivo plausibile non può essere presente alle lezioni od alle esecuzioni deve a tempo debito dare avviso alla Direzione. I contravventori potranno essere puniti con una multa da stabilirsi in adunanza generale.
Gli altri articoli, che si possono leggere nell’appendice A, in cui lo statuto viene riportato in forma integrale, regolamentano la convocazione e lo svolgimento delle assemblee, descrivono struttura e funzionamento degli organi, stabiliscono le modalità di modifica dello statuto e dell’eventuale scioglimento della società.
Il 9 dicembre, come detto, si tiene l’adunanza costitutiva della Società Filarmonica. Viene eletta la Direzione che risulta composta da:
Revisori dei conti figurano Luigi Cosani e Lorenzo Tomasella.
Dall’inventario stilato al momento della costituzione, si rileva che la dotazione (o facoltà, come si diceva allora) della Società era costituita da:
e inoltre:
più altre cose minori, per una valore complessivo di 742 corone.
Che si facesse subito sul serio appare chiaro dalla lettura del verbale (o Protocollo) della seconda adunanza generale tenutasi il 15 febbraio 1902. Dopo aver approvato la relazione della Direzione sull’attività svolta nel 1901, primo anno di vita della Società, si passa a discutere la proposta dell’applicazione di una multa a quei soci che non comparissero alla lezione nelle ore fissate.
Si stabilisce che il socio, dopo invitato alle prove non v’interviene o arriva tardi od abbandona il locale di scuola avanti il tempo della lezione, e fa ciò senza giustificarsi, ed avere giusto motivo, sarà punito con una multa di centesimi 40.
Quale sia la rilevanza di una simile somma, lo si può capire da quanto deciso nel terzo punto discusso nella riunione, nel quale viene definito il canone mensile d’iscrizione alla società.
L’adunanza visto che il canone mensile dell’anno scorso è sufficiente per sopperire ai bisogni della Società stabilisce che anche pel 1902 questo sia di 50 centesimi.
Insomma la multa era tutt’altro che simbolica dal momento che consisteva in un importo molto vicino a quello di una quota mensile. Infine, nella medesima riunione:
Viene accettato un regolamento proposto dalla Direzione contenente norme generali da seguirsi dalla Direzione stessa, nella formazione del corpo musicale che deve presentarsi alle pubbliche o private esecuzioni e nella retribuzione da dare ai soci suonatori per le loro prestazioni nelle suddette esecuzioni musicali.
Il che significa che, quella volta, a Turriaco i membri della banda venivano pagati per suonare!
Se i dissidi interetnici di quegli anni, data l’esiguità e l’omogeneità della popolazione, non interessarono mai Turriaco, diverso è il caso di quelli politici. Sommandosi ad antipatie personali e a beghe di carattere paesano, questi contrasti toccarono anche la banda che si ritrovò spezzata in due fazioni: da un lato quella dei Clemente, simpatizzante per il movimento cattolico, e l’altra quella dei Tomasella, il cui cuore batteva per le idee socialiste.
Per schernire i rivali, le due fazioni non trovarono di meglio che affibbiarsi reciprocamente dei nomignoli, religiosamente tramandati sino ai nostri giorni. I componenti della banda dei Clemente erano detti salamari, il cui significato è trasparente, mentre quelli dei Tomasella erano i pitioti (e qui giova sapere che era detto pitiòt il vinello annacquato e di scarso pregio).
Non contenta di avere due bande al posto di una, Turriaco vide accrescere l’offerta musicale con la formazione da parte dei Clemente di un’orchestra da ballo che furoreggiava sul tavolàz, il tavolato su cui si ballava durante le feste e le sagre.
Il successo ottenuto in tutto il circondario dai rivali, spinse i Tomasella a farsi anch’essi una loro orchestra.
Resta ancora memoria del viaggio che nel 1906 Emilio Tomasella compì a Trieste e da cui ritornò con quattro violini e un contrabbasso destinati ad arricchire la dotazione del nuovo complesso. La formazione dello stesso venne demandata al maestro Scaramelli, assunto per l’occasione. Dopo un po’ di tempo, non essendoci più fondi per pagare il maestro, l’orchestra venne affidata al giovane Silvio Cosolo, suonatore di clarinetto e di violino, che si vide promosso sul campo al ruolo di direttore senza stipendio. Turriaco si trovò così ad essere famosa per le sue due bande e le sue due orchestre da ballo, il che, per un paese che contava più o meno 1300 abitanti, non è cosa da poco.
Silvio Cosolo
Piccolo ma doveroso inciso prima di occuparci di cose più importanti. Se il lettore, a questo punto, comincia a fare confusione fra i vari Clemente, Tomasella, Cosolo, Spanghero e via andando, si consoli che non è il solo.
In occasione delle elezioni comunali che si tennero nell’aprile 1903, nella conta dei voti si fece confusione tra Luigi Clemente fu Santo, clericale, che ricevette 38 voti, e Luigi Clemente fu Michele, liberale, che di voti ne ottenne 40. I voti privi di paternità vennero assegnati tutti a Luigi Clemente fu Michele che si era dichiarato apertamente a favore del capolista liberale Giuseppe Cosani che risultò eletto. I clericali fecero ricorso e si rifiutarono di partecipare alle sedute del consiglio comunale, facendo così mancare il numero legale e impedendo che venisse presa qualunque decisione. Il ricorso venne accolto, il Consiglio dichiarato decaduto e, in attesa di nuove elezioni, venne nominato Gerente del Comune proprio il Luigi fu Santo defraudato. Risolto senza troppi incidenti e con l’aiuto di un funzionario inviato dall’Ufficio di contabilità provinciale il delicato problema del passaggio delle consegne e della cassa fra il Cosani e il nuovo Gerente, si potè cominciare finalmente a governare.
Le successive elezioni confermarono nella carica di podestà il Luigi Clemente (fu Santo). Anche la vita di quest’ultimo risultò però travagliata, soprattutto a causa dei problemi economici che si vennero a creare nella gestione del comune, vicenda dalla quale, occorre dire subito per evitare maldicenze, la reputazione di Luigi Clemente ne uscì immacolata, avendo fatto fronte di persona, con le sue sostanze, alle mancanze o agli errori commessi durante la sua amministrazione. Tutta questa vicenda è narrata in dettaglio nel saggio di Vittorio Spanghero e vale la pena di essere letta, se riuscite a procurarvene copia.
Il 28 luglio 1914 l’Austria dichiara guerra alla Serbia. Si tratta di una guerra che diventerà mondiale e che noi, prima che subentrassero strani pruriti revisionistici, abbiamo sempre chiamato la Grande Guerra. Sarà il primo dei grandi massacri e delle grandi tragedie del Novecento e si concluderà con la scomparsa dell’impero asburgico e il suo contemporaneo entrare in quel mito che, perlomeno da queste parti, perlomeno per alcuni, ancora dura in forma di nostalgico rimpianto.
L’Italia non entra immediatamente in guerra e per quasi un anno a Turriaco si sentono solo gli spari dei cacciatori. C’è comunque la mobilitazione e tutti gli uomini abili, dal 18 ai 36 anni, sono chiamati alle armi.
La stragrande maggioranza della popolazione è di sentimenti filoaustriaci, leali sudditi di Sua Maestà Imperiale, così come compattamente filoaustriaco è il clero (e questo lo sapevamo già). Quei pochi che parteggiano apertamente per l’Italia sono immediatamente internati in Austria. Per contrappasso, non appena arriveranno a Turriaco gli italiani, coloro che sono ritenuti parteggiare per il nemico verranno internati da qualche parte del Bel Paese, a partire dal curato, don Eugenio Brandl, che viene spedito subito in Piemonte.
Il 24 maggio entra in guerra l’Italia e Turriaco si ritrova in prima linea. Gli austriaci fanno saltare i ponti sull’Isonzo e si ritirano sul Carso. I civili vengono trasferiti in zone più sicure. Sul posto rimangono solo i gendarmi di Pieris.
Gendarmi del Servizio Territoriale
Nel bollettino di guerra dello Stato Maggiore Italiano del 7 giugno si può leggere:
Sul corso inferiore dell’Isonzo, gettati i ponti militari in presenza dell’avversario, forti reparti, preceduti da brillanti ricognizioni di cavalleria, sono passati già sulla sponda orientale dove stanno fortificandosi. Si tende così a ottenere anche sull’Isonzo come sugli altri fronti, la necessaria libertà di manovra; e vennero iniziate le operazioni per il giorno in cui sarà deciso l’impiego delle masse. Le nostre perdite sono relativamente lievi.
Gli italiani, rappresentati dal 13° reggimento fanteria, sono entrati a Turriaco due giorni prima, il 5 giugno. Le perdite relativamente lievi saranno solo un ricordo quando verrà deciso l’impiego delle masse.
Di banda, in questo periodo, sembrerebbe non sia nemmeno il caso di parlare. Epppure in qualche modo essa continua a vivere e a fare musica. Non a Turriaco; a Wagna.
Wagna è una località del distretto di Leibnitz, in Stiria che durante la prima guerra mondiale si trovò a ospitare un Flüchtlingslager, un campo per profughi nel quale furono accolti i civili—in grandissima parte italiani ma anche sloveni—fatti sgomberare, in base a piani preordinati di evacuazione, dalle zone vicine alle linee di difesa austriache dell’Isonzo, del Carso e della base navale di Pola. Costruito fra ottobre e novembre del 1914 per ospitare i profughi provenienti dalla Galizia, nella primavera del 1915 il campo aveva assunto il carattere di una cittadina.
Il campo di Wagna
Oltre alle baracche, ciascuna delle quali era in grado di ospitare 400 persone, nel campo trovavano posto la chiesa, due scuole, il bazar, le cucine e gli edifici di servizio. Sacerdoti, maestri, medici e personaggi “importanti” occupavano baracche più piccole e curate.
Situato, secondo le disposizioni, ad adeguata distanza dai centri abitati, il campo accoglieva, oltre ai profughi, anche degli internati. Lo status giuridico di internato era diverso da quello di profugo. Mentre questi ultimi, se in grado di mantenersi economicamente, potevano evitare di vivere nel campo, gli internati vi erano rinchiusi in seguito a un provvedimento di polizia in quanto cittadini di paesi nemici o perché ritenuti sospetti per motivi politici.
Permesso d’uscita dal campo
Nell’estate del 1915 il campo risultava diviso in tre settori: uno per i profughi provenienti dalla Galizia, uno per i regnicoli, cioè i cittadini italiani residenti nei territori dell’Impero, e uno, per l’appunto, per i cittadini austriaci di lingua italiana provenienti dalle zone di guerra. Complessivamente gli italiani erano circa 5.000. I diversi settori erano separati da reti metalliche e i contatti tra internati e profughi erano severamente vietati.
All’interno del campo di Wagna visse durante la guerra anche Rodolfo Clemente, il maestro della banda.
Nato a Turriaco il 18 agosto del 1873 (e dunque 25enne al momento del concerto per il Giubileo dell’imperatore) dopo aver frequentato le scuole elementari di Turriaco e la scuola di falegnameria di Mariano, studiò musica al Conservatorio di Trieste dove si diplomò in composizione.
[…] imparata la contabilità, venne assunto da Mons. Faidutti con le mansioni di revisore e controllore delle Casse Rurali. La sua competenza tecnica, la sua probità e la modestia erano da tutti apprezzate. Più che un ispettore, egli era un consigliere per i dirigenti.
A Wagna il Clemente diventa collaboratore del vecchio amico Augusto Cesare Seghizzi, maestro di coro e compositore, che aveva conosciuto ai tempi del Conservatorio. Assieme al Seghizzi, il Clemente riuscì a mettere insieme un coro di quasi 150 ragazzi e un’orchestra di una cinquantina di elementi che si esibivano sia all’interno sia al di fuori del campo profughi.
Rodolfo Clemente
Ci si potrebbe chiedere se fra quei musicisti vi fosse qualcuno di Turriaco. La cosa non è impossibile: il numero delle famiglie profughe in Austria, secondo il Furioso, ammontava a 16 e fra i loro componenti ci sarebbe potuto essere benissimo un membro della banda, inabile o troppo anziano per il servizio militare in armi.
La vita di Wagna è raccontata con ricchezza di dettagli e vivacità negli articoli, firmati con pseudonimi o con nomi di fantasia, pubblicati fra il 1915 e il 1918 su L’Eco del Litorale. Va però messo subito in rilievo come, più che una cronaca fedele, gli articoli forniscano spesso un’immagine edulcorata di quella che era la realtà quotidiana, una vita caratterizzata da fame, stenti e privazioni che, con il procedere del conflitto, non potevano far altro che aumentare di intensità.
Disinfezione delle baracche
Un articolo, del 15 gennaio 1916, così commenta la rappresentazione de Gli Innamorati (opera che l’articolista cita come Innamorato) di Goldoni, messa in scena dalla compagnia formatasi nel campo:
[…] Nel pomeriggio dell’Epifania, davanti ad una sala zeppa di spettatori, tra i quali quasi tutti i signori dell’Amministrazione, s’inaugurò il nuovo teatrino. La brillante commedia di babbo Goldoni fu sostenuta egregiamente dalla brava schiera di dilettanti: signorine Glavich, Romano, Codilia e Zucchelli; e signori Pedicchio, Silvestri, Talantin, Milloch e Louvier.
Non facciamo distinzioni, ma diciamo soltanto in generale che se essi continueranno a studiare seriamente limitandosi magari da principio a commedie facili e di minor mole, essi potranno in seguito, non soltanto strappare l’applauso della folla, ma anche accontentare le esigenze di critici più rigorosi. Intanto vada una lode sincera a tutti e specialmente al bravo istruttore prof. Tomasi che, dato l’ambiente e le circostanze locali, si può dire abbia superato con soddisfazione una prova abbastanza ardua. La signorina Codilia si fece gustare anche con una canzone: “”Serenata”.
Negli intervalli l’orchestra di dilettanti, diretta dal nostro bravo M.o Clemente, eseguì diversi pezzi del “Rigoletto” di Verdi.
La grande occasione per Seghizzi, Clemente, orchestra e coro arriva quando viene loro proposto di tenere un concerto a Graz. Puntualmente L’Eco del Litorale del 3 febbraio anticipa la notizia:
Per Domenica 6 corrente la nostra scuola di musica e di canto è stata invitata a cooperare ad un concerto di beneficenza che si terrà a Graz, nella Sofiesäle [sic]. Vi interverrà la nostra brava orchestra di signori dilettanti con un artistico programma ed un coro di fanciulli che eseguiranno delle canzoni.
Evidentemente il concerto andò bene perché poco tempo dopo (il 16 febbraio) troviamo la seguente anticipazione:
Si dice che entro il prossimo mese di marzo l’orchestra e le masse corali di Wagna andranno a Vienna per tenervi un concerto. Potete immaginarvi l’ansia e l’entusiasmo con cui specialmente i nostri bambini si prepareranno per presentarsi degnamente nella capitale davanti a quel pubblico così fine ed esigente.
cui segue, il 3 marzo, il seguente aggiornamento:
Fervono i preparativi per il grande concerto di beneficenza che i nostri profughi daranno nella capitale il giorno 30 marzo. Il programma dei pezzi di musica e di canto è scelto con ottimo gusto artistico. Le masse corali abbracciano circa 400 persone tra bambine, fanciulli e ragazze. Si stanno allestendo degli appositi costumi nazionali per i cantori che, tra altro, eseguiranno un centone delle nostre migliori antiche villotte, la splendida preghiera del “Mosè” ed il famoso “Salmo” di Benedetto Marcello.
I nostri bravi maestri di musica Seghizzi e Clemente hanno bel da fare nell’allestire, istrumentare e provare l’abbondante materiale di musica che si svolgerà in questo concerto. Ci auguriamo che—considerate le fatiche e le spese che sono congiunte a quest’impresa artistico-patriottica—essa possa essere coronata di consolante successo.
Il concerto ebbe esito felicissimo. L’Eco del Litorale ne fa una relazione ampia e articolata e ritorna sull’argomento un paio di giorni dopo per riportare i commenti apparsi sulla stampa viennese e aggiungervi osservazioni proprie.
Visione generale del campo
Il 16 luglio 1916 si verifica un altro evento importante. Don Pietro Sepulcri, originario di Selz presso Ronchi e anche lui rifugiato a Wagna assieme alla sua famiglia, ordinato sacerdote dal principe Arcivescovo di Gorizia solo un paio di giorni prima, celebra la sua prima Messa. Alla cerimonia, che si tiene nella chiesa parrocchiale di Leibniz, intervengono in massa gli ospiti del campo, le autorità, l’intero Collegio Militare, che rende gli onori, e mons. Faidutti, delegato arcivescovile per la cura spirituale dei profughi, giunto espressamente da Vienna.
L’Eco né dà, al solito, un resoconto ricco e articolato. Sull’aspetto musicale dell’evento, che è la parte che più ci interessa, così si scrive:
Per la solenne circostanza della prima Messa di Don Pietro Sepulcri, il maestro Augusto Seghizzi, organista della Metropolitana di Gorizia ed attualmente maestro di musica e canto nell’i. r. accampamento di Wagna, scrisse la Messa “Dona nobis pacem”, dedicata all’amico M.o Rodolfo Clemente, bellissima composizione musicale a due voci bianche con accompagnamento d’organo.
Lo stile usato in questo lavoro è quello seguito da parecchi compositori contemporanei, in cui, pur rispettando le prescrizioni liturgiche, in singoli punti il sacro testo viene interpretato un po’ drammaticamente, ciò che dà vita alla musica e fa sì che già alla prima audizione essa s’insinui nell’uditorio.
Omofona nella maggior parte e dalla linea melodica sempre chiara, questa messa non è di difficile esecuzione e si mostrò veramente adatta per essere eseguita da un coro di ragazzi come quello diretto domenica dal M.o Seghizzi.
L’armonizzazione è fatta invece con una certa ricchezza di mezzi e con criteri moderni; la modulazione è sempre disinvolta pur contenendosi entro i limiti del ragionevole.
Anche esteticamente questa composizione si presenta bene ed in special modo piacquero il Kyrie, l’Et incarnatus, il Sanctus che ha carattere di grandiosità ed il Benedictus.
Egualmente pregevole fu trovata l’Ave Maria, pure del M.o Seghizzi, scritta questa in stile imitativo, eseguita all’Offertorio.
L’esecuzione è stata generalmente giudicata più che lodevole nel suo complesso e lo si deve ammettere tanto più, se si consideri che il coro era composto di cento bambini e bambine (delle scuole popolari dell’accampamento di Wagna), dei quali nessuno conosce la musica, e che il tempo per la preparazione era stato molto breve.
Sedeva all’organo il M.o Rodolfo Clemente, sostituto ed affettuoso collaboratore del M.o Seghizzi in ogni sua attuale manifestazione musicale.
Su don Sepulcri, diventato primo parroco di Staranzano quando, nel 1935, venne istituita quella parrocchia, sia permesso un ricordo personale da parte di chi scrive che ha fatto in tempo a conoscerlo avendolo avuto, per pochi mesi prima della sua scomparsa nel gennaio 1957, come insegnante di religione in prima elementare.
Un paio di anni più tardi, mentre frequentava le medie e aveva cominciato a masticare il latino, servendo da chierichetto durante i Vespri, gli cadde l’occhio su un foglio inserito fra le pagine dei salmi. Conteneva una preghiera che iniziava con Domine salvum fac Imperatorem nostrum Franciscum Josephum e che don Sepulcri continuava imperterrito a elevare all’Altissimo, incurante del fatto che quel salvum potesse essere ormai inteso solo in senso spirituale, essendo il beneficiario della preghiera ormai passato nell’eternità il 21 novembre del 1916.
Don Sepulcri mentre insegna catechismo a Staranzano (1937)
Un’ultima nota da Wagna. Il 2 dicembre 1916, per commemorare la scomparsa del defunto imperatore, viene eseguita nella chiesa del campo la Messa di Requiem per 2 voci bianche e orchestra del maestro Seghizzi. Dopo aver effettuato un’interessante e approfondita analisi del lavoro dal punto di vista musicale, l’Eco del Litorale così conclude:
La Messa fu diretta dall’autore stesso maestro Seghizzi. L’esecuzione fu fine, delicata ed impeccabile. Il piccolo coro di bambine e bambini delle scuole popolari è degno d’uno speciale encomio. Questi ragazzetti, sotto l’esperta guida del loro maestro, superarono in brevissimo tempo tutte le difficoltà imposte della composizione, lo stesso si dice della nostra orchestrina che suonò con la lodevolissima collaborazione del magico violino della Sig.na Nives Luzzatto, le cui splendide grandissime doti artistiche sono celebri. All’organo c’era il maestro Rodolfo Clemente che con la sua profonda cognizione e provata esperienza in fatto di musica molto giovò al buon successo del lavoro.
Ci siamo dilungati a parlare di Wagna, e soprattutto della musica che si faceva a Wagna, per evitare di dedicare troppa attenzione agli eventi drammatici accaduti durante la guerra. È comunque doveroso accennare, seppure brevemente, agli effetti che questa ebbe sulla vita del nostro paese.
Dai primi giorni del conflitto, a Turriaco ci sono gli italiani. Il comando (prima di divisione e poi di un intero corpo d’armata) viene stabilito presso il palazzo Mangilli. Vi troveranno più volte ospitalità il Duca D’Aosta e una serie di personalità che vanno dal re Vittorio Emanuele III al duca Calvi di Bergolo e al Duca degli Abruzzi, dalla principessa Iolanda di Savoia ai generali Cadorna, Giardino, Grazioli. Arrivano in paese anche il vate Gabriele D’Annunzio e gli scrittori Ugo Ojetti e Sem Benelli.
Il re Vittorio Emanuele III in visita a Turriaco)
Villa Fonda viene invece utilizzata come ospedale da campo. Un altro ospedale è installato nella Casa di Riposo mentre i feriti vengono ricoverati all’occorrenza anche nella scuola e in chiesa.
Gli abitanti condividono con i militari disagi e pericoli. Il 7 luglio una granata austriaca uccide Domenica Cosma; il 9 ottobre un’altra granata arriva su una casa dell’attuale via Oberdan e uccide sul colpo Angela Minin e le sue tre figlie.
Ulteriori cannoneggiamenti distruggeranno edifici, provocheranno feriti e abbatteranno il bagolaro che stava in mezzo alla piazza. Il 5 agosto del 1916 via Oberdan viene colpita nuovamente e questa volta trovano la morte i tre fratelli Cristin, rispettivamente di 19, 18 e 11 anni.
Nel frattempo, al posto dell’amministrazione civile è subentrata quella militare e le decisioni vengono prese direttamente in forza dei pieni poteri conferiti dal Comando Supremo del Regio Esercito. Si cerca di riportare un minimo di normalità nella vita di tutti i giorni. Riprendono le scuole e come insegnanti vengono impiegati militari italiani con il titolo di maestro che, dopo un periodo di aggiornamento, vengono distaccati dai loro reparti e assegnati alle autorità scolastiche locali. Tecnicamente si tratta di Scuola nel periodo di guerra in presenza del nemico e, in quanto tale, non si può andare troppo per il sottile.
Dal momento che le aule servivano ad altro e che, comunque, era troppo pericoloso rimanere sotto il tiro delle artiglierie austriache, quando c’è bel tempo si fa lezione nelle cosiddette trincee di soccorso, fuori paese.
La relazione fra i bambini turriachesi e i loro nuovi insegnanti si rivela difficile e viziata da qualche incomprensione. Il soprannome di bucàl assegnato a uno di questi—di cui è stato tramandata l’identità ma che, per ovvi motivi, omettiamo di rivelare—la dice lunga a proposito. (Per i bisiachi non serve tradurre l’appellativo, per gli altri è meglio non farlo).
Si tratta, dopo tutto, di mettere in comunicazione due mondi che, fino a quel momento erano rimasti sostanzialmente estranei uno all’altro. Anche il folgorante scambio fra Benito Mussolini (che era maestro ma che la guerra se la fece fra i bersaglieri) e una bambina di Pieris, riportato nel diario di guerra del futuro duce, sta a indicare una certa ruvidità di rapporti:
Che cosa hai imparato oggi a scuola? Gnente (Niente) Vuoi un poco di pagnotta? Màgnetela! (Mangiatela)
Ricaviamo da un bell’articolo intitolato Libri e propaganda che Vittorio Spanghero ha scritto per iMagazine, un periodico di ampia diffusione in ambito locale, i due episodi seguenti.
Il primo ha per protagonista il maestro Torquato Perazzotti e la sua IV mista del 1916. Appena fatta conoscenza con i propri allievi, il maestro chiese a coloro che sapevano scrivere di fare un passo in avanti. Quando l’intera classe si mosse, il maestro Perazzotti si infuriò e cominciò a distribuire epiteti ribadendo che dovevano farsi avanti solo quelli che sapevano scrivere. Quando tutti avanzarono nuovamente, il maestro chiese incredulo Non mi direte che sapete tutti leggere e scrivere? Evidentemente nell’esperienza del maestro non c’era nulla che potesse reggere il confronto con quanto avveniva in una Volksschule asburgica.
Il maestro Perazzotti e la sua classe
Per fare in modo che la nuova impostazione ideologica e didattica venisse accettata dalle famiglie, l’amministrazione forniva gratuitamente il materiale scolastico e una refezione costituita da una merenda con pane e formaggio e un pranzo con quello che restava del rancio servito ai militari.
Sempre lo Spanghero riporta la descrizione di una scenetta che ha per protagonisti dei bambini in fila che aspettano il proprio turno per il cibo e il carabiniere addetto alla distribuzione. Mentre sta per servire il cibo a uno di essi, quello che gli viene dietro lo apostrofa:
“No la ghe staghe dar a lui che’l xe austriacante!” (Non lo dia a lui perché è un austriacante)
Ah, è austriacante - dice il carabiniere - ora vediamo”, e al ragazzo in attesa, intima: “Se vuoi il rancio devi gridare: Viva l’Italia!”
Il bambino si mette sull’attenti e facendo il saluto grida: “Viva l’Austria!” E scappa via.
Un ufficiale italiano che aveva assistito al fatto, riprendendo il carabiniere gli dice: “Rincorrilo e dagli la sua razione di rancio e impara da lui come si ama la propria patria!”
Ragazze del paese fraternizzano con i militari italiani
Se le relazioni con i bambini non sono sempre facili, vanno meglio quelle che coinvolgono la popolazione adulta. In paese ci sono solo 122 uomini, il resto è costituito da donne e bambini. La presenza dei militari fornisce l’occasione per piccoli traffici e per lavori occasionali. Sono tali, ad esempio, il lavaggio della biancheria e delle divise che le donne del paese effettuano per i militari o l’acquisto di qualche genere alimentare che questi fanno presso le famiglie di contadini.

Ragazze del paese fraternizzano con i militari italiani
Seguendo le direttive di Cadorna, si scava una trincea che va da Cassegliano a Begliano. Vi lavorano donne e uomini del paese sotto la guide del genio militare. Fra il ‘15 e il ‘16 vengono costruiti i ponti sull’Isonzo, sul Torre e sulla Roggia. Nel ‘17, in conseguenza della rotta di Caporetto tali ponti verranno fatti saltare per ritardare l’avanzata degli austriaci e l’acqua invaderà tutto il paese.
Con la ritirata delle truppe italiane, Turriaco ritorna all’Austria. Chi parteggiava per l’Italia ha preferito seguire le truppe in ritirata, La gioia di coloro che preferiscono la doppia aquila allo stemma sabaudo dura però poco perché la fame del 18 spegne rapidamente ogni entusiasmo.
Ritornano le truppe austriache
Nel novembre del 1918, con la battaglia di Vittorio Veneto la guerra trova la sua fine e si possono fare i conti dei danni che questa ha provocato. Per il fronte sono partiti in 270, 33 militari e un profugo civile sono morti lontano da casa, 53 sono stati i feriti in combattimento. In paese, altre 14 persone sono deceduti per cause belliche. Gravi le lesioni procurate agli edifici pubblici e alle abitazioni private. L’inutile strage, esecrata dal papa Benedetto XV, ha lasciato segni che si protrarranno per i decenni successivi e che fanno presagire catastrofi ancora più gravi.
Il conflitto appena terminato si era lasciato dietro, oltre a milioni di morti, ampagne abbandonate, commerci e traffici distrutti, forte disoccupazione e conseguente, inevitabile miseria. Le nostre zone entrano a far parte del Regno d’Italia, anche se parecchi rimpiangono l’Impero che c’era prima. A Turriaco fanno piano piano ritorno i soldati, i profughi, gli internati. Si cerca di riportare alla normalità quelle che sono ormai diventate per tutti le terre redente.
Il 21 febbraio 1919 il Commissario per gli affari autonomi della provincia di Gorizia nomina il signor Riccardo Clemente sindaco del comune. La sua prima delibera riguarda la tassa di macellazione (!), con la seconda vengono riassunti il messo comunale e la guardia campestre.
Il 9 aprile viene disposto il cambio della valuta. Le corone austriache sono ritirate e ogni corona dà diritto ad avere in cambio 60 centesimi di lira.
In maggio, don Brandl riprende la guida della parrocchia sostituendo il vicario don Beniamino Bianchi, di Pieris, che si era occupato della cura delle anime in sua sostituzione. Sul ritorno del parroco, il Furioso fornisce delle preziose notizie:
Con decisione del Sindaco, in data 8 ottobre 1919 si assegnava al curato una congrua annua di lire 480, con decorrenza 14 maggio 1919, giorno del ritorno di Don Brandl dall’internamento. L’ufficio curaziale il seguente 18 ottobre rivolge altra istanza chiedendo l’aumento della congrua e la decorrenza al giugno 1915, data dell’internamento. Il Sindaco accettava parzialmente la richiesta e fissava in lire 1200 la congrua ma lasciava inalterata la decorrenza.
In occasione della visita dell’arcivescovo, viene deciso che il Commissario lo avrebbe accolto ai confini del paese e che la banda avrebbe eseguito marce presso la canonica.
Ah sì, la banda! Terminato il conflitto, ritornati i soldati e recuperati gli strumenti, riprende lentamente l’attività. Le due fazioni dei Clemente e dei Tomasella si sono riunificate e la banda adesso ha un organico importante. In realtà, anche quando i contrasti erano più vivi, le due formazioni non avevano mai mancato di celebrare, assieme, gli eventi importanti del paese e le processioni del Corpus Domini e della Madonna non erano mai state disertate. La riunione viene festeggiata, nel 1920, con un memorabile concerto. Maestro della banda è ancora Rodolfo Clemente, vicemaestro Silvio Cosolo, presidente Albino Tomasella: il mondo è cambiato, ma i nomi sono sempre gli stessi.
Processione della Madonna (1919)
L’avvenimento più significativo di quel primo dopoguerra cui la banda partecipa è il grande pellegrinaggio dei fedeli dell’Arcidiocesi di Gorizia organizzato in occasione del ritorno dell’effigie della Madonna al Santuario del Monte Santo.
Il santuario, che si trova in cima a un’altura (681 m) dell’altopiano della Bainsizza situata di fronte al Monte Sabotino, da cui la separa l’Isonzo che scorre nella stretta e affossata valle sottostante, è da secoli testimone degli eventi che si sono succeduti su queste terre. Eretto nel 1544 sui resti di una chiesa distrutta durante le invasioni turche, demolito per volontà dall’imperatore Giuseppe II nel 1776, ricostruito nel 1793, conserva un’effigie della Vergine venerata dalla popolazione del Goriziano.
La banda nel 1920
Durante il conflitto il Santuario si venne a trovare nel mezzo della linea difensiva austriaca incardinata sulle alture del Plave, Vodice, Monte Santo, San Gabriele e del Carso. Per oltre un anno su questi monti si scatenerà l’inferno. Il 5 giugno del 1915 cadono sul Monte Santo le prime bombe. Il 23 dello stesso mese chiesa e convento dei Francescani sono distrutti dal fuoco provocato dalle granate incendiarie. Il 18 ottobre, alle 7 del mattino, il Santuario viene raso definitivamente al suolo.
L’immagine della Madonna è comunque salva. Precauzionalmente, e per tempo, era stata trasporta nella vicina Gargaro da dove, nel maggio del 1915 e sotto scorta militare, era stata trasferita nel convento dei Francescani di Lubiana.
Il 2 ottobre 1922, a ricostruzione non ancora completata, la Madonna del Monte Santo ritorna con una solenne processione dal Duomo di Gorizia, dove l’immagine era stata portata per l’occasione, attraverso Salcano e la sella di Gargaro, alla sua sede naturale. La partecipazione popolare è imponente. Secondo le cronache, al corteo prendono parte i comuni o le parrocchie di (in ordine alfabetico): Begliano, Capriva, Cerovo, Cormòns, Cosana, Dolegna, Drežnica, Farra, Fiumicello, Gradisca, Libušnje, Lokavec, Lucinico, Merna, Monfalcone, Moraro, Mossa, Peuma, Podgora, Podsabotin, Ranzano, Romàns, Salcano, S. Andrea, S. Floreano, S. Lorenzo, S. Pietro di Gorizia, Sagrado, Staranzano, Tapogliano, Vertoiba e (fuori ordine alfabetico) ovviamente anche Turriaco.
Fanno parte del corteo anche i quattro parroci di Gorizia, i Francescani, i Salesiani, i Cappuccini, i Fatebenefratelli, il collegio dei professori del Seminario Teologico, le congregazioni mariane, gli istituti cattolici, autorità di ogni tipo e denominazione e altro ancora.
C’era, come detto, anche la banda che probabilmente fece anche la sua figura ma che, stante la marea di folla e la dovizia di eventi verificatisi in quei giorni, non trovò spazio nelle cronache. Una foto, comunque, la ritrae assieme alle figlie di Maria e ne testimonia la presenza.
La banda alla processione per la traslazione dell’immagine della Madonna del M.Santo
Direttore della compagine è sempre Rodolfo Clemente. Afferma con sicurezza il Cosolo:
Sotto la sua direzione, la banda fece un notevole salto di qualità, aggiudicandosi il primo premio al Concorso Regionale Bandistico che si tenne nella città di Udine nel 1924, assegnato da una giuria presieduta niente meno che dal grande Pietro Mascagni.
Secondo alcuni non fu Turriaco ad aggiudicarsi la medaglia più preziosa, anche se il premio che riuscì a conquistare fu, comunque, di valore; secondo altri la presidenza di Mascagni fu solamente onoraria. In termini più generali si può comunque condividere il fatto che:
Con una banda ricca di 40 elementi, ben preparati e meglio diretti, la Filarmonica di Turriaco mietè meritati allori ai raduni di Monfalcone e di Trieste e al Concorso bandistico di Udine, dando ripetute prove di spiccata sensibilità interpretativa, di alto livello di preparazione artistica e di ottimo assieme. La banda alla processione per la traslazione dell’immagine della Madonna del M.Santo
Sempre in questo periodo, se Turriaco non ha più due bande, vede comunque nascere, ad opera del giovane maestro Silvio Cosolo, l’Orchestra Sinfonica Turriachese che si esibì in raffinati concerti. L’orchestra ebbe purtroppo vita breve. Il 2 giugno 1923, all’età di soli 33 anni, Silvio Cosolo moriva, lasciando in dolore e profondo sconforto tutto il paese. I funerali, celebrati a carico del Comune, videro una partecipazione imponente. Di lui restano il ricordo del suo sconfinato amore per la musica e i numerosi brani da lui composti che fanno ancora parte del repertorio della banda. Fra queste l’Inno della Filarmonica e la celebre Marcia (di S. Cosolo) che costituiva la sigla con cui la banda apriva tutte le sfilate e tutte le sue esibizioni. Proprio tale marcia è stata di recente fatta riorchestrare dalla Filarmonica per adattarla a un organico strumentale moderno.
Silvio Cosolo verrà commemorato nel 1934, XI anniversario della sua scomparsa, con un concerto sinfonico, diretto per l’occasione dal m. Rodolfo Clemente, nel corso del quale Mario Spanghero ne tratteggiò la figura con un toccante discorso.
Se abbiamo cominciato a usare i numeri romani, non lo abbiamo fatto per caso. Le vicende politiche di quegli anni tumultuosi hanno portato al potere il fascismo e a Turriaco cambia ancora una volta chi comanda.
Il 7 novembre del 1924 ha luogo in chiesa un solenne Te Deum di ringraziamento per il fallito attentato a Mussolini.
L’11 novembre succede il fattaccio. È il giorno di S. Martino, nonché genetliaco di sua maestà Vittorio Emanuele III. Alla sera è previsto un concerto della banda. Quel concerto non si tenne o, se iniziato, la sua prosecuzione venne interrotta con la forza. Cosa sia successo esattamente non è chiaro.
Una delle versioni che si tramandano è che, avendo i responsabili del fascio locale chiesto di suonare Giovinezza, ottennero come risposta che quel brano non era ancora in repertorio. La versione, se non è vera, è verosimile o, comunque, è ben inventata. (C’è un’ulteriore possibilità che è forse più credibile, vale a dire che quella risposta fosse stata effettivamente data ma che l’episodio non si riferisca alla banda di Turriaco ma a quella di Ronchi, diretta dal famoso maestro Kubik).
Resta il fatto che il 21 novembre un decreto del Prefetto di Trieste scioglie la Società Filarmonica il cui patrimonio viene incamerato dallo Stato.
Esibizione di fronte alla scuola (è quella del novembre 1924?)
Episodio eccezionale a parte, non è che il fascismo ce l’avesse particolarmente con le bande, è che esigeva di essere il solo in grado di controllarle, come esigeva di controllare ogni cosa si muovesse sul suolo italico. Tecnicamente, si chiama dittatura. E in una dittatura succedono le cose più strane. Ad esempio, può succedere che venga proibito l’uso di certi pronomi, o che a una parte della popolazione si impedisca di parlare una lingua che quella ha sempre parlato, o che si caldeggi, diciamo così, l’italianizzazione di quei cognomi che non finiscono in vocale.
Per capire come la pensasse la popolazione, vale la pena di riportare i risultati delle elezioni politiche che si erano tenute nell’aprile del medesimo anno, le prime dopo il colpo di stato fascista. Gli elettori a Turriaco sono 272, ovviamente tutti maschi. Il risultato delle urne è il seguente:
E, tanto per chiarire una volta per tutte come funzionavano le cose in quel periodo, vale anche la pena di riportare la delibera approvata dal Consiglio Comunale il 16 maggio, sempre del 1924, in cui si chiedeva:
[…] di avanzare umile preghiera affinché S.E. Benito Mussolini, capo del governo e duce del fascismo, voglia accordare l’alto onore di essere annoverato quale cittadino onorario di Turriaco.
Se qualcosa non torna nel confronto fra i due fatti, è facile indovinare il perché. E, sempre in tema di analisi politiche, non deve stupire la trasformazione, nel giro di pochi anni, della maggioranza dei turriachesi da fedeli sudditi asburgici in sostenitori del marxismo. Più che nell’ideologia, la spiegazione di tale metamorfosi va con ogni probabilità cercata nel senso di appartenenza, di sicurezza, di dignità e di giustizia sociale che entrambe le forme politiche, pur in modi e con declinazioni differenti, sono state in grado di offrire o di promettere.
Gerarchi e notabili del Partito Nazionale Fascista
Dovevano passare quasi sei anni perché la banda, dopo la sospensione forzata, potesse ricominciare a funzionare. Siamo nel 1930 e il direttore adesso è Giuseppe Clemente, fratello di Rodolfo. Per un breve periodo il complesso viene diretto anche da Silverio Clemente, prima che questi si trasferisse a Taranto per insegnare in quel Conservatorio. Istruttori degli allievi sono anche Angelo Tomasella, Mario Spanghero e Valerio Spanghero.
Il 30 maggio 1931, dopo una ben fomentata campagna di stampa, per ordine del governo vengono sciolti tutti i circoli giovanili dell’Azione Cattolica. A livello locale si va, comunque, con mano abbastanza leggera, anche perché diventa difficile trovare dei pretesti per intervenire. A Gorizia viene sequestrato un avviso del locale circolo, datato 1 aprile, che indiceva un turno di preghiera per il papa a causa della seguente frase:
[…] specialmente nell’ora presente, in cui la travagliata Società umana sta attraversando uno dei periodi storici più pericolosi e nella quale dovranno decidersi le sorti eterne di tante anime.
Sempre a Gorizia:
Il commissario che dirigeva la chiusura affermò il proprio dispiacere per il provvedimento, dichiarandosi cattolico, ma che quelli erano gli ordini.
Per protesta, il papa Pio XI ordina la sospensione di tutte le processioni per non esporre la religione al dileggio. Quell’anno a Turriaco la banda non suonò nel giorno del Corpus Domini. E questa è una notizia.
Il 2 settembre, comunque, venne raggiunto un accordo fra Santa Sede e governo e i circoli ripresero ovunque la loro vita con il nome di Associazioni di Azione Cattolica. Alla processione per la festa della Madonna dell’8 settembre, la banda c’era.
Con gli elementi più giovani della banda, il fascio locale istituisce la banda dell’Opera Nazionale Balilla e la fanfara della Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.) che si esibisce nelle ricorrenze e nelle manifestazioni che esaltano le glorie del regime.
La banda dell’Opera Nazionale Balilla
Il 19 novembre arriva in visita a Turriaco Amedeo di Savoia Aosta. In suo onore viene costruito un grande arco fra la Chiesa e la drogheria Martinuzzi. Il futuro viceré d’Etiopia ed eroe dell’Amba Alagi, a quel tempo ospite del castello di Miramare (luogo non proprio famoso per portare fortuna a chi ci abitava), viene accolto festosamente dalle autorità civili e religiose. La banda è ovviamente presente e si incarica di suonare la marcia reale.
Il 13 maggio 1934 ancora musica in piazza a Turriaco. Ma è quella di sei fanfare di bersaglieri presenti a un raduno nel corso del quale viene scoperta la lapide sulla casa dove visse il garibaldino Giuseppe Mreule. Alla sera, ballo in piazza.
Festeggiamenti per la visita del Duca d’Aosta
Una notizia che non c’entra con la banda ma c’entra con la mentalità dei turriachesi. Il 18 dicembre 1935, 416 spose offrono sull’altare della Madonna la loro fede nuziale alla Patria. In proporzione, Turriaco è il primo comune della Provincia per numero d’anelli d’oro offerti. (E ci limitiamo a riportare la notizia senza indulgere in troppi commenti.)
L’11 giugno del 1936 c’è la processione del Corpus Domini. Causa disaccordi fra i suonatori, per la prima volta la banda non vi partecipa. E questa è un’altra notizia.
La banda ripara lo sgarbo fatto alla popolazione prendendo parte compatta l’8 settembre 1938 all’imponente processione della Madonna che vede la partecipazione di circa 400 uomini e di 1000 donne. Il 18 e 19 settembre Benito Mussolini visita Trieste e Monfalcone e 400 persone di Turriaco si recano in queste località per acclamarlo. Si ignora quante fra queste appartenessero alla banda.
Il 1 settembre 1939 la Germania invade la Polonia e inizia la seconda guerra mondiale. L’Italia si dichiara non belligerante ma durerà poco.
Giovani bandisti a Turriaco (1939)
Il 10 giugno 1940, alle sei di sera, le campane di Turriaco suonano a stormo: le organizzazioni fasciste hanno convocato in piazza l’adunata generale per ascoltare il discorso che Mussolini sta per pronunciare dal solito balcone,
L’ora della decisione suprema è scoccata. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Francia e di Inghilterra
La popolazione la guerra non la voleva. Nessuna popolazione vuole la guerra, se solo si prende una persona per volta. Quando le persone si mettono tutte assieme le cose però possono cambiare, ed ecco spiegato come mai i cinegiornali girati nell’occasione ci mostrino immagini di folle festanti, quasi felici.
Comunque non era il caso di preoccuparsi troppo. La vittoria era sicura: Vincere, e vinceremo! Le armate germaniche, di cui non vedevamo l’ora di diventare fedeli alleati, dilagavano in Europa. Parigi stava per cadere così come tra poco sarebbe caduta Londra. Entro breve tempo tutto sarebbe finito.
Ad ogni buon conto, il giorno successivo al discorso di Mussolini, su Il popolo del Friuli, la Prefettura di Udine fa pubblicare dettagliate istruzioni sulle misure da adottare nel caso di incursioni aeree: illuminazione pubblica spenta, finestre delle case oscurate, fanali di auto, moto e biciclette azzurrati. Vero è che una circolare ministeriale suggeriva che il nastro per mascherare i vetri delle finestre poteva essere alquanto decorativo, se usato in maniera fantasiosa (c’è sempre qualcuno che le barzellette le capisce un attimo dopo) ma, in ogni caso, si comincia a intuire che non sarà tutto rose e fiori.
Che le cose non stessero andando proprio benissimo, chi è stato chiamato alle armi lo capisce da solo. Chi è rimasto a casa, lo può capire guardando semplicemente nel piatto.
Dal 6 maggio è in vigore la legge 577. È la legge che introduce il razionamento alimentare e la tessera annonaria. Un primo assaggio (scusate il gioco di parole) lo si era già avuto nel settembre del ‘39, quando era entrata in guerra la Germania, con il divieto di vendere carne, e di servirla nei ristoranti, nelle giornate di mercoledì e venerdì. Adesso che è entrata in guerra anche l’Italia, le restrizioni hanno un crescendo rossiniano:
La fame comincia a picchiareduro su chi vive del solo salario. Secondo un’inchiesta che l’Università di Trieste condurrà nel 1942, circa due milioni e mezzo di famiglie soffrono la fame nel pieno senso fisiologico della parola e almeno altrettante hanno un vitto insufficiente. Complessivamente, oltre il 40% di coloro che sono stati presi in esame nell’inchiesta vive al di sotto del livello alimentare minimo.
E i problemi non si limitano solo al cibo. Da tempo sono praticamente introvabili sale, sapone, filo per cucire, tabacco, pneumatici, eccetera, eccetera,
Intanto sono cominciate ad arrivare a Turriaco le brutte notizie.
Nel 1941 venivano feriti in Albania Remigio Passon della divisione Julia e il granatiere Rodolfo Stormi (Sturm) mentre Mario Tonzar e Antonio Gregorin venivano fatti prigionieri dagli Inglesi in Egitto. Nel Mediterraneo Mario Viscovig veniva dato per disperso.
E, ancora:
[…] l’11 settembre 1942 muore sul Don il caporalmaggiore Aldo Volpatti, unico figlio maschio di madre vedova. Sempre dalla Russia vengono comunicati i nomi di una decina di dispersi. N on ritorneranno più. Disperso è anche Mario Verginella, imbarcato sull’incrociatore Alberto da Giussano, colpito da due siluri al largo di capo Bon. Un po’ meglio va ai turriachesi fatti prigionieri che verranno internati in Russia, India, Egitto, Sud Africa e, perfino, negli Stati Uniti.
A casa si cerca di sopravvivere, ma è dura. Il 7 ottobre del 1942 le campane della Chiesa vengono requisite ad uso bellico. Dal 19 dicembre al 15 febbraio dell’anno successivo le scuole sono chiuse perché non si riesce a riscaldarle.
Le campane rimosse dalla Chiesa
Il 1943 si apre con la disfatta tedesca a Stalingrado. Il vento ha cambiato direzione e la Wehrmacht non è più invincibile. A marzo un’ondata di scioperi, che ha il suo epicentro in Torino, sconvolge l’Italia del nord; Hitler si arrabbia molto alla notizia. L’economia, messa in crisi da tre anni di guerra, sta tracollando. Il 7 aprile la Bolivia dichiara guerra all’Asse: piove sul bagnato. Il 10 luglio la Settima Armata di Patton sbarca in Sicilia.
Il 23 luglio 1943 il Duce diventa il cavalier Benito Mussolini e il fascismo crolla. Il giorno dopo Turriaco scende in piazza a festeggiare la caduta del regime e a distruggerne i simboli. Sono solo i simboli a essere distrutti: nessuno subisce violenza per quanto avvenuto durante il Ventennio.
Nei giorni successivi, l’arrivo di guardie armate calma in ogni caso gli animi. Viene istituito il coprifuoco dalle nove di sera alle cinque del mattino. Ora si aspetta solo la fine della guerra.
La sera dell’8 settembre la radio trasmette il messaggio di Badoglio che annuncia la firma dell’armistizio. Sembrerebbe che tutto sia finito, ma non è così.
Il fatto che l’Italia si fosse arresa non piacque molto ai tedeschi che da queste parti si affrettarono a creare la Zona d’operazioni del Litorale Adriatico, (OZAK, acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland) che comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana, e che, sottratta alla giurisdizione della neocostituita Repubblica di Salò e sottoposta direttamente all’amministrazione militare tedesca, veniva così a trovarsi, di fatto, annessa al III Reich.
Uno dei vantaggi dell’essere governati dai tedeschi consistette nelle, diciamo così, varianti edilizie che gli occupanti si preoccuparono di introdurre nel territorio. Ad esempio, una serie di edifici adibiti alla pilatura del riso che si trovavano nel rione di San Sabba, a Trieste, venne trasformato nel primo e unico campo di sterminio, dotato di regolamentare forno crematorio, esistente in Italia.
Il collaudo del complesso venne effettuato nell’aprile del 1944 sui cadaveri di 71 ostaggi, scelti a caso tra i detenuti delle carceri triestine e assassinati per rappresaglia allo scoppio, in un cinema di Opicina, di una bomba a orologeria che aveva provocato la morte di 7 militari tedeschi.
Scoppia la guerra di liberazione la quale, a differenza di quanto avvenuto nel resto della Penisola, vede di fronte non solo partigiani contro tedeschi ma anche partigiani contro partigiani.
Dal punto di vista militare, l’episodio più importante della lotta partigiana fu quella che venne definita la battaglia di Gorizia e che si svolse subito agli inizi, fra l’11 e il 26 settembre 1943. La battaglia vide impegnate, da un lato, le truppe tedesche che si accingevano a occupare la città (la 71a divisione di fanteria a cui si affiancarono, nel corso della battaglia, alcuni reparti corazzati della 24-esima divisione Panzer per un totale di circa ottomila uomini) e, dall’altro, un insieme di forze costituito da quello che restava dei reparti militari stanziati sul territorio dopo lo sbandamento seguito all’armistizio, una formazione partigiana formata da un migliaio di operai del Cantiere di Monfalcone, costituitasi spontaneamente alla notizia che stavano arrivando i tedeschi, e nuclei di partigiani sloveni che operavano in zona, per un totale di circa duemila uomini.
La battaglia si articolò in una serie di cruenti scontri che avevano come obiettivo il controllo delle linee ferroviarie e dei due aeroporti del Goriziano e si concluse con l’inevitabile vittoria dei tedeschi, superiori per numero e per armamento.
Il 16 settembre, nel pieno dei combattimenti, il plenum del Fronte di liberazione sloveno, in cui la componente comunista era maggioritaria, emanò un proclama in cui veniva dichiarata l’annessione alla Slovenia di tutte le terre a est dell’Isonzo, incluse dunque Trieste e Gorizia, e di quelle nelle quali vivesse comunque una componente etnica slovena, e dunque anche di quella che veniva detta la Slavia Veneta (Benečija) e che comprendeva le valli del Torre e del Natisone.
Qui operavano i reparti della Brigata Garibaldi, costituita prevalentemente da militanti comunisti, e della Brigata Osoppo, cui affluivano invece in maggioranza elementi di matrice cattolica e azionista. Mentre in altre zone delle regione era stato possibile raggiungere degli accordi operativi fra le due formazioni, in quest’area, a causa di insormontabili differenze sia ideologiche sia strategiche, queste agivano in piena autonomia. Ad acuire il contrasto, c’era soprattutto il diverso atteggiamento nei confronti delle pretese territoriali del Fronte di liberazione sloveno, respinte dagli osovani e condivise invece dai garibaldini in virtù della comune appartenenza ideologica al campo comunista.
Le forze partigiane del IX Korpus, inquadrate nell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia sotto il comando di Tito, chiesero ai reparti italiani di passare sotto il loro controllo, al fine di coordinare meglio la lotta. I garibaldini accettarono e la divisione Garibaldi Natisone venne così trasferita in Slovenia, rompendo ogni contatto con il Comitato Nazionale di Liberazione italiano.
L’obiettivo dei partigiani jugoslavi era triplice: liberare le zone occupate dagli eserciti dell’Asse, creare una serie di fatti compiuti per sostanziare le proprie rivendicazioni territoriali eliminando ancora nel corso delle operazioni belliche ogni opposizione—reale o potenziale—a tale disegno e procedere nel contempo a una rivoluzione sociale di tipo marxista.
In questo clima maturò l’eccidio della malghe di Porzûs, nel comune di Faedis. Il 7 febbraio 1945 un comando dei GAP di Udine, i piccoli Gruppi di Azione Patriottica che la brigata Garibaldi aveva addestrato e impiegava per compiti di guerriglia urbana, attaccò il comando della Osoppo che si era rifugiato nelle malghe e, dopo aver disarmato quelli che a tutti gli effetti erano considerati dei nemici, ne fucilò il comandante, il commissario politico, un partigiano sbandato che si era unito alla formazione e una ragazza che, accusata di essere una spia, si era presentata spontaneamente al comando per proclamare la propria innocenza. Nei giorni successivi vennero uccisi altri 17 partigiani che erano stati catturati nell’azione. Questo episodio, il più tragico della storia della Resistenza, ha suscitato, e per certi aspetti continua ancora a suscitare profonde passioni, dando vita a un animato dibattito non solo politico ma anche storiografico.
Anche Turriaco pagò il suo pesante contributo alla guerra di liberazione. Tutto iniziò con l’opposizione all’ordine di mobilitazione per le classi dal 1914 al 1926 firmato dal governatore (Gauleiter) di Trieste. Piuttosto che combattere a fianco dei tedeschi, una quarantina di giovani scelse la strada della lotta armata partigiana mentre, in paese, coloro che sostenevano la Resistenza provvedevano alla raccolta di fondi, alimentari e vestiario da far arrivare a chi combatteva. Al termine si piangeranno una dozzina di caduti, morti in battaglia, fucilati o internati nei campi di concentramento.
Tutto sembrò finire alla fine di aprile del 1945, con la ritirata del grosso delle forze tedesche. Ma la fine dei combattimenti non determinò in queste terre la fine delle tragedie.
Nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio il Comitato di Liberazione Nazionale ordina l’insurrezione generale. Turriaco insorge armata; dei militari tedeschi vengono catturati. Il 1 maggio del 1945 i partigiani jugoslavi riescono a entrare prima delle truppe alleate a Gorizia e a Trieste assumendone di fatto il controllo militare.
Inizia un’occupazione che durerà fino al 12 giugno, data in cui, in seguito alla firma dell’accordo di Belgrado, le due città passeranno sotto il controllo del Governo Militare Alleato e nel corso della quale verrà istituito lo Slovensko Primorije, il Litorale Sloveno che aveva come capitale Trieste e comprendeva anche i territori di Gorizia, Cividale, Tarvisio e Tarcento, considerati slavofoni. Inizia l’epurazione di tutti coloro che erano potenzialmente contrari all’annessione alla Jugoslavia. Responsabili e funzionari italiani di tutti i settori della vita civile vengono sostituiti con elementi slavi. Benché la guerra sia finita, centinaia di cittadini vengono arrestati, interrogati sotto tortura, deportati in campi di concentramento all’interno della Jugoslavia, infoibati. Nel Parco della Rimembranza di Gorizia un monumento elenca i nomi di 665 deportati e uccisi in quei tragici 40 giorni.
In mezzo a tutto questo pandemonio la banda, com’è ovvio, letteralmente scompare. La musica è qualcosa che sopravvive anche nelle condizioni più tragiche, come testimoniato dalle orchestrine che suonavano nei campi di sterminio nazisti. Ma per fare musica è necessario che ci siano i musicisti. Durante la guerra era morto Albino Tomasella, storico presidente della Società Filarmonica, ma non si era riusciti a raccogliere nemmeno un gruppetto minimo di bandisti che potesse suonare al funerale.
Terminate le ostilità e calmate almeno un poco le acque, ci si cominciò a guardare attorno. Due vecchi componenti della banda, Sigifredo Cosolo e Federico Clemente, si misero all’opera per ricontattare coloro che ritornavano dalla guerra e cercare di recuperare—andando letteralmente a frugare casa per casa, in cantine e soffitte—quanto era rimasto degli strumenti.
Gli sforzi furono coronati da successo, la voglia di suonare rinacque e la processione della Madonna del’8 Settembre 1945 ebbe, com’era doveroso, l’accompagnamento della banda, sebbene con organico più che dimezzato.
Fra quelli che suonano oggi, c’è ancora chi si commuove al pensiero di quell’evento che lo vide esordire tredicenne al clarinetto e ricorda che la processione si mise in moto al suono di Madonna del Rio (quella dei libreti veci, aggiunge). E, quando di un periodo così travagliato, ci si rammenta di quello che si suonava alle processioni, vuol dire che la musica è veramente in grado di accompagnare e segnare tutta una vita.
Ripartire da capo e ricostruire—quando quello che c’era prima è andato distrutto—non è mai facile, ma lo si è sempre fatto e sempre lo si farà. Terminate le ostilità, la Società Filarmonica rinasce, come la fenice, dalle ceneri e riprende la sua attività. Si tengono le elezioni per le cariche direttive ed Egidio Spanghero diventa il primo presidente del dopoguerra, con Federico Tomasella che funge da vicepresidente e Silvano Gregorin da segretario. Maestro della banda è inizialmente Giuseppe Clemente che verrà presto sostituito da Vittorio Candotti. Dimessosi per trasferimento il segretario, si procede a nuove elezioni che porranno al vertice della società Albano Cecchini il quale resterà in carica fino al 1958.
È in questi primi anni della ricostruzione, e della ricostituzione, che prendono vita e vengono a consolidarsi, per convinzione condivisa, senza che qualcuno li enunciasse esplicitamente, alcuni dei principi fondamentali che regoleranno l’attività della Società negli anni seguenti, e che continuano a regolarla ancora oggi.
Il primo è l’assoluta indipendenza da qualsiasi tendenza o suggestione di tipo politico. Il periodo appena trascorso era stato terribile e aveva lasciato nella popolazione profonde ferite che non si erano ancora rimarginate. Con l’occupazione jugoslava di queste terre si era infatti scatenata una violenta resa dei conti e una feroce repressione nella quale si intrecciavano, in maniera inestricabile, ideologie politiche e sentimenti nazionalistici. Tutto partiva, come si è detto, dall’intenzione jugoslava di annettersi i territori a est dell’Isonzo. Scrive lo Spanghero:
Per far sì che al tavolo delle trattative di pace di Parigi, venisse riconosciuta la sovranità di Belgrado su tutta la regione, occorreva che nessuna forma di opposizione contrastasse la prospettiva di annessione. Per conseguire questo risultato era necessario, inoltre, che la comunità italiana fosse decapitata dei proprio punti di riferimento politici, sociali, culturali e storici. In ultima analisi della propria identità. L’attuazione di questo progetto prevedeva tutta una serie di atti intimidatori volti a ridurre al silenzio possibili antagonisti.
Chi si opponeva veniva automaticamente tacciato, secondo l’occasione, di fascista, nemico del popolo, spia degli Inglesi o emissario del Vaticano e correva rischi seri, molto seri. Oggetto di minacce esplicite fu perfino Rodolfo Clemente, maestro storico della banda che, ormai ultrasettantenne, non poteva certo costituire una minaccia per nessuno ma che, con il suo carisma e la sua personalità, continuava a rimanere una figura di riferimento per la popolazione di Turriaco. Le 52 foibe scoperte sul Carso stanno a testimoniare le efferatezze e le brutalità commesse in quel periodo e appare risibile, e addirittura empia, la discussione che continua ancora fra le parti su quale fosse l’esatto numero di coloro che vi furono gettati.
Terminato quell’incubo, nessuno voleva correre il pericolo che si ripetesse, nemmeno ipoteticamente, qualcosa di simile. Alcune testimonianze dirette danno un’idea di come la pensassero i bandisti di allora. Ricorda Mario Tomasella:
Anche se c’erano degli screzi politici e il paese era diviso, quando si andava a suonare, si suonava. Si andava a suonare sia per l’uno sia per l’altro. Avevamo incominciato nel ‘45 a suonare marce funebri per i caduti partigiani, quando venivano traslate le salme dalla montagna.
La banda alla processione della Madonna (1954)
E questo è quello che racconta (tradotto dal bisiaco) Luigi Farfoglia:
Momenti difficili. Subito dopo la guerra non sapevi cosa fare: se suonavi per i comunisti ti guardavano di brutto, se suonavi per i democristiani ti guardavano di brutto. Non sapevi cosa fare. Al Comune ci volevano come Banda Municipale ma noi abbiamo sempre resistito, rimanendo neutrali e andando a suonare per tutti. Abbiamo avuto, sì anche noi, momenti difficili, però dobbiamo dire che con tutto questo siamo stati sempre assieme, in piedi, e siamo ancora qua.
L’idea che tutti condividevano era che (senza traduzione) … no te pol missiar la musica cu la politica _… e che l’amore per la prima affratella mentre quello per la seconda può dividere.
La banda alla sfilata del Primo Maggio (senza data)
Nel verbale della riunione tenuta la vigilia di Natale del 1945 in casa Gregorin, presenti il presidente Egidio Spanghero, il vice e due consiglieri, al primo punto si legge:
… a Tomasella Giovanni, degente all’ospedale, verrà corrisposta la somma di lire 1000 (mille) quale assistenza allo stesso per la sua malattia.
Solidarietà e amicizia erano quello che contava mentre la politica, pur essendo ognuno libero di pensarla come voleva, veniva tenuta rigorosamente fuori dalla porta. E, per l’appunto, ecco la banda suonare a manifestazioni di ogni genere e colore, laiche e religiose, Feste dell’Unità (comuniste) e Feste dell’Amicizia (democristiane) e, perfino, a un raduno del Partito Liberale. Quel perfino non ha ovviamente alcuna connotazione ideologica solo che, obiettivamente, quella volta era un po’ difficile trovare dei liberali fra la popolazione di queste parti.
Se a Turriaco la processione della Madonna si tiene per la Natività di Maria, a Pieris—località famosa per aver dato i natali, quasi contemporaneamente a Fabio Cappello e a una delle due versioni di tiramisù*_ riconosciute ufficialmente dall’Accademia Italiana della Cucina—la si fa quando si festeggia la Madonna della Salute. Una foto (di qualità troppo bassa per essere pubblicata) ritrae in formazione congiunta le bande dei due paesi il 21 Novembre del 1946. Gli organici sono esigui ma l’unione, come sempre, fa la forza.
Insomma si sta ripartendo ma rimettere in moto la macchina non è facile. Il miracolo economico è ancora da venire. Per intanto si lavora, come sempre. Si lavora ma quello che si ricava è sempre poco, troppo poco. A malapena si riesce a far sopravvivere la propria famiglia e per la banda non ci sono molte risorse.
A marzo del 1948 viene fatta una sottoscrizione popolare per raccogliere un po’ di danaro. Oggi verrebbe chiamata un fund raising o un crowd funding; quella volta quei termini non si usavano, ed era una fortuna. L’attacco del proclama (pardon, dell’avviso) con cui si fa appello alla generosità dei turriachesi è da manuale e ricorda tanto quelli che iniziavano con l’immancabile Ai miei popoli!, a riprova che, sepolta nell’inconscio collettivo, c’era sempre la memoria dell’aquila bicipite.
Ai paesani tutti!
In questi ultimi mesi la suddetta Società è stata costretta a far eseguire diverse e costose riparazioni ai vari strumenti. Per far fronte a dette spese, la Società a suo tempo ha organizzato una veglia, ma purtroppo la stessa non è riuscita allo scopo.
Pertanto, e considerando che questa società è l’unica ancora in piedi di tutto il Monfalconese (questo è ambizione di tutto il paese) vi si prega gentilmente di voler contribuire con anche piccola offerta in denaro, affinché la società possa evitare lo scioglimento.
Che gli strumenti fossero in condizioni pietose non stentiamo a crederlo. Nessuno aveva lo strumento di proprietà e si suonava con quello che veniva passato dalla banda. Quale fosse la qualità del prodotto lo si può ricavare da alcune testimonianze riportate nel manoscritto del Cosolo.
Il clarinetto di Valerio Furioso, completamente sfiatato, emetteva più aria che note. Per farlo funzionare, si ricorreva a una soluzione low tech ma efficace: si immergeva il clarinetto nel’’albio (la vasca di pietra o cemento che si trovava sotto la pompa a mano in cui veniva raccolta l’acqua per gli usi non potabili) in modo che i cuscinetti si ingrossassero e facessero un po’ di presa.
Un altro strumento che metteva a dura prova la pazienza di chi lo suonava era il liròn, il contrabbasso. Già di per conto suo si tratta di un arnese la cui intonazione non è semplicissima. Se, come spesso succedeva, qualche chiave non faceva bene il suo lavoro, l’intonazione, non solo della relativa corda ma, a catena, di tutte le altre, andava a farsi benedire.
In ogni modo la campagna di marketing basata sull’orgoglio paesano, anche se non sarebbe stata certamente approvata da quelle agenzie che oggi vanno tanto di moda, evidentemente funzionò. Ci fu chi, dando prova di grande generosità, ed evidentemente anche di una certa agiatezza (forse sarebbe più corretto dire assenza di miseria, ma due negativi assieme stanno male), donò addirittura 5000 lire. Il parroco don Eugenio, che ricco certamente non era, fece un’offerta di 2000 lire. La raccolta fruttò in tutto 13.200 lire, derivate in gran parte da donazioni di piccolo importo effettuate da un gran numero di persone. Nella rendicontazione finale il cassiere Egidio Spanghero annotò l’ammanco di 100 lire. Ci piace pensare che qualcuno avesse sbagliato di rilasciare qualche ricevuta o che ci fosse qualche errore nel fare i riporti.
Comunque sia, piano piano la banda ricomincia a funzionare. Si consolidano e rafforzano i legami con il paese riprendendo le vecchie tradizioni e dando origine a delle nuove. La banda è ormai una presenza fissa, e sicura, in tutti gli eventi importanti: le processioni del Corpus Domini e della Madonna (serviva dirlo?), ma anche le feste nazionali, la sfilata del 1° maggio, il saluto alla popolazione le mattine di Capodanno e di Pasqua, il concerto di Natale. Si ricomincia anche a farsi vedere in giro, non solamente nei paesi circostanti ma puntando anche un po’ più lontano.
Le trasferte avvenivano per la massima parte con mezzi di fortuna, ma ci si muoveva comunque. Resta ancora vivo nella memoria degli anziani il ricordo di un concerto tenuto ad Aiello del Friuli dopo un viaggio di un paio di ore compiuto su un carro agricolo: suonatori seduti ai bordi e strumenti all’interno, con il liron al centro, adagiato sulla paglia.
Sotto la guida del maestro Candotti, il livello qualitativo generale migliora di molto. Nel 1952 la banda partecipa al Concorso Bandistico Interprovinciale di Gemona del Friuli e ritorna a casa con il secondo premio. Purtroppo il 1952 è anche l’anno che a Turriaco vede la scomparsa del vecchio maestro Rodolfo Clemente.
Nel 1958 il maestro Candotti si trasferisce a Grado e lascia la direzione della banda. Al suo posto subentra il maestro Nereo Cosolo—turriachese purosangue, trombettista e assistente di Candotti—che nel frattempo aveva conseguito l’abilitazione alla direzione bandistica al conservatorio di Venezia. Nello stesso anno si rinnovano le cariche sociali. Dopo 10 anni di presidenza, Albano Cecchini lascia la carica e viene sostituito dal giovane Silvio Gualtiero Cosolo, cugino del maestro Nereo. La storia della banda volta pagina.
Una bella immagine del maestro Candotti
Gli obiettivi che il neopresidente—che tutti chiamano Silvio ma che qui chiameremo Gualtiero, per evitare confusioni con il compianto maestro Silvio Cosolo, a ricordo del quale gli venne dato il nome—si pose all’inizio del suo mandato erano chiari e ambiziosi.
In primo luogo, occorreva ringiovanire e incrementare l’organico della banda che, con i progressivi ritiri e le inevitabili scomparse dei vecchi suonatori, si era ormai ridotto ai minimi termini. Basti pensare che nell’Assemblea del 22 luglio 1958 in cui si procedette al rinnovo delle cariche, il Cosolo venne eletto con otto voti su dieci presenti. A ranghi completi, diciamo così, la banda poteva contare su una quindicina di elementi, organico troppo esiguo per poter soddisfare dignitosamente anche minime esigenze orchestrali.
In secondo luogo, era necessario ammodernare gli strumenti, ormai vetusti e al limite dell’usabilità. In terzo luogo, occorreva pensare a migliorare l’immagine che la banda proiettava all’esterno e che, inevitabilmente, si rifletteva anche nel modo in cui gli stessi componenti la percepivano al loro interno.
Al primo problema, la cui soluzione era raggiungibile solo a medio e lungo termine, si cominciò a porre rimedio con le lezioni che il maestro Nereo Cosolo cominciò a impartire, in forma privata, ai giovani che volevano accostarsi alla musica e suonare in banda. Il secondo problema richiedeva invece una soluzione immediata.
Dopo un’accurata ricognizione e un approfondito inventario, vennero identificati gli strumenti che potevano essere riparati e quelli che dovevano invece essere inevitabilmente sostituiti. Venne contattato Guido Bardelli, titolare di una rinomata ditta che fabbricava e vendeva strumenti musicali in Trieste con il quale, dopo aver avuto assicurazione che vi sarebbero state delle facilitazioni sui pagamenti rateali, ci si accordò per le riparazioni e gli acquisti. Una ventina di giorni dopo l’incontro con il Bardelli, gli strumenti, sia quelli nuovi sia quelli rigenerati, erano pronti per essere consegnati ai bandisti.
Il tentativo di, come si direbbe oggi, rifare il look alla banda si concretizzò nella travagliata acquisizione dei mitici berretti con visiera, impresa che, nelle memorie autobiografiche del Cosolo, viene ad assumere dimensioni quasi epiche.
Tanto per cominciare, bisognava contrastare i mugugni dei bastian contrari i quali sostenevano che, con le casse malinconicamente vuote, non era assolutamente il caso di fare spese inutili. La Presidenza era convinta, al contrario, che il migliorare l’aspetto esteriore della banda risultasse invece un’esigenza prioritaria. Un argomento particolarmente efficace che veniva portato nelle discussioni sull’argomento era che nessun’altra banda della regione aveva ancora il berretto. Alla fine, dopo dibattiti e controversie, i berretti vennero acquistati e per la festa della Liberazione, il 25 aprile 1961, i bandisti di Turriaco poterono orgogliosamente esibirsi a capo coperto.
L’accresciuto prestigio derivante dal possesso dei berretti provocò un aumento nel numero dei cosiddetti servizi: *esibizioni—con relativo pagamento—che venivano richiesti alla banda i proventi dei quali contribuirono ad allentare, almeno un poco,mi problemi finanziari in cui ci si dibatteva.
Prima esibizione con i berretti
Ma, come si sa, l’appetito vien mangiando. Dopo un po’ di tempo che la banda stava suonando con il berretto in testa, qualcuno cominciò a pensare che il farlo indossando una smagliante divisa avrebbe contribuito a darle ulteriore lustro. Purtroppo la situazione finanziaria, sulla quale pesava ancora il debito contratto con la ditta Bardelli, non permetteva di realizzare quell’idea, che rischiava di restare così confinata nel libro dei sogni.
Per cercare di renderla minimamente realizzabile si seguirono strategie diverse. Anzitutto venne resa sistematica e standardizzata l’attività del batter cassa: decine di domande di contributi furono inviate a comune, provincia, regione, enti e banche varie, mentre parrocchie e circoli vennero inondati con offerte di sfilate ed esibizioni, pardon, di servizi.
Ultima esibizione con i berretti (e senza divisa)
In secondo luogo, si pensò di ricorrere a forme di autofinanziamento. Fra queste ultime, quella che certamente riscosse maggior successo fu il Veglione della Polka* _che, nato inizialmente come festa per Capodanno, venne esteso e ripetuto in altre occasioni. Il veglione si teneva presso la sede dell’ENAL.
Oggi di ENAL non si parla più e, al massimo, i più giovani conoscono l’Enalotto (o, quelli ancora più giovani, il SuperEnalotto). Tecnicamente ENAL stava per Ente Nazionale Assistenza Lavoratori, ma per tutti voleva dire, lampante esempio di sineddoche applicata alla vita quotidiana, quel dopolavoro che dal primo dopoguerra sino alla fine degli anni Settanta costituì, accanto alla parrocchia e non tenendo conto delle sedi di partito, l’altro fulcro su cui si incentrava la vita sociale di molti dei nostri paesi.
Veglione della polka
L’idea alla base del Veglione era quella di riprendere, in piena epoca rock, la musica dei tempi andati. Gli spartiti per polke, mazurche, valzer e one step erano ricavati direttamente dai libretti del periodo in cui Turriaco aveva le sue due orchestre da tavolaz. Una delle conseguenze di questa iniziativa fu la riscoperta di diverse composizioni di Silvio Cosolo che erano andate dimenticate. I veglioni tentavano di ricreare l’atmosfera del passato, e ci riuscivano benissimo. Negli inviti alla festa (che venivano recapitati personalmente alle autorità e ai personaggi “importanti” del paese) era precisato che sarà gradito l’abito scuro; non mancavano gli omaggi floreali per le signore, mentre la gara di valzer e la lotteria mettevano in palio ricchi premi. Il riscontro economico di tali iniziative fu comunque modesto e la divisa per la banda dovette aspettare tempi migliori.
Premiazione della Miss
Questi arrivarono in occasione di un evento particolare: il centesimo anniversario di fondazione della Società. All’approssimarsi della ricorrenza, il presidente Gualtiero Cosolo convocò il Consiglio Direttivo ed espose le sue idee sull’organizzazione dei festeggiamenti.
Primo punto qualificante: la banda si doveva presentare sotto un nuovo aspetto che le permettesse di ben figurare, per cui
… era necessario provvedere all’acquisto della divisa, che avrebbe contribuito sicuramente a dare un’impronta nuova, come lo era stata a suo tempo l’adozione del berretto.
In secondo luogo, era fondamentale che nel corso del concerto, offerto oltre che alla popolazione agli invitati e agli ospiti di rilievo (che, si sperava, avrebbero avuto un ruolo determinante nella concessione dei contributi finanziari), si riuscisse a fornire una prestazione di alto livello, tale da essere apprezzata anche da chi la musica era abituato a sentirla in teatro.
Ultimo, ma non meno importante: bisognava pensare alla pubblicazione di un opuscolo celebrativo in cui venissero ricordati i principali eventi nella storia della banda.
Se il programma sembrava allettante, l’idea di accollarsi un nuovo debito per l’acquisto delle divise mise in allarme gli anziani presenti in Direttivo che (occorre dirlo?) manifestarono la loro contrarietà. Dopo vivaci discussioni, puntando sul fatto che il progetto avrebbe avuto successo solo se portato a compimento nella sua interezza, si riuscì a ottenere il necessario benestare. Terminata la seduta, il presidente Cosolo si rimboccò—metaforicamente, ma non solo—le maniche e la macchina organizzativa si mise in moto.
I mesi che precedettero la celebrazione dei festeggiamenti furono frenetici. Il clima di tensione era palpabile. Non si era mai fatto nulla di simile, non c’erano esperienze precedenti cui rifarsi, bisognava inventarsi tutto. L’idea era che l’intera manifestazione doveva lasciare il segno, altrimenti tutto sarebbe stato solo tempo perso.
Come fornitrice delle divise venne scelta la Manifattura Fraizzoli & C. di proprietà di Ivanoe Fraizzoli, in quel periodo presidente dell’Inter. Da braccio operativo della Società Filarmonica e tramite con i fornitori fungeva la benemerita ditta Virgolin, che gestiva un negozio di abbigliamento famoso in tutto il territorio monfalconese. Il giorno fissato per prendere le misure delle divise, i primi a presentarsi nel negozio furono proprio coloro che avevano manifestato le maggiori perplessità nei confronti dell’iniziativa
Dalle fatture emesse nell’occasione sappiamo che la somma pagata per la fornitura fu di 1.389.851 lire, un importo notevole per quei tempi, sotto tutti i punti di vista. Si deve comunque dire che il risultato era di tutto rilievo e che, soprattutto, nel costo era compresa anche la fornitura dei nuovi berretti!
Il concerto, per cui la banda si stava preparando puntigliosamente, era diviso in due parti e comprendeva una dozzina di pezzi che formavano un insieme bilanciato e tale da soddisfare qualsiasi gusto. Si partiva con una marcia del compianto Silvio Cosolo mentre altre due marce erano opera del maestro Nereo. C’erano brani d’opera (Norma e Nabucco) e d’operetta (Vedova allegra), l’Ave Maria di Gounod, qualche immancabile pezzo di, o ispirato a, von Suppé e altro ancora. Provate a rispondere: con cosa finiva, secondo voi, il concerto? Sì, avete indovinato!
Per la stesura dell’opuscolo si ricorse al contributo di due maestri: quello della banda, Nereo Cosolo, e quello del maestro elementare Silvio Domini, Ispettore Onorario Antichità e Monumenti e profondo conoscitore della storia locale. L’opuscolo, formalmente dedicato al discorso celebrativo che il presidente Cosolo avrebbe pronunciato nell’occasione, ripercorreva nei suoi momenti più significativi, acquisto dei berretti compreso, la storia della Filarmonica.
Il Comitato d’Onore era formato dalle più alte autorità reperibili in loco e comprendeva il presidente e il vicepresidente della giunta regionale, il prefetto, il presidente della provincia, l’assessore regionale alle finanze il sindaco di Turriaco—fra parentesi: un altro Cosolo, Giorgio—e il maestro Domini. La manifestazione aveva ricevuto l’adesione: di regione - provincia - comune - prefettura - Pro Loco nonché quelle, molto apprezzate, della Cassa di Risparmio di Gorizia, della Cassa di Risparmio di Trieste e della Banca del Friuli. Vennero contattate stampa e televisione e furono rilasciate le doverose interviste. Insomma tutto fu fatto a puntino.
Invito ufficiale alle celebrazioni per il Centenario
La sera del 12 dicembre 1970, mentre folla e invitati affluivano in centro paese, la banda era schierata, con le sue fiammanti divise, davanti all’ENAL. Il maestro Cosolo diede l’attacco di Borgosesia, marcia brillante sulle cui note si svolse la breve sfilata fino in piazza. Per tutta la strada la banda venne accolta da una folla festante e prodiga di applausi. La tensione accumulata negli ultimi mesi si sciolse di colpo. Suonare il clarinetto mentre scendono le lacrime non è facile, ma quella volta qualcuno ci riuscì.
Foto_celebrativa per il Centenario
Le celebrazioni del centenario rappresentarono un punto di svolta nella vita della Società Filarmonica. Un decennio, o giù di lì, di presidenza Cosolo aveva trasformato un sodalizio a rischio di estinzione in un organismo vitale, carico di entusiasmo e desideroso di continuare a coltivare, e a diffondere, il proprio amore per la musica. Un contributo fondamentale in questa trasformazione venne dato dal maestro Nereo Cosolo che, nato musicalmente all’interno della banda e cresciuto assieme ad essa, la stava guidando con passione e competenza.
La banda comincia a farsi conoscere, la sua fama varca i confini provinciali e la stampa ne prende atto. Con il titolo Si fa onore la banda di Turriaco, il quotidiano locale così commentava l’attività della Filarmonica:
Con il concerto effettuato la scorsa domenica a Lignano Sabbiadoro su invito dell’Azienda Turistica, oltre a quelli svolti in precedenza nelle diverse località del Friuli V.G., si è concluso il ciclo della stagione 1971 delle trasferte del corpo bandistico dell’Associazione Filarmonica di Turriaco. Ovunque le accoglienze sono state festose e coronate da successi ed il pubblico, sempre numeroso, ha sottolineato tutte le esecuzioni con vero entusiasmo elargendo all’indirizzo dei suonatori spontanee ovazioni.
La poliedricità dei programmi che vanno dal repertorio sinfonico a quello dell’opera e dell’operetta, fanno fede alle indiscusse capacità degli esecutori, sia dal lato tecnico, di ottimo livello sia per la raffinata interpretazione che sotto la guida del M° Nereo Cosolo, danno apprezzabili risultati.
Di recente, la Filarmonica per festeggiare il centenario di fondazione, con l’apporto dell’opera infaticabile del loro presidente Gualtiero Cosolo, ha promosso manifestazioni culturali ed artistiche alle quali hanno presenziato importanti autorità e un folto pubblico. Turriaco è cittadina da annoverare fra quelle che hanno una tradizione da conservare e che considerano l’arte in genere, preziosa linfa vitale.
Il maestro Nereo Cosolo alla guida della Filarmonica
Altro titolo La banda di Turriaco: da Vivaldi a Beethoven e altro articolo, questa volta di commento alle elezioni che nel 1975 hanno portato a rinnovare il Direttivo. Dopo aver elencato gli eletti (squadra che vince non si cambia: presidente Gualtiero Cosolo, vicepresidente Albano Cecchini, segretario Egidio Spanghero, maestro Nereo Cosolo più i vari consiglieri fra cui, per la prima volta, viene dato spazio a un rappresentate dei giovani bandisti) ed essersi soffermato sul rinnovo del repertorio che la banda sta mettendo in atto, l’articolo così conclude:
Un’altra caratteristica degna di nota del gruppo è il fatto che, pur essendo nato e operando tuttora in un piccolo centro, riesce da oltre cent’anni a mantenersi in vita da solo, cioè non è finanziato da alcun ente pubblico o privato.
È una società formata da persone che si dedicano per hobby alla musica, al contrario di molti altri complessi bandistici che godono, essendo localizzati in centri maggiori, di sovvenzioni e appoggi provenienti da vari enti pubblici, che danno loro la possibilità di poter disporre di strumenti nuovi, di sale dove poter tenere le prove di banda è così via. Perciò è da ammirare la forza di volontà che anima queste persone che nello stesso tempo sono musicanti, soci e dirigenti della loro società.
La questione finanziaria comincia, comunque, a non essere più il problema principale e la banda può tirare un po’ il respiro e ampliare il proprio raggio d’azione. Si intensificano le trasferte che, da episodi sporadici, diventano eventi abituali della vita societaria. Elencare tutti le esibizioni e tutti i viaggi darebbe come risultato un elenco monotono di nomi e di date. Molto meglio è concentrarsi su quelli che, in retrospettiva, appaiono come i più rilevanti e significativi esempi dell’attività svolta in questo periodo.
Un esempio della meticolosità con cui si tenevano “i conti”
In primo luogo vengono logicamente i concerti. Oltre al tradizionale Concerto di Natale che costituirà, e continua ancora a costituire, un appuntamento fisso per la cittadinanza di Turriaco, ci sono quelli tenuti in occasione di circostanze o eventi particolari o, semplicemente, come occasione per farsi conoscere e apprezzare. Attraverso la partecipazione congiunta a concerti, manifestazioni e raduni vengono rafforzati i legami con le bande del circondario e della regione. Ecco dunque la banda di Turriaco suonare insieme alle vicine bande di Monfalcone, di Ronchi, di Pieris, di Fiumicello, venire invitata alle rievocazioni di importanti anniversari celebrativi, c ome quelli di Madrisio di Fagagna e di Santa Croce, presso Trieste, stringere con queste formazioni, e con altre che sarebbe troppo lungo elencare, rapporti di amicizia e fratellanza favoriti dal comune amore per la musica.
Raduno bandistico di Fiumicello (1975)
Ricordiamo solo un evento, fra tutti: il grande concerto (che in dialetto diventa logicamente Concertòn) tenuto nel 1980 assieme alla Banda S. Michele di Monfalcone diretta dal maestro Piero Poclen, personaggio di un’umanità, di una simpatia e di una generosità uniche, il cui ricordo è ancora vivo nel territorio.
Ospite dei monfalconesi, la banda lasciò quella volta volentieri il primo piano ai padroni di casa ma ottenne la sua abbondante razione di applausi, in modo particolare con l’esecuzione di una fantasia dalla Norma, particolarmente apprezzata dal cronista locale, e partecipando all’apoteosi finale della Radetzky Marsch (il lupo perde il pelo ma non il vizio) eseguita sotto una duplice direzione, prima del Cosolo e dopo del Poclen.
Oltre che per i concerti, ci si sposta per le escursioni e le gite di piacere che, comunque, prevedono sempre un’esibizione della banda. Ecco allora che, oltrepassato il confine con la Jugoslavia per recarsi a Postumia, si suona all’interno della Sala dei concerti, una grotta amplissima, capace di ospitare sino a 10 mila persone, e dall’ottima acustica.
Un’altra meta è Venezia. Oltre che a dar da mangiare ai colombi, in piazza San Marco ci si esibisce per la gioia degli astanti. Se una gita a Venezia non ha bisogno di giustificazioni, un po’ più difficile è comprendere le ragioni di un altro viaggio compiuto (1982) a Cibiana di Cadore, nel Bellunese.
La banda a Venezia
Considerato che si tratta di un paese di poco più di 300 abitanti, diventa difficile capire per quale motivo uno debba andare da quelle parti. Il fatto è che Cibiana è detta anche il paese dei murales per gli affreschi di grandi dimensioni, dipinti sulle pareti della case di sasso, che costituiscono un museo all’aperto cui hanno contribuito artisti italiani e stranieri. Resta comunque il fatto che la trasferta di Cibiana rimase nel ricordo di tutti. Non è che si fosse trattato di un viaggio eccezionale o che l’esibizione della banda avesse ottenuto un successo strepitoso. Semplicemente quella sera, terminato il concerto, tutti si ammassarono davanti al televisore del bar del paese per vedere l’Italia rifilare un magnifico 3-1 alla Germania (marcatori, nell’ordine: Rossi, Tardelli, Altobelli) e diventare per la terza volta campione del mondo.
A metà fra i concerti veri e propri e i viaggi di piacere si situano le partecipazioni a feste e manifestazioni come il concorso folkloristico internazionale di Gorizia, il carnevale di Muggia e la Festa Nazionale dell’Unità di Bologna.
La banda a Bologna
Un’occasione particolare, che permise alla banda di Turriaco di essere ascoltata non solo dal vivo ma anche via etere fu in quegli anni (1985) la partecipazione a una trasmissione di Telefriuli, emittente famosa in zona, che la vide ospite speciale.
Accanto a tutti questi eventi c’erano state anche, nella seconda metà di agosto del 1980, le celebrazioni per i 110 anni di fondazione della banda. L’esperienza acquisita dieci anni prima si rivelò fondamentale: una volta presa la mano, infatti, anche i compiti che appaiono gravosi diventano più semplici e gestibili. Il programma, al solito, era ricco e interessante. La manifestazione si aprì con l’intervento delle autorità, l’inaugurazione di una mostra fotografica retrospettiva, lo scoprimento di una targa celebrativa e con un concerto dell’orchestra Conelli*_ di Monfalcone, diretta dal maestro Pino Vatta.
Il giorno successivo ci fu l’esibizione della Giuseppe Verdi di Trieste diretta dal maestro Azzopardo (segnatevi questo nome, tornerà utile fra poco). Gran finale nel’ultimo giorno delle celebrazioni con sfilata e concerto, oltre che della Filarmonica, delle bande di Fiumicello, di Ronchi, di Aurisina e della banda di Nova Gorica, la controparte jugoslava di Gorizia.
Ma, senza alcun dubbio, l’iniziativa più importante messa in atto in quel periodo fu l’istituzione della Scuola di Musica. Come detto, da tempo il maestro Nereo Cosolo faceva lezione, privatamente, a coloro che desideravano imparare a suonare e aveva istituito, per conto proprio, una piccola scuola privata in cui fungeva da unico docente. Per quanto encomiabile, una simile iniziativa aveva ovviamente i suoi lati deboli. Il più critico fra questi era dato dal fatto che, essendo tutti gli insegnamenti impartiti da un’unica persona, la preparazione che ne risultava si rivelava spesso approssimativa. Un altro limite derivava dal fatto che, mentre erano parecchi quelli che iniziavano a prendere lezioni, coloro che proseguivano con lo studio fino al punto di poter entrare nella banda era molto più scarsi.
Una scuola a frequenza gratuita che impiegasse docenti specializzati nei vari strumenti poteva essere la soluzione vincente. Anche la proposta di questa iniziativa venne accolta inizialmente con un certo scetticismo (e questo non dovrebbe ormai sorprendere più nessuno). Ancora una volta la Presidenza, tetragona, tirò diritta per la propria strada. Tramite volantini e annunci si invitarono i genitori dei ragazzi in età scolastica a una riunione nella quale venne esposta l’idea. In pochi giorni vennero raccolte oltre 25 iscrizioni. Le lezioni ebbero inizio dopo qualche settimana con tre insegnanti qualificati: uno per gli ottoni, uno per il clarinetto e uno per il flauto. Era l’8 novembre 1983.
Maestro, Presidente e folto pubblico al primo saggio della Scuola di Musica
Tutto bene dunque? Non proprio. La nuova scuola veniva, di fatto, a essere concorrenziale con l’attività privata di insegnamento del maestro Nereo Cosolo la qual cosa, come si può immaginare, portò a una serie di frizioni fra il maestro e il presidente della società Gualtiero Cosolo. Non esistendo più la tranquillità necessaria per continuare quella collaborazione che aveva portato la Società Filarmonica a raggiungere traguardi insperati, la situazione si andò progressivamente deteriorando. L’impasse venne risolto da Gualtiero Cosolo che, dopo 27 anni di presidenza, presentò la sue dimissioni (verrà sostituito da Giuseppe Buttignon) e per un po’ di tempo smise di partecipare alla vita della società. Nereo Cosolo continuava ad essere maestro titolare mentre la nuova Scuola di Musica iniziava la sua esistenza. L’era dei due Cosolo, che con il loro impegno e con la loro passione avevano fatto rinascere la Società Filarmonica, era comunque terminata.
Siamo alla metà degli anni Ottanta e l’attività della banda si fa più ambiziosa (e, fortunatamente per noi, diventa molto meglio documentata).
Fra le iniziative di maggior rilievo realizzate in questo periodo è impossibile non ricordare la memorabile trasferta a Klagenfurt, in Carinzia, per il gemellaggio con la locale Postkapelle, la banda dei dipendenti delle poste, con cui da tempo erano stati avviati dei contatti.
Quel mattino (era il 16 maggio 1987) il tempo non prometteva nulla di buono. Nonostante l’ora atroce—il ritrovo dei partecipanti era previsto per le sei meno un quarto—le strade di Turriaco erano animate da una piccola folla. In realtà il termine animate non riesce a descrivere con sufficiente efficacia l’atmosfera di eccitazione e di curiosità che avvolgeva il paese. Nove autopullman erano pronti a caricare la banda e i sostenitori che l’avrebbero accompagnata nella trasferta; praticamente un quarto della popolazione stava partendo alla volta dell’Austria.
Il programma della manifestazione era ricco di eventi, forse anche troppo. Comprensibili esigenze organizzative ed economiche avevano portato a concentrare in un’unica giornata una serie di attività che avrebbero richiesto maggior tempo a disposizione.
Arrivati a destinazione e dopo aver ricevuto i saluti del borgomastro, i bandisti avrebbero sfilato assieme ai colleghi della Postkapelle attraverso il centro cittadino per raggiungere la Neuer Platz, la piazza principale di Klagenfurt, dove si sarebbe tenuto il concerto delle due formazioni. Dopo il pranzo era prevista una breve visita alla città e al Minimundus, il mondo il miniatura, che rappresenta una delle attrazioni turistiche della stessa. Partenza quindi verso il Wörther See su cui si affaccia la cittadina di Velden, nella quale la banda avrebbe tenuto un altro concerto. Ritorno quindi a Klagenfurt per il rituale rinfresco con i membri della banda austriaca e le loro famiglie. Il rientro a Turriaco era previsto, ovviamente, in tarda serata.
Dalla cronaca di quella giornata:
I due complessi, come vuole la consuetudine, hanno eseguito assieme vari brani, applauditi calorosamente dal numerosissimo pubblico di bisiachi e austriaci.
Il borgomastro di Klagenfurt e il sindaco di Turriaco hanno sottolineato, nei loro interventi, l’importanza di questi scambi spontanei fra popolazioni confinanti, incontri che lanciano veri messaggi di fraternità e di pace. A suggellare tali manifestazioni, niente di più bello e universale della musica che, con il suo linguaggio universale, riesce a superare le incomprensioni linguistiche.
Concerto in piazza a Klagenfurt
Il 1987 vede il verificarsi a Turriaco di un altro importante evento: l’inaugurazione del Centro Civico, l’edificio in cui la Società Filarmonica ha attualmente la propria sede. Sia permesso, a questo punto, aprire una piccola parentesi per raccontare una storia entro la storia, vale a dire le vicissitudini che la Società ha dovuto attraversare prima di trovare una sistemazione definitiva.
Quando per una banda si parla di sede, non ci si riferisce solo al posto dove si può installare la Presidenza e la Segreteria o dove si tengono le riunioni. Nel caso di una banda, sede è soprattutto il luogo dove ci si trova per fare le prove (ed eventualmente per brindare dopo le stesse, senza dover affrontare il disturbo di recarsi all’osteria). Esiste un legame molto stretto fra una banda e la propria sede. In queste cose si è molto conservatori: ciascuno sa qual è il suo posto, sempre lo stesso, e qualsiasi cambiamento provoca un piccolo trauma. Quando si è abituati ad avere alla propria sinistra la tuba, il trovarsi vicino un flauto provoca una specie di straniamento (questa è un’esperienza personale). Figurarsi cosa succede quando è necessario cambiare fisicamente il luogo dove ci si ritrova per suonare.
Nel corso dell’ultimo secolo, la Filarmonica di sedi ne ha cambiate parecchie. State a sentire.
Dopo la prima guerra mondiale il locale adibito a sala prove si trovava al piano superiore dell’edificio che, oggi ristrutturato, ospita la Banca di Credito Cooperativo. Verso la metà degli anni 30 del secolo scorso, come sala prove vennero utiizzati i locali dell’osteria Spanghero di via Garibaldi e in seguito quelli del Dopolavoro di via Oberdan. (Sull’osteria Spanghero, nota a tutti come Dal Peon: _ci sarebbe da scrivere una storia dentro una storia dentro una storia: basti pensare che è dal 1767—quando tal Valentino Spangher risulta essere oste in Turriaco—ad oggi che è in mano alla stessa famiglia che, di generazione in generazione, continua a sfamare turriachesi e forestieri).
Durante la seconda guerra mondiale, come sappiamo, la banda sospese la propria attività; ristabilita la pace ci si adattò a suonare tra il tavolame e i trucioli in una segheria di via Oberdan, oggi scomparsa.
Abbandonata appena possibile la segheria, si trovò ospitalità nella sede del Partito Comunista, che allora si trovava in via Roma, quindi all’ENAL, nuovamente nell’osteria Spanghero e infine, per fugare qualsiasi dubbio sulla apoliticità della Società Filarmonica, nella sala dell’ex cinema parrocchiale, accanto alla canonica.
Come se non bastasse, venne trovata sistemazione temporanea anche presso due abitazioni private: quella di Carlo Calligaris in via Garibaldi e in casa dell’allora presidente della società Albano Cecchini.
L’attuale sala prove
Finalmente, verso gli anni Settanta, grazie all’interessamento delle autorità comunali, la banda riuscì a porre termine a questo suo girovagare trovando delle collocazioni più stabili. Nella prima parte del decennio le prove si tennero al primo piano dell’ex casa di riposo per poi spostarsi in piazza Libertà al primo piano dell’ex scuola media. È questo l’edificio che nel 1985 cominciò a essere ristrutturato per venire trasformato nel Centro Civico destinato a ospitare i circoli e le associazioni del comune. (Tanto per essere precisi: nel periodo della ristrutturazione la banda venne ospitata presso l’ARCI, ex ENAL, di via Garibaldi).
Dopo due anni di lavori, il fabbricato, completamente rinnovato nelle sue strutture e nell’arredamento, era pronto per essere inaugurato. Si trattò di un evento importante per tutta la comunità che venne festeggiato in grande stile. L’inaugurazione coincise infatti con la prima edizione di quella che diventerà poi la tradizionale Festa in Piazza che, di anno in anno, si verrà arricchendo di contenuti suscitando un interesse sempre crescente.
Ospite della Festa fu quell’anno il Corpo Bandistico di San Lazzaro di Savena. Le cronache ci informano che vennero allestiti due chioschi gestiti dalla sezione locale dei Donatori di Sangue e dalla Società Bocciofila mentre l’organizzazione della tombola venne curata dall’Associazione Donatori Organi. (E con questa menzione abbiamo chiuso, una volta per tutte, il problema di definire il contesto enogastronomico di feste e manifestazioni varie. Come tutti sanno, uno dei vantaggi del suonare in una banda è che non si muore mai né di fame né di sete.)
L’anno successivo, il 25 settembre, per la Festa in Piazza arriva la Postkapelle di Klagenfurt che restituisce la visita fatta l’anno prima dai turriachesi. Anche i carinziani si fanno accompagnare da un nutrito seguito di familiari e sostenitori.
Il complesso carinziano è giunto o a Turriaco nel pomeriggio, dopo aver visitato il Collio goriziano, assistito alla vendemmia del ”Vino della pace” di Cormòns e allietato con alcuni brani gli agricoltori.
In piazza hanno suonato, prima assieme alla banda della Filarmonica di Turriaco (i due complessi uniti superavano il centinaio di esecutori) poi, in tarda serata, proponendo il concerto vero e proprio seguito da migliaia di persone confluite in piazza.
Fra le autorità intervenute alla manifestazione, le cronache citano l’assessore regionale Mario Brancati, il noto musicista austriaco Heinrich Oberotner, il presidente delle associazioni bandistiche del Friuli Venezia Giulia Giovanni Melchior oltre, ovviamente, al sindaco di Turriaco&mdash:che questa volta è Duilio Petean—e al borgomastro di Klagenfurt, il signor Gutenberg. Le cronache non riportano il contenuto degli indirizzi di saluto rivolti, rispettivamente, da assessore regionale, borgomastro austriaco e sindaco nostrno, ma possiamo facilmente immaginarcelo.
Il concerto con la Postkappelle fu una delle ultime occasioni in cui il maestro Nereo Cosolo diresse la sua banda. Al concerto di Natale di pochi mesi dopo ci sarà infatti la cerimonia di commiato—per cause di salute e dopo ben 30 anni di direzione—del maestro, la rituale consegna degli omaggi accompagnata da tanti ricordi e da tanta commozione e, soprattutto, la presentazione del nuovo direttore: il maestro Lidiano Azzopardo.
Docente di percussioni al conservatorio Tartini di Trieste, membro dell’orchestra del Teatro Verdi della stessa città (dove aveva suonato sotto la direzione di personaggi come Celibidache, Bernstein e Schippers, tanto per fare alcuni nomi), ingaggiato come timpanista solista dal New York City Ballett durante tre lunghe tournée di cinque mesi nelle principali capitali europee (fra cui Londra, con un concerto alla Royal Albert Hall, inciso in seguito per la Decca), autore di testi didattici come Il timpano e La moderna scuola di percussioni _e, cosa che non guasta, direttore della banda civica Giuseppe Verdi di Trieste, nel ricordo di tutti Azzopardo rivoltò la banda come un guanto.
Con tutto il rispetto per i maestri precedenti e successivi (e, probabilmente, anche per quelli futuri), era la prima volta che la Filarmonica veniva diretta da una persona abituata a pensare, sentire e fare musica a livello professionale e capace di trasfondere una simile mentalità in coloro che dirigeva.
Il maestro Lidiano Azzopardo
Uomo dal fare un po’ burbero, schietto di parola e diretto nell’approccio, Azzopardo era inflessibile nelle questioni di natura musicale. Durante le prove esigeva il massimo silenzio. In caso di errore era in grado, facendo affidamento sulla sola memoria, non solo di correggere chi aveva sbagliato ma anche di fargli sentire come suonavano le altre parti. Tutti ricordano ancora il volo fuori dalla finestra fatto fare allo spartito di uno dei vecchi “senatori” della banda che non aveva evidentemente capito che, per Azzopardo, non esistevano gerarchie precostituite o personaggi intoccabili.
Sotto la sua direzione la banda visse alcune esperienze entusiasmanti. Una di queste fu quella di fungere da palestra di allenamento nei corsi di direzione bandistica organizzati dall’Associazione Nazionale della Bande Italiane Musicali Autonome (ANBIMA). In questi corsi, dopo un periodo di approfondimento teorico, gli aspiranti maestri si alternavano sul podio per le esercitazioni pratiche. Suonare lo stesso pezzo sotto la guida di bacchette differenti servì a far capire meglio a tutti chi era e cosa faceva un maestro di banda.
Partecipanti al corso ANBIMA (il m. Azzopardo è in prima fila, sesto da destra)
Oltre alle esperienze entusiasmanti ci sono anche, ovviamente, le esperienze normali. Nel giugno del 1989 la Filarmonica partecipa, assieme alla banda locale e a quella di Bressanone, al 4° festival bandistico Città di Schio. Andando a spulciare nel programma della manifestazione si incomincia a notare la mano del nuovo maestro. A Schio si suona una selezione di brani da My fair lady: il musical fa la sua comparsa nel repertorio della banda di Turriaco aggiungendosi alle marce, marcette, fantasie da opere liriche e simili che formano il tradizionale menù di ogni banda che si rispetti (tranquilli, nel programma del concerto c’era anche Al cavallino bianco; non per nulla Trieste, da cui il maestro proveniva, è la patria del festival internazionale dell’operetta).
L’anno successivo, il 1990, è un anno importante: ricorre infatti il 120° di fondazione. La società è in piena salute e il Presidente Giuseppe Buttignon (per tutti: Bepi; solo per gli amici: Carriola) può essere giustamente orgoglioso della sua creatura. Diretta da uno dei migliori maestri a disposizione, con un organico di oltre 50 elementi, una scuola di musica che garantisce continuità e affinamento del livello artistico, la Filarmonica ha ben ragione di festeggiare. Questa volta si fanno le cose in grande e le celebrazioni durano ben quattro giornate.
Accanto alla parte musicale, viene organizzata una serie di interessanti manifestazioni di contorno che vanno dalle conferenze sui temi ambientali a un torneo internazionale di pallavolo, dall’inaugurazione di una mostra di pittura alla presentazione di un opuscolo celebrativo dell’anniversario. Per scegliere la copertina della pubblicazione ci si era assicurata la collaborazione delle classi della locale scuola elementare invitate a partecipare a un concorso di disegno avente come tema La banda. Gli alunni che hanno partecipato al concorso vengono premiati durante la presentazione.
La parte musicale delle manifestazioni si apre giovedì 13 con un concerto della Filarmonica. Venerdì 14 settembre c’è l’esibizione della fanfara del 3° Battaglione Carabinieri Lombardia di stanza a Milano. Ci si potrebbe chiedere come si fa a portare da Milano a Turriaco una fanfara di carabinieri. Succede che qualcuno della banda abbia fatto il servizio di leva come carabiniere ausiliario in quella città. Succede che in quella città quel qualcuno si sia fatto un bel gruppo di amici. Succede che fra tali amici ci sia qualcun altro che il carabiniere lo fa di professione e che, a sua volta, conosce un sacco di altri amici. Insomma, si chiama coltivare le relazioni sociali. E le relazioni sociali si rivelano spesso preziose.
Solo un appunto sul programma musicale che comprendeva una dozzina di brani. C’era anche la Radetzky Marsch, ma non rappresentava, come ci si poteva attendere, l’ultimo pezzo. Il concerto si concludeva con La fedelissima, marcia ordinaria dell’Arma dei Carabinieri, e con l’Inno di Mameli.
La fanfara del 3° Battaglione Carabinieri “Lombardia” a Turriaco
Il sabato vide il gradito ritorno della Postkapelle di Klagenfurt. Domenica 16 ci fu la kermesse con sfilata per le vie del paese e brevi concerti delle bande di Monfalcone, Cervignano e Pradamano, con la banda locale che fungeva da padrona di casa. Il tutto si chiuse con un concerto diretto dal m. Azzopardo, questa volta nella veste di direttore della banda cittadina Giuseppe Verdi di Trieste. Per la prima volta i concerti non si tennero in piazza ma sullo spiazzo antistante la storica villa Priuli.
Altro importante avvenimento da ricordare nel 1990: per la prima volta entra a far parte del Consiglio Direttivo della Filarmonica una donna: si tratta di Lara Furioso. Un benvenuto, magari un po’ tardivo, all’altra metà del cielo.
Lara Furioso con il presidente Buttignon
E questo fatto ci dà l’occasione per parlare di un piccolo problema che la Filarmonica si trovò a dover risolvere in conseguenza dell’ingresso, dapprima un po’ timido, poi sempre più disinvolto, di una componente femminile nell’organico della banda: il problema della divisa.
Si potrebbe scrivere un volume a se stante sulla relazione che sussiste fra una banda e la sua divisa. Com’è ovvio, la divisa è il primo elemento che colpisce l’attenzione quando si incontra una banda. Ci sono divise e divise: seriose e sgargianti, militaresche e folcloristiche, invernali ed estive, e via andando. Sull’importanza che la divisa ha avuto nella storia della Filarmonica abbiamo fornito ampia testimonianza nelle pagine precedenti. Qui vogliamo solo ricordare il ruolo avuto nella storia della società da quello che è stato per moltissimi anni il responsabile delle divise, Giuliano Brumat, e, soprattutto, della di lui moglie, la signora Leda Cragnolin. Ricorda la signora:
La banda in divisa folcloristica
Il mio lavoro consisteva nell’adattare le divise in dotazione alla banda ai nuovi elementi, oppure a coloro a cui, nel passare del tempo, non andavano più bene.
Il lavoro di certo non mancava visto che per un certo periodo in corredo c’erano tre divise diverse: l’invernale, l’estiva e quella folcloristica.
Un fatto importante che ha segnato la storia della banda è accaduto all’incirca a metà degli anni Ottanta quando hanno iniziato a far parte del sodalizio anche le donne.
Essendo, fino a quel momento, il gruppo costituito da soli uomini, è facilmente intuibile che con l’ingresso della prima ragazza c’è stato un po’ di parapiglia … “ E adess cosa femo?” A quel punto mi sono armata di pazienza e mi sono recata al negozio “Virgolin” chiedendo al titolare ed amico Fausto se poteva aiutarci. Portata sul posto una divisa, abbiamo ricercato una stoffa di ugual colore per poter fare le nuove divise, a quel punto grazie al preziosissimo aiuto della signora Meri, che anche lei lavorava come sarta a Turriaco, siamo riuscite a fare entrare in banda il nuovo personale femminile.
All’epoca la taverna di casa era diventata spogliatoio e camerino delle nuove leve della Filarmonica, e più di qualche volta bisognava escogitare vari stratagemmi in modo da potersi cambiare con un po’ di privacy, cosa che quasi regolarmente non succedeva,. Di certo, tra qualche imbarazzo e risata, il lavoro è stato molto divertente e piacevole.
Lavoro o divertimento che fosse, il risultato dell’operato delle signore Leda e Meri appare degno di ammirazione, come si può vedere dalla foto riportata qui sotto.
Una splendida banda con splendida divisa
L’inizio dell’estate 1991 si presenta particolarmente turbolento per i territori vicini al confine. Il 25 giugno la Slovenia dichiara infatti la propria indipendenza dalla Jugoslavia. Alla dichiarazione seguì la cosiddetta guerra dei dieci giorni tra la forza di difesa territoriale slovena e l’Armata Popolare Jugoslava, l’esercito federale che voleva riprendersi il controllo del territorio. Fu una scontro asimmetrico, basato su tattiche di guerriglia e imboscate più che su battaglie in campo aperto. Ci furono comunque dei morti, alcuni proiettili varcarono il confine raggiungendo il bar che si trova sul piazzale della Casa Rossa, principale valico del Goriziano, qualcuno vide un MIG 21 sorvolare la terrazza della propria casa. Una volta tanto, l’intervento della diplomazia riuscì comunque a spegnere il principio d’incendio prima che questo acquistasse vigore e si propagasse facendo danni seri.
Un paio di mesi dopo tutto era tornato apparentemente tranquillo. Quell’anno per la Festa in Piazza, pubblicizzata come una tre giorni di manifestazioni all’insegna della cultura, dell’allegria e sotto il segno di una continuazione della più classica tradizione popolare, si fanno le cose veramente per bene. Tanto per cominciare, all’organizzazione della festa partecipa praticamente tutto il paese. Risultano infatti coinvolti: l’Amministrazione Comunale, l’Assessorato alla Cultura, la Società Filarmonica, l’Associazione Donatori Organi, l’Associazione Donatori Volontari Sangue, l’Amatori Calcio, il Centro Giovani, l’ARCI, il Circolo Culturale e Ricreativo don Eugenio Brandl, la Polisportiva Libertas, la Società Bocciofila, il Tennis Turriaco, l’Unione Sportiva Isonzo Turriaco, il Club Diamante Friuli Venezia Giulia; il tutto con il patrocinio della Cassa Rurale e Artigiana di Turriaco.
Il giornale locale titola Esplode la festa in piazza e, accanto all’articolo principale, un trafiletto lamenta che la chiusura al traffico delle principali vie del paese abbia rischiato di isolare Turriaco durante le ore notturne. Non solo il Consorzio Intercomunale non era stato avvertito per tempo della variazione di percorso che gli autobus avrebbero dovuto compiere, ma tutte le possibili alternative stradali erano state chiuse, con deviazioni che portavano su strade e stradine di campagne fangose e impraticabili.
Costumi tradizionali bisiachi
Non è dato sapere se le stradine fangose abbiano ostacolato la sfilata di costumi bisiachi—ricostruiti dopo un’accurata ricerca storica—tenutasi nel corso della festa. Certamente non dovrebbero aver provocato alcuno svantaggio all’esibizione del gruppo di dizione bisiaca .(Questa è una battuta!
Per il concerto finale, diretto dal maestro Azzopardo, i quarti di nobiltà si sprecano. Oltre alla Filarmonica partecipano infatti la banda La prime lûs 1812 di Bertiolo (no, questo non è bisiaco, è friulano e significa la prima luce, con la u pronunciata lunga, quasi raddoppiata), le cui prime testimonianze scritte risalgono all’anno così orgogliosamente esibito nel nome, e la banda di Povoletto, la cui origine risale al 1875. Queste tre bande si rivedranno l’anno successivo al Primo Concorso Bandistico Regionale, tenutosi all’Auditorium Comunale di Bertiolo. Ad esse si affiancherà, noblesse oblige, anche la Filarmonica di Maniago, fondata nel 1855.
In mezzo a tanti concerti, trasferte e celebrazioni di routine, nel 1992 si verificò un evento che potremmo definire eccezionale. Dal 30 aprile al 3 maggio il papa Giovanni Paolo II effettua una visita pastorale in Friuli Venezia Giulia. L’ultima volta che un pontefice era venuto in regione risaliva al 1972 quando Paolo VI aveva fatto una veloce puntata a Udine per il Congresso Eucaristico nazionale. In questa circostanza il papa visita tutte e quattro le diocesi e inizia il proprio viaggio dalla basilica di S. Maria Assunta, antica chiesa cattedrale del Patriarcato di Aquileia.
Come si può immaginare, l’impegno per l’organizzazione fu notevolissimo e vide coinvolte associazioni, istituzioni, società, circoli e tutto quanto poteva dare il suo contributo per la riuscita dell’evento. Piace ricordare qui il coinvolgimento dei cori parrocchiali coordinati dal maestro don Stanislao Jericio che, per l’occasione, compose di getto un grandioso Tu es Petrus di saluto che ancora oggi viene ricordato con ammirazione. Non inferiore fu la partecipazione delle bande, fra cui ovviamente quella di Turriaco, che accolsero il pontefice nel piazzale antistante la basilica e che, nonostante il clima inclemente avesse regalato sprazzi di pioggia per tutta la giornata, fecero del loro meglio per mantenere un’intonazione decente.
Sempre per parlare di eventi fuori dal comune (gioco di parole voluto!), il 1992 vide la banda partecipare a Cormòns al brindisi più lungo del mondo effettuato con il Vino della pace. E qui è necessario un minimo di spiegazione per far capire di cosa si parla.
A Cormòns, situata vicino alla locale Cantina Produttori, esiste la Vigna del mondo, un appezzamento di terreno su cui, in seguito a un progetto che ha visto coinvolte università italiane e straniere, sono stati impiantati oltre 850 tipi di vitigno provenienti da tutte le zone del pianeta. Una quarantina d’anni fa qualcuno ebbe un’idea geniale: ricavare da tali vitigni un vino, chiamato per l’appunto Vino della pace, che—racchiuso in bottiglie impreziosite da etichette d’autore diventate nel tempo autentici oggetti da collezione—viene inviato a tutti i capi di stato del mondo.
In occasione dell’assegnazione del nome via Vino della pace alla strada che passa davanti alla Cantina, venne organizzato un brindisi lungo tre chilometri e mezzo, quanto l’intera via, con centinaia di persone che, contemporaneamente, brindavano alzando il calice mentre il tutto veniva controllato dagli ispettori del Guiness dei primati e ripreso da un elicottero che sorvolava la zona. Ovviamente fra coloro che stavano alzando il calice c’erano i componenti della Filarmonica che a Cormòns ritorneranno più volte negli anni successivi in occasione della cerimonia della vendemmia.
Un’ultima nota per rispondere a una domanda che tutti si pongono. *Ma di cosa sa un vino fatto con tutte queste uve diverse? * Domanda arguta. Dal momento che le varietà impiantate nel vigneto aumentavano di anno in anno, il vino che veniva prodotto non era mai uguale a se stesso. Dopo qualche anno di riflessione (e di mancata produzione), dal 2017 il vino viene prodotto solo con varietà autoctone. La simbologia resta immutata ma la qualità è aumentata di molto. Su quest’ultimo punto lasciamo la parola a chi se ne intende:
Colore giallo oro, luminoso e intenso. C’è tutto il Friuli colla sua malvasia, ribolla e friulano lì dentro a cui si aggiunge la nota internazionale col pinot bianco e lo chardonnay.
Al naso la scorza d’arancio, il cedro, la pesca e l’ananas su tutto. Fresco, sapido con la giusta acidità persiste in bocca con le note di frutta tropicale.
A leggere un simile giudizio e a pensare che l’attuale record del longest toast relay (dove toast sta per brindisi e non per quella cosa che si fa con due fette di pane abbrustolito) è detenuto da 1300 partecipanti che—a Bangkok, il 12 dicembre 2019—hanno alzato i loro bicchieri pieni di … Coca Cola, non si può evitare di farsi venire un attacco di depressione.
Nel 1993 altra ristrutturazione e altra cerimonia importante cui la Filarmonica è chiamata a partecipare. Questa volta si tratta della riapertura al culto della Chiesa Parrocchiale dedicata a S. Rocco. Edificata, come molte altre chiese del territorio, fra le fine del Seicento e i primi anni del Settecento, venne eretta accanto a una cappella rinascimentale, poi abbattuta. Consacrata il 28 giugno del 1746, fu sottoposta all’inizio dell’Ottocento a un rifacimento generale che le conferì l’aspetto attuale. Ormai in stato di degrado venne sottoposta, a partire dal 1985, a un lungo restauro generale (troppo lungo, secondo la popolazione, che espresse numerose lamentele al riguardo) che si concluse, per l’appunto otto anni dopo.
La Chiesa Parrocchiale di S.Rocco in ristrutturazione
Interessante il programma proposto per l’occasione che vide una commistione fra pezzi di carattere religioso o comunque, come dicono i tedeschi, geistlich (Il pane del cammino di Sequeri, l’Agnus Dei di Bizet, l’Alleluia dal Messia di Handel, La Trasfigurazione del Perosi e un brano dello stesso maestro Azzopardo: La notte santa) con pezzi profani ma perfettamente adatti alla circostanza quali l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana di Mascagni, il Largo dal Serse di Handel e, per chiudere, l’Inno alla Gioia dalla Nona di Beethoven.
Il concerto per la riapertura al culto della Chiesa Parrocchiale
Ma nel 1993 si mette in cantiere un’altra iniziativa interessante: la visita a Turjak, in Slovenia. Se non sapete dov’è Turjak non dovete sentirvi in colpa. Fra poco illustreremo pregi e bellezze di questa località. In ogni caso, il motivo principale per cui si fece quel viaggio sta nel fatto che la meta era un località che si pronuncia esattamente (accento compreso) come Turiàc, il nome in bisiaco di Turriaco (fra parentesi, Turjak è anche il nome con cui i parlanti sloveni indicano il nostro comune).
Nel caso del Turjak sloveno, si tratta di una frazione del comune di Velike Lašče (per la pronuncia di quest’ultimo nome non possiamo aiutarvi, almeno non per iscritto) situata a una ventina di chilometri da Lubiana, dove si trova un interessante castello che nel corso dei secoli ne ha viste di cotte e di crude. Basti pensare che l’edificio venne completamente distrutto e ricostruito per tre volte (l’ultima volta in una posizione più elevata delle precedenti, il che gli permise di resistere a due successivi assedi da parte dei Turchi). Gli ultimi guai li passò nel corso della seconda guerra mondiale quando fu sede di una violenta battaglia tra formazioni di partigiani jugoslavi e le truppe cetniche che lo presidiavano.
Depliant di presentazione del viaggio a Turjak
Non occorre avere molta fantasia per immaginare cosa successe una volta che i partigiani riuscirono a impadronirsi del castello che, semidistrutto ancora una volta, dovette essere ricostruito di nuovo (lentamente e dopo essere stato nazionalizzato, come quasi tutto in Jugoslavia). Una particolarità del castello è che esso racchiude due cappelle: una cattolica e una protestante. Dalla cattolica parte un collegamento col villaggio sottostante, e questo dà un’idea delle dimensioni del tutto.
Siccome, una volta fatto il giro del castello, il viaggio poteva dirsi concluso, si fece in modo di arrivare a Turjak dopo una doverosa sosta per la visita di Lubiana (con relativo castello) e un’ulteriore visita a un terzo castello, quello di Bistra, sede del Museo della tecnica della Slovenia il cui reperto più importante (*disclaimer: *si tratta di un giudizio assolutamente personale) sono le 15 automobili utilizzate dall’ex presidente Tito.
Comunque in un modo o nell’altro si riuscì a tirare avanti fino a metà pomeriggio quando finalmente si raggiunse Turjak per l’incontro con la popolazione, il concerto della banda, ecc. ecc.
Si trattò, insomma, di un’esperienza interessante, che ancora molti ricordano con simpatia. Nel ricordarla, però, quasi nessuno ne parla come di un viaggio in Slovenia.
Concerto a Turjak
Il fatto è che, in queste zone, il varcare il confine verso est significava per tutti andar in Jugo. Il confine con la Jugoslavia era un confine molto strano: tagliava letteralmente in due la città di Gorizia, correva sul ciglio della statale del Vallone facendo sì che sbagliare una curva significasse espatriare, quando lo si attraversava bisognava mostrare la propustica (la c va pronunciata come la *z di pizza), il lasciapassare che veniva rilasciato agli abitanti delle province di Gorizia e di Trieste e che permetteva il transito anche per i valichi secondari, aperti solo di giorno.
Con la propustica ci si trasformava tutti in contrabbandieri: il prezzo della carne, della benzina e delle sigarette in Jugo era infatti imbattibile. I doganieri jugoslavi facevano finta di fare i controlli anche se sapevano che, frugando nei bagagliai delle macchine avrebbero trovato al massimo una bottiglia di slivovitz, l’acquavite di prugne che si sposa tanto bene con la gubana, o una stecca di sigarette in più di quelle consentite. Altrettanto svogliatamente si comportavano i nostri. Nonostante teoricamente facesse parte della cortina di ferro, era considerato il confine più aperto d’Europa: il più delle volte lo si attraversava con la macchina in seconda, e quasi mai il motore batteva in testa.
Un altro viaggio interessante venne effettuato nel 1995.
No, non abbiamo saltato un anno. Solo che il 1994 va ricordato per due sole cose (tutto il resto fu infatti routine, o quasi). Anzitutto ci fu un’interessante novità introdotta nella Scuola di Musica. Oltre al corso di Teoria e Solfeggio e ai tradizionali insegnamenti per gli strumenti a fiato, da quell’anno la Scuola iniziò a offrire un corso di introduzione alla musica, destinato ai bambini di età scolare, e un corso di percussioni. Non si fa fatica a indovinare chi possa aver caldeggiato l’introduzione di quest’ultimo. In secondo luogo, durante le tradizionali manifestazioni settembrine, venne conferita la cittadinanza onoraria al maestro Lidiano Azzopardo. Si trattò, come riportato nel quotidiano locale di
Un riconoscimento alla sensibilità artistica e alla professionalità di un musicista che tante energie ha dedicato per contribuire alla crescita musicale di Turriaco.
E questo, per il 1994 è più o meno tutto. Ah dimenticavamo. Sempre in quell’anno ci fu una nuova trasferta in Carinzia, questa volta a Keutschach am See, simpatica località situata nella cosiddetta Valle dei quattro laghi e sede di resti di palafitte risalenti all’età neolitica.
Consegna della cittadinanza onoraria al maestro Azzopardo
Ritorniamo al 1995 per parlare della festa della trebbiatura di Novellara.
Novellara è un comune di circa 15 mila abitanti situato a una ventina di chilometri da Reggio Emilia (o Reggio nell’Emilia, come dicono i puristi) che, se fosse situato in qualche altro paese, verrebbe segnalato nelle guide turistiche con tre stelle, e forse più. L’attrazione principale è data dal complesso costituito da una bella chiesa, la parrocchiale di Santo Stefano, contornata da un’ancora più bella piazza. Chiesa e piazza, e la lunga fila di portici che le circonda, furono progettate unitariamente, in modo da farne risaltare le proporzioni, da Lelio Orsi, pittore e architetto seguace del Correggio, uno dei tanti geniali artisti prodotti dal nostro Rinascimento.
A Novellara ci sono anche quattro conventi e un’imponente rocca, edificata dai Gonzaga, attualmente sede del Municipio, al cui interno si trova un interessante museo in cui sono esposti degli splendidi arazzi e la collezione dei vasi della farmacia:: 17 bellissimi vasi che, recuperati dai vari angoli d’Europa dove erano andati dispersi, fanno bella mostra di sé nelle bacheche (il diciottesimo si trova nel museo di Limerck in Irlanda, ma non sono perse del tutto le speranze di poterlo riportare a casa). Sempre all’interno della rocca si trova un delizioso piccolo teatro e, ultimo ma non meno importante, l’Acetaia Comunale dove in una doppia fila di botticelle di rovere invecchia l’aceto balsamico (quello vero, non quello del supermercato).
A Novellara la Filarmonica si recò in occasione della Batdura a l’antiga, la festa che, nella seconda domenica di luglio, ripeteva fedelmente la trebbiatura del grano, come si faceva una volta. La festa raggiungeva il culmine al tramonto quando, preceduta da una lunga sfilata di carri, figuranti in costume, trattori agricoli, macchine e strumenti d’epoca, una grande trebbiatrice giungeva al centro del paese. Il frumento entrava nella trebbiatrice e, al fischio della macchina a vapore, usciva mondato per passare tra le macine del mulino. Da qui la farina veniva impastata nella gramla, la gramolatrice di legno che si trovava in ogni famiglia, e poi cotta nei forni di pietra. Il pane così ottenuto, accompagnato dai ciccioli, era distribuito nei chioschi sparsi per il paese.
Le cronache ci dicono che la Filarmonica tenne il proprio concerto alla cinque del pomeriggio, dividendo la piazza con la banda di Ponte dell’Olio (Piacenza), quest’ultima accompagnata dalle majorettes. Il confronto fra le due formazioni per catturare l’attenzione degli astanti fu, ovviamente, impari. Alla sera la banda fu nuovamente impegnata nella grande parata prima della trebbiatura, cui parteciparono, oltre alle due formazioni sopra nominate, il gruppo de Gli Scariolanti di Gavassa e il Gruppo Folcloristico di Correggio.
Nel caso vi fosse venuta la voglia di assistere alla Batdura, dobbiamo disilludervi. La festa non si tiene più da tempo (almeno così ci ha detto una gentile funzionaria del Comune) e per questo ne abbiamo parlato al passato. In compenso a Novellara ci sono adesso due nuove manifestazioni (che però non si tengono in estate). La prima è il raduno dei Sikh per la festa del Vaisakhi, la ricorrenza che cade il 13 o il 14 aprile, a seconda del calendario, e che segna l’inizio del raccolto oltre che il nuovo anno solare. Si tratta di una festa molto sentita dalla comunità che riunisce ogni anno migliaia di partecipanti. (Va ricordato che a Novellara c’è il secondo tempio Sikh più grande d’Europa). La seconda manifestazione è Nomadincontro il raduno dei fan della band del mitico Augusto Daolio, che qui nacque, e che si tiene la domenica più vicina al giorno di nascita del cantante (18 febbraio). Va ricordato che, al momento in cui si scrive, sindaco del comune è la figlia di Beppe Carletti, cofondatore dei Nomadi . Potete scegliere la manifestazione che preferite.
Sempre nel 1995, per la Festa dell’Amicizia ritorna a Turriaco la Postkapelle di Klagenfurt. Qualcuno comincia ad avere il sospetto che all’attaccamento e alla simpatia che i carinziani dimostrano di avere per queste terre non sia del tutto estranea la bontà dei vini locali. Abbiamo raccolto numerose storie al riguardo che, per ovvi motivi, evitiamo di riportare. Dovere di cronaca impone comunque di ricordare la volta che qualcuno—facciamo finta che si chiamasse Hans e che suonasse la tuba—incapace, per aver già fatto il pieno, di aggiungere altro liquido al serbatoio, non trovò di meglio che rovesciarsi volontariamente addosso l’ultimo bicchiere di vino (tutti giurano fosse bianco) per sentirne almeno l’odore durante il viaggio di ritorno.
Il 1996 si apre con una nuova trasferta in terra d’Austria all’insegna dell’amicizia e degli scambi culturali. Si ritorna a Klagenfurt, ospiti della Postkapelle, restituendo la visita che la banda austriaca aveva reso l’anno precedente. Oltre alla programmata esibizione con i colleghi austriaci, questa volta alla Filarmonica viene offerta la possibilità di esibirsi su di un palcoscenico di tutto rilievo.
La banda, diretta sempre dal maestro Azzopardo, presentò infatti nella prestigiosa Konzerthaus della città carinziana un programma incentrato sull’opera italiana, anche se non mancarono incursioni nel mondo del musical. Il pubblico dimostrò di apprezzare particolarmente la fantasia dalla Norma e il finale del secondo atto dell’Aida (quello della Marcia trionfale, per intendersi), attribuendo comunque numerosi applausi anche alla selezione di motivi da Cats, considerato uno tra i più grandi spettacoli musicali di tutti i tempi per longevità, spettatori e incassi totali. Dalle foto scattate per l’occasione si coglie visivamente l’emozione con cui i bandisti, consapevoli dell’importanza dell’evento e del prestigio della sede, affrontarono il concerto.
Due immagini del concerto nella splendida Konzerthaus
Oltre all’evento musicale vero e proprio, di quel concerto si ricorda la straordinaria nevicata che aveva imbiancato la città e la festosa piconada che seguì il concerto. Il termine è gergale, tradotto in italiano significa letteralmente picconata ma, se non si è dell’ambiente, è difficile intuire di cosa si tratti. Piconada è la suonata liberatoria per sciogliere la tensione, il lasciarsi andare musicale, la libera improvvisazione su canzoni (magari anche canzonacce) popolari che segue ogni esibizione impegnativa. Se volete, corrisponde al terzo tempo del rugby; è il momento in cui ci si trova tutti assieme, in cui si fraternizza, in cui ci si scambiano battute e sfottò, in cui si fa onore al rinfresco e in cui nessuno controlla quante volte si vuota il bicchiere. Va detto, a onor del vero, che negli ultimi tempi, grazie anche all’ingresso massiccio della componente femminile nell’organico della banda, il livello alcolico di tali manifestazioni si è ridotto di molto.
Piconada d’altri tempi
Nel 1996 ricorre un altro anniversario che non riguarda la Società Filarmonica ma un partner che le è sempre stato accanto nel corso della sua lunga storia. In quell’anno, infatti, la Banca di Credito Cooperativo di Turriaco, già Cassa Rurale e Artigiana, festeggia il suo secolo di vita. La Cassa venne fondata il 6 dicembre 1896 alla presenza di monsignor Luigi Faidutti, personalità guida del movimentocristiano soc iale nell’Isontino, da 74 soci ciascuno dei quali aveva versato la quota di quattro corone. Finalità principale della Cassa, quella che oggi si chiamerebbe la sua mission, era quella di concedere piccoli prestiti, a basso interesse, ai propri soci. Alla guida dell’istituto venne posto un direttore—il conte Francesco Folco, grande possidente, che donò anche il terreno sul quale venne costruita la sede—un vicedirettore, il curato don Andrea Furlanin, e tre consiglieri: Benedetto Guanin, Luigi Clemente e Pietro Bergamasco. Nel 1899 la Cassa entrò a far parte di una federazione di 34 Casse rurali del goriziano e della bassa friulana. Nel 1937 la federazione venne messa in liquidazione ma la Cassa di Turriaco e altre dieci riuscirono a sopravvivere continuando così la propria esistenza.
Scrive lo Spanghero nella sua storia:
Una prima conseguenza della fondazione della Cassa Rurale fu quella di eliminare in un sol colpo tutti gli strozzini di Turriaco, che approfittavano spesso delle disgrazie altrui per arricchirsi, e nel contempo liberare i contadini sempre indebitati dal continuo sfruttamento. Da allora la Cassa Rurale di Turriaco ha continuato la sua attività quasi ininterrottamente, superando le difficoltà causate da due guerre combattute sul territorio, giungendo sino a noi e oggi in floride condizioni. Se questo è stato possibile lo si deve in massima parte a don Eugenio Brandl, sacerdote a Turriaco per 45 anni dal 1919 al 1964, che ha amministrato gratuitamente e diligentemente la Cassa Rurale, spesso solo per tenerla in vita.
Per festeggiare i 100 anni dalla fondazione della Cassa, diventata poi Banca, venerdì 19 luglio 1996 si tenne a Turriaco un concerto che venne replicato il giorno successivo a Monfalcone. A questo punto avremmo voluto dire qualcosa di carino sui due concerti ma, dalla lettura del programma, non si ricava nulla di particolare e la cronaca degli eventi apparsa sul quotidiano locale è, come dire, molto cronachistica. Dovendo proprio mettere in rilievo qualcosa, si potrebbe far rilevare la continuazione dell’interesse del maestro Azzopardo per i musical firmati da Lloyd Webber: dopo Cats dell’anno precedente, questa volta viene presentata una fantasia da Jesus Christ Superstar.
Piconada austriaca
Nella Festa in Piazza che si tenne settembre di quell’anno si punta ancora sulla rivista musicale. Fra i brani inseriti nel programma ci sono Singing in the rain e Kiss me Kate. Viene anche proposta una marcia originale del maestro Azzopardo dal titolo inequivocabile e suggestivo: Klagenfurt.
Il 1997 si apre con un gravissimo lutto per la Filarmonica. A marzo, all’età di soli 31 anni, viene infatti a mancare Massimo Cocolet, uno dei suoi componenti più brillanti. Entrato a far parte della banda nel 1980, ancora giovanissimo, si era in seguito dedicato allo studio del suo strumento preferito, il clarinetto, approfondendo contemporaneamente anche lo studio del sassofono. Nominato direttore del corpo bandistico di Villesse, aveva assunto l’incarico di direttore della scuola di musica del suo comune natale, S. Pier d’Isonzo, dove si occupava anche dell’insegnamento di teoria e solfeggio, del clarinetto e del sassofono. La sua scomparsa improvvisa lasciò un grande vuoto in coloro che lo avevano conosciuto e che avevano avuto modo di apprezzare la sensibilità e la carica umana che lo contraddistinguevano.
Nello stesso anno cade un altro anniversario di rilievo. Questa volta si celebra il decennale dell’amicizia con la Postkapelle di Klagenfurt. Per l’occasione lo scambio di visite è bidirezionale. A fine luglio la banda carinziana arriva a Turriaco e si esibisce in uno dei Concerti d’Estate organizzati in piazza Libertà. Ad agosto la Filarmonica restituisce la visita esibendosi, a sua volta, nella piazza di Klagenfurt.
Intanto la Scuola di Musica continuava a crescere e a prosperare arricchendosi dell’insegnamento di un nuovo strumento, il pianoforte, che con la banda non c’entra molto ma che veniva molto richiesto dalle famiglie. Nel saggio di quell’anno i brani per pianoforte la fanno da padrone, in forma solistica, a quattro mani o in duo con il flauto, il clarinetto e il sax. A noi piace comunque ricordare l’esibizione di un quartetto d’ottoni composto da tromba, trombone, flicorno soprano e flicorno contralto che vide i giovani allievi, a guisa di Stadtpfeifer nella Germania seicentesca, far rivivere tre corali della tradizione protestante.
Il concerto di Natale, che si tiene tradizionalmente la domenica prima del 25 dicembre, è senza ombra di dubbio l’appuntamento più importante dell’anno per la Filarmonica e il suo pubblico. Essendo un evento ormai routinario non ha finora richiamato più di tanto la nostra attenzione. Il concerto del 1997 fu però speciale. Presenti il sindaco di Turriaco, il presidente della Banca di Credito Cooperativo e il presidente dell’ANBIMA regionale, vengono infatti premiati i soci Ennio Bergamasco, Giuseppe Buttignon e Silvio Gualtiero Cosolo per i loro 50 anni di attività nelle file della banda.
Premiazione dei veterani con 50 anni di banda
Siamo arrivati al 1998 e mancano solo due anni alla fine del secondo millennio. Andando a riguardare gli eventi verificatisi in quel periodo ci si rende conto di come il tempo passi in fretta. Scegliamone solo alcuni, fra quelli più significativi.
Il 17 gennaio 1998 Paula Jones accusa il presidente statunitense Bill Clinton di molestie sessuali. (Va beh, questa si poteva anche saltare; sostituiamola con la visita che lo stesso mese Giovanni Paolo II fece a Cuba.)
A febbraio un aereo militare statunitense, partito dalla base di Aviano, taglia il cavo della funivia del Cermis: 20 morti.
A marzo Titanic si aggiudica 11 Oscar su 14 candidature, uguagliando il record di Ben Hur.
Ad aprile in Giappone, dopo venti anni di progettazione e altri dieci di costruzione, viene inaugurato il ponte sospeso più lungo del mondo (un po’ meno di 4 km). Tre anni dopo Berlusconi introdurrà nella sua agenda politica il ponte sullo stretto di Messina.
A maggio l’Ecofin si riunisce per approvare la lista dei paesi che entreranno a far parte dell’Euro.
A giugno la Filarmonica è ospite della nuova banda di S. Giorgio di Nogaro. Nello stesso mese la Microsoft lancia Windows 98.
A luglio la Francia si aggiudica il suo primo mondiale battendo il Brasile.
Il primo di agosto la Filarmonica è nuovamente sul Wörthersee dove tiene un concerto sotto il sole cocente. Il giorno dopo Pantani, che ha già vinto il Giro, vince anche il Tour de France, collezionando così una fantastica doppietta.
A settembre Larry Page e Sergej Brin, studenti dell’Università di Stanford, fondano una società dal nome strano: Google Inc.
A ottobre la polizia arresta Augusto Pinochet, dittatore cileno, mentre si stava sottoponendo a cure mediche in Gran Bretagna.
A novembre viene messo in orbita il primo modulo della stazione spaziale internazionale
A dicembre Zidane vince il pallone d’oro quale miglior giocatore europeo.
Insomma, per quanto riguarda la Filarmonica, per quell’anno non c’è molto da dire.
Novità importanti, invece, avvengono nel 1999. Quella che ci riguarda più da vicino è il cambio della guardia alla direzione della banda. Dopo esserne stato il direttore per dieci anni, il maestro Lidiano Azzopardo cede la bacchetta a Flaviano Martinello il cui programma, secondo il quotidiano locale che ne dà notizia, è chiaro:
L’obiettivo primario della nuova direzione sarà “la realizzazione di un ponte fra la cultura bandistica più tradizionale e i ritmi più moderni”, in modo da soddisfare le esigenze e i gusti musicali di tutte le età.
L’esordio, fuori casa, del maestro Martinello alla guida della banda lo si avrà nel corso della trasferta a St. Kanzian am Klopainersee, un comune carinziano situato su quello che è considerato uno dei laghi più caldi d’Europa. Si tratta dell’ennesimo scambio di visite fra bande, visite che fungono anche come occasione per far conoscere e apprezzare il proprio patrimonio storico, culturale e artistico. In questa occasione la banda è accompagnata dal Gruppo Costumi Tradizionali Bisiachi che, sebbene verrà a costituirsi formalmente solo l’anno successivo, aveva già da tempo avviato la sua attività di valorizzazione del folclore e delle tradizioni locali.
Un altro impegno rilevante assunto quell’anno dalla Filarmonica, in collaborazione con l’ANBIMA, fu l’organizzazione di un concerto di composizione musicale incentrato sul tema dell’Isonzo. Il concorso, riservato ai compositori del Friuli Venezia Giulia e della Slovenia, intendeva portare un contributo culturale per la valorizzazione del fiume e del territorio che questo attraversa.
Se la collaborazione con la locale scuola elementare (a nessuno sarebbe venuto in mente di chiamarla primaria) era una realtà in atto già da tempo, quell’anno si scese ancora più in basso, nel senso che si diede inizio a una collaborazione con la scuola materna volta a divulgare la passione della musica ai giovanissimi. Attraverso una serie attività di animazione, ai bambini vennero proposte delle canzoni per l’infanzia, giochi e indovinelli con cui venivano presentati gli strumenti utilizzati nella banda. Ai più coraggiosi venne data la possibilità di cimentarsi con tromba, sax, clarinetto, tamburo, flauto e trombone mentre ci fu chi preferì prendere direttamente la bacchetta per dirigere il complesso.
Un’altra iniziativa promozionale che vide coinvolta la Filarmonica fu la partecipazione al ciclo di concerti intitolati Il giorno delle bande. Tutto partiva da un’idea dell’ANBIMA che intendeva promuovere questo tipo di associazionismo e volontariato musicale. Organizzando concerti in località che erano prive di una banda, si intendeva stimolare la partecipazione ai corsi di orientamento musicale e l’eventuale formazione di nuovi gruppi musicali. All’interno di questo ciclo di concerti la banda di Turriaco, assieme alla Giuseppe Verdi di Ronchi dei Legionari, si esibì nella sala parrocchiale di S. Pier d’Isonzo.
L’anno si conclude, come sempre, con il tradizionale Concerto di Natale nel corso del quale vengono premiati—per i loro 50 anni di partecipazione alle attività della banda—i soci Isidoro Tonetto e Giuseppe Donda.
E alla fine arrivò il 2000. Nessuno pensava—come era avvenuto in occasione dell’anno 1000—che sarebbero successi eventi catastrofici o che, magari, sarebbe arrivata la fine del mondo; certo è che, quando un anno termina con tre zeri, qualche riflessione invita a farla.
Guardando all’indietro con il senno di poi, ci si accorge che in questi ultimi due decenni la Società Filarmonica di Turriaco è cambiata, è cambiata di molto e continua a cambiare a una velocità che non trova riscontro nei tempi andati. Mentre la Filarmonica degli anni Sessanta non era granché differente da quella degli anni Ottanta, la Filarmonica di oggi, pur formata da molte delle stesse persone, non è paragonabile a quella di venti anni fa.
Nel raccontare l’ultima parte della nostra storia vorremmo tentare di chiarire, in primo luogo a noi stessi, quali sono state queste trasformazioni, i fattori che le hanno provocate e i momenti chiave di una tale evoluzione.
Ovviamente non tutto è cambiato e ci sono dei valori e dei principi che restano fermi e immutabili, anche se il modo in cui tali principi si realizzano e si concretizzano nell’attività di ogni giorno possono assumere forme differenti.
Al primo posto rimane saldo e intatto l’amore per la musica. Su questo non si discute. Per chi suona in una banda o in un’orchestra—o per chi canta in un coro—la musica non serve semplicemente ad abbellire e a rendere più piacevole l’esistenza; si tratta di un qualcosa di essenziale e di indispensabile—alla pari dell’aria e dell’acqua—senza la quale non si riuscirebbe a vivere o, senza la quale, la vita avrebbe molto meno senso.
Chiarito questo, forse oggi non ci sarà più nessuno che pretenderà di essere sepolto con la divisa o con il proprio strumento e, certamente, nessun nuovo presidente si azzarderebbe a dire che, costretto in un ipotetico gioco della torre a scegliere fra la moglie e la banda, non avrebbe dubbi su quale preferire. Resta il fatto che la motivazione che spinge uno a continuare, per mezzo secolo e anche più, a studiare la parte, andare alle prove e obbedire ai gesti del maestro di turno non può che derivare da una passione sincera e profonda.
Il maestro Martinello alla guida della Filarmonica
Al secondo posto, fra i valori immutati, rimane il legame con il territorio, le persone che lo abitano e la vita che vi si svolge. Nessuno si chiede perché si debba partecipare a certe manifestazioni o dare il proprio contributo a certe iniziative; le cose si fanno perché vanno fatte (e, magari, anche perché si sono sempre fatte). Si può discutere—e si discute—sul come, quasi mai sul se. La Filarmonica è parte integrante di una comunità che si estende al di là degli stretti confini del comune e si allarga ad abbracciare la provincia e l’intera regione. E a questa comunità la Filarmonica è orgogliosa di dare il proprio contributo, nei modi e nelle forme che le competono. Fra queste c’è certamente quella di fornire la colonna sonora per cerimonie ed eventi e quella di aumentare l’attrattività e l’interesse di manifestazioni ritenute importanti e meritorie. Così se, magari, viene ridotta la partecipazione a processioni o a raduni, aumenta quella in occasione di iniziative benefiche e di solidarietà.
Al terzo posto va ribadita la sostanziale neutralità della Società nei confronti delle questioni politiche, religiose, razziali, e di tutto quanto—compresa la differenza d’età—possa servire a discriminare e a emarginare le persone. Terminato il periodo in cui il paese era sostanzialmente diviso in bianco e rosso (magari con qualche gradazione intermedia ma, comunque, con assenza quasi completa del nero), finito il tempo in cui i partiti politici rappresentavano potenti elementi di attrazione e fattori di identità, neutralità significa oggi sostanzialmente rifiuto di erigere steccati precostituiti basati sul come uno la pensa, sul cosa uno crede o non crede, sul dove uno sia nato o da dove provenga.
Ma, intesa correttamente, neutralità non significa solo assenza, assenza di pregiudizi, di preclusioni, di discriminazioni. Essa implica anche un atteggiamento proattivo volto a eliminare i fattori che ostacolano lo stare bene assieme. Lasciando alla politica nazionale, quella però con la P maiuscola, il compito di gestire i macroscopici problemi (disuguaglianze economiche e sociali, flussi migratori, emergenze sanitarie ecc.) che il nostro tempo si trova a dover affrontare, nel suo piccolo la Filarmonica cerca di dare il suo contributo cercando di costruire un ambiente in cui i suoi componenti—turriachesi e forestieri, giovani e anziani, uomini e donne—possano convivere nel rispetto reciproco accomunati dal desiderio di fare musica insieme, per la gioia propria e degli altri.
Ribaditi questi principi fondanti, va messo in rilievo come, con l’andare del tempo, siano venute maturando nuove sensibilità e nuove esigenze. Già il maestro Azzopardo, nel prendere congedo dalla direzione musicale della Società, aveva espresso l’opinione che le bande dovevano scegliere fra l’evolversi e il pericolo di scomparire. Il senso stesso dell’essere banda andava ripensato e rimodulato per adeguarlo al nuovo contesto sociale e alle esigenze (leggi: desideri e bisogni) sia di chi suona sia di chi sta ad ascoltare.
Alcune di queste tendenze sono facili da delineare. Una delle principali riguarda il rapporto che esiste fra la banda e il suo maestro. Nel passato era abbastanza facile trovare bande che venivano dirette dalla stesso persona per 20 o 30 anni di seguito. Le ragioni potevano essere diverse. A volte la banda era la banda del maestro, nel senso che era il maestro che l’aveva fondata e che dunque la considerava, anche legittimamente, come creatura propria. In altri casi poteva succedere che il maestro fosse l’unico che, per motivi di distanza, di disponibilità, magari anche economici, potesse realisticamente dirigerla. In altri casi poteva essersi instaurato un rapporto quasi simbiotico—la banda si trovava bene con il maestro e il maestro si trovava bene con la banda—che a nessuno veniva in mente di interrompere.
Negli ultimi tempi la prospettiva è mutata. La relazione fra banda e maestro viene vista come una relazione a medio-lungo (ma non lunghissimo) termine finalizzata allo svolgimento di un progetto e al raggiungimento di determinati obiettivi. La banda sceglie come maestro una persona che, per capacità professionale, comunanza di propositi e visione condivisa, sembra la più adatta a guidarla in quel momento e in quelle circostanze. Raggiunti gli scopi e fatto assieme un determinato tipo di percorso, le strade si separano—quasi sempre consensualmente e continuando a mantenere buoni rapporti—e la vita continua. Il primo maestro a introdurre questa mentalità fu Azzopardo e questa impostazione verrà mantenuta, come vedremo, dai maestri successivi.
Un altro elemento che è venuto mutando nel corso degli anni riguarda il modo con il quale i bandisti vivono la propria appartenenza alla banda. Nelle parole di un componente dell’attuale Consiglio Direttivo:
Una volta magari ci si divertiva di più; adesso si fanno le cose in modo più serio.
Esistono decine, anzi centinaia, di aneddoti riguardanti i bandisti dei decenni passati e le avventure e disavventure che questi hanno vissuto o che sono loro capitate. Non tutti si possono raccontare, molti non si devono raccontare, qualcuno lo trovate in queste pagine. Sugli ultimi vent’anni, invece, le storie e storielle sulla banda vanno cercate con il lanternino. Diciamo che si è passati da un modo forse un po’ troppo allegro e spensierato di vivere le cose a uno un pochino più accordo e avveduto (non useremmo mai la parola professionale). Questo cambio di atteggiamento lo si nota in diversi particolari.
In primo luogo viene preso con molta più serietà lo studio dello strumento. Diversi componenti della banda hanno dato esami o si sono diplomati (ultimamente: laureati) al Conservatorio. Molti altri hanno frequentato e continuano a frequentare la Scuola di Musica. L’idea che qualcuno possa suonare in banda senza una solida formazione musicale è assolutamente impensabile. Tanto per fare un esempio: mentre gli attuali percussionisti sono musicisti a tutti gli effetti in grado di eseguire ritmi (e poliritmi) anche molto complessi, è ancora vivo il ricordo di qualcuno che, avendo difficoltà a contare le battute di pausa, si azzardava a far sbattere i piatti solo quando il suo vicino con la cassa stava per vibrare il suo colpo, salvo poi litigare con il medesimo quando quest’ultimo si divertiva a mettere in atto delle false partenze.
In secondo luogo viene dedicata maggiore attenzione alla scelta del repertorio. Ovviamente ci sono sempre le marce— una banda senza marce è impensabile—ma sempre più la tavolozza musicale si ampia spaziando dal classico al jazz, dal rock al folk, con qualche puntata nell’etnico e in quella che viene detta world music. Soprattutto, come abbiamo avuto già modo di sottolineare, si lavora per progetti finalizzando anche un’intera stagione su un tema che interessa ed entusiasma sia il maestro sia i bandisti.
Ultimo, ma ovviamente non meno importante, è il ruolo assunto dalla presenza femminile e da quella dei giovani. Le donne sono ormai in maggioranza nella sezione dei legni ma incominciano a essere presenti anche nelle percussioni. Ultima roccaforte maschile sembrano esser rimasti gli ottoni ma, forse, non ci vorrà molto prima di vedere una gentile signora o signorina soffiare dentro la tuba!
Per quanto riguarda i giovani e—a volte—i giovanissimi, l’atteggiamento nei loro confronti è completamente cambiato. Una volta nella Filarmonica esistevano i capibanda e, in genere, gli anziani i quali erano ben attenti a difendere la posizione di privilegio che erano riusciti a raggiungere. I neofiti dovevano fare, come si diceva, la gavetta e sopportare magari qualche episodio che oggi verrebbe classificato come bullismo. Attualmente è normale trovare dei 15-16 enni che suonano come prime parti e nessuno trova assolutamente nulla da ridire. Essendo composta da elementi che vanno dai 14 agli ultra 80 anni, la banda è anzi uno dei posti privilegiati in cui si può attuare il dialogo e il confronto intergenerazionale. Ai più giovani viene riservato lo spazio e l’attenzione che sono stati in grado di guadagnarsi mentre i meno giovani possono continuare tranquillamente a brontolare sicuri che, in ogni caso, la loro passione, la loro esperienza e la loro età godranno sempre del rispetto dovuto.
Come ti erudisco il pupo
Il pupo erudito
Chiarite, nelle loro linee essenziali, le trasformazioni vissute dalla Filarmonica e dalla sua banda negli ultimi 20 anni, vediamo in maggior dettaglio quali sono stati gli avvenimenti più importanti avvenuti in quest’ultimo periodo. E partiamo proprio dal 2000.
In quell’anno ricorreva il 130° anniversario di fondazione della Filarmonica. La ricorrenza viene festeggiata il 3 settembre durante la tradizionale Festa in Piazza. Si tratta della XIV edizione di tale manifestazione, organizzata come sempre dall’Amministrazione Comunale, dalla Pro Loco, dalle associazioni locali e dalla Banca di Credito Cooperativo. Ogni anno la Festa è incentrata su un tema conduttore e quell’anno il motivo è proprio l’anniversario di fondazione della banda. Si inizia alle 10 del mattino con la celebrazione della Messa dedicata a tutti i bandisti, viventi e defunti. Si prosegue alle 11 con l’apertura della mostra La nostra banda che propone un’interessante rassegna di fotografie e la presentazione di una serie di partiture musicali, divise e strumenti utilizzati dalla banda nel corso della sua storia. Madrina della mostra è la signora Guglielma Szubert, pronipote del primo direttore della banda.
Il pomeriggio è tutto dedicato alla musica, con sfilata per le vie del paese ed esibizione della banda locale e dei complessi bandistici di Monfalcone, di Cormòns e di St. Kanzian in Carinzia. Gran finale alle 20:30 con il concerto della Filarmonica che presenta un programma che ripercorre musicalmente l’intera storia del sodalizio.
Il mese precedente la banda si era esibita in quel di Giassico—incantevole borgo in riva allo Judrio, nel comune di Cormòns—in occasione della festa per il … genetliaco dell’imperatore Francesco Giuseppe. Sì, avete letto bene. Da queste parti si continuava a festeggiare la nascita del vecchio Kaiser.
Banda austriaca in costume tradizionale
Tutto era partito nel lontano 1975. In quell’anno si tenne infatti la prima edizione della Festa dei popoli della Mitteleuropa che, partita in sordina, era andata assumendo nel corso del tempo fama internazionale. Nella terza domenica di agosto, infatti, migliaia di persone giungevano a Giassico dai Paesi che avevano fatto parte dell’impero asburgico richiamate da una kermesse che prevedeva, dopo una Messa di apertura con preghiere in sei lingue, incontri, sfilate, musiche, canti e balli della tradizione e del folklore dei paesi centro europei.
Fra ritratti dell’imperatore che troneggiavano, letteralmente, in ogni angolo, gruppi in costume, qualche nostalgico che prendeva la cosa sul serio, grigliate impressionanti e fiumi di birra, si potevano passare due giornate in allegria con un sottofondo musicale che è facile immaginare quale fosse. Occasione ideale dunque per la banda per rispolverare il più tradizionale dei repertori, dall’inno imperiale alle varie marce come la celeberrima Wien bleibt Wien (Vienna resta Vienna)—che da noi è nota come quella del Molighe el fil che svoli— e le altrettanto famose Alpenfest e Unter dem Doppeladler (Sotto la doppia aquila), quest’ultima composta da Wagner (non quello, un altro che aveva lo stesso cognome ma di nome faceva Franz Joseph e che oltre Tarvisio è noto come il re austriaco delle marce), tutti pezzi che si trovano ancora nel libretto usato per le sfilate.
A proposito di marce asburgiche, è il caso di concludere con una piccola nota tecnica. Se qualcuno sente suonare il medesimo pezzo da una banda nostrana e da una Musikkappelle che marcia indossando le brache di cuoio e un cappello con la piuma del gallo cedrone, si accorge che, anche se le note sono le stesse, il colore del brano è diverso. Il tempo degli austriaci è in genere più lento, l’andamento più ritmato, l’articolazione differente. Questo modo di suonare era caratteristico anche della banda di Turriaco. Dai vecchi bandisti veniva detto, con un termine incomprensibile e intraducibile, sticadìn. Per capire di cosa si trattava, aiuta un poco la spiegazione seguente, rubata da un’intervista al vecchio capobanda Mario Tomasella:
Noi suonavamo tutto più corto, tutto più sticadin. Cioè le note che dovevano durare due quarti, noi le facevamo durare di meno.
Non si trattava di marciare con un tempo rubato (cosa che, vi garantiamo, risulta praticamente impossibile), piuttosto si usava come un leggero staccato che, per essere continuamente ripetuto, poteva a volte suonare anche leggermente isterico. Quel tipo di suono è andato perduto anche se, ogni tanto, viene fatto qualche tentativo filologico per recuperarlo.
E, piano piano, siamo quasi arrivati ai nostri giorni. Ci restano da coprire gli ultimi due decenni, un periodo che facciamo tutti fatica a considerare come “storia”.
Il 2001 si apre con una brutta notizia. Agli inizi di marzo viene a mancare Lidiano Azzopardo. La scomparsa del vecchio direttore getta nello sconforto non solo la Filarmonica ma l’intera comunità turriachese che gli aveva sempre manifestato grande stima e un profondo affetto, sinceramente ricambiati dal maestro che considerava un po’ Turriaco come la seconda casa. La sua figura verrà ricordata un anno dopo con un concerto incentrato su brani da lui composti o diretti nel corso negli ultimi anni.
Nel 2003 si assiste a un cambio di Presidenza. Giuseppe Buttignon lascia la carica e al suo posto viene eletto Andrea Baldo. Del nuovo Consiglio Direttivo fanno parte il vicepresidente Mario Pressi, i consiglieri (riconfermati) Valter Bertoz, Marco Cerni, Sergio Passon, Marina Canciani, Franco Nocent, Stefano Clemente, Mauro Mattiazzi e due nuovi nomi: Gabriele Zimolo e Irene Brumat.
A questo punto è doverosa una riflessione. Se si ha la pazienza di andar a rivedere i nomi di coloro che si sono succeduti al vertice della Società Filarmonica e si controlla la durata dei loro mandati, ci si accorge che la Presidenza, più che una carica pro tempore, potrebbe venir considerata quasi come un’investitura monarchica, nel senso che, chi la riceve, la esercita per un periodo di tempo in genere molto lungo. Gualtiero Cosolo è stato presidente per 27 anni, Giuseppe Buttignon per 18 anni; lo stesso vale per Andrea Baldo, presidente in carica.
Il fatto che una persona venga ripetutamente confermata in un tale incarico (le elezioni degli organi direttivi si svolgono ogni due anni) può voler dire diverse cose. In primo luogo sta a testimoniare un’assoluta mancanza di conflittualità interna e l’inesistenza di trame sotterranee volte a raggiungere posizioni di vertice. Complotti, congiure e colpi di mano sono un qualcosa di completamente estraneo alla spirito e alla storia della Filarmonica, e tutti sono convinti che è bene si continui così.
Andrea Baldo, Presidente in carica
Colui che, diventando Presidente, accetta di assumersi oneri e responsabilità che si sono fatti nel corso del tempo sempre più pesanti, lo fa per puro spirito di servizio, dal momento che alla carica non è associato alcun beneficio, diretto o indiretto. Questo, d’altra parte, significa però anche che, una volta che un eletto ha dimostrato di saper coprire con saggezza, equilibrio e incisività il proprio ruolo, la decisione di quando smettere dipende in pratica solo da lui.
Per il Concerto di Natale di quell’anno viene introdotta una novità che verrà regolarmente ripetuta negli anni successivi: la rappresentazione si apre con l’esibizione della Banda Giovanile formata dagli allievi dei corsi di orientamento musicale coordinati da Marina Canciani. Si tratta di un cambiamento voluto dal Consiglio Direttivo e dal maestro Martinello per celebrare i 20 anni della costituzione della Scuola di Musica della Filarmonica. Nell’occasione viene consegnata una targa all’ex presidente Buttignon in segno di gratitudine per il lavoro svolto durante la sua presidenza e viene inaugurato il nuovo gonfalone che era stato ricamato dalla signora Sonia Beltrame.
Anche nel nuovo millennio si continua a tessere e a rinsaldare i rapporti con le bande dei Paesi vicini. Nel 2002 c’erano state le visite a St. Kanzian, in Austria, e a Tolmino, in Slovenia. Nel 2004 si svolse un’altra memorabile trasferta in Carinzia, memorabile in quanto ricca di insegnamenti per il futuro. Questa volta la meta era Bodensdorf, solita amena cittadina sul solito ameno lago, che questa volta era l’Ossiachersee. I ricordi dei partecipanti a tale trasferta sono piuttosto confusi—e fra poco sarà facile capire il perché—ma qualcosa siamo riusciti a ricostruire.
La trasferta era stata preparata da una ricognizione condotta da un gruppetto di cinque persone—emissari della Filarmonica, del Gruppo Costumi Bisiachi e della Banca di Credito Cooperativo—che avevano preso contatto con il direttore della locale Raiffeisen Bank—che patrocinava la trasferta—e con la banda locale —che festeggiava in quell’anno il 55° di fondazione.
Che le cose stessero prendendo una piega un po’ particolare lo si capì subito dal fatto che il suddetto direttore, che si chiamava Reiner Furlan (e il cui cognome fa capire molte cose), si mise a offrire a tutti, alle dieci del mattino, abbondanti degustazioni di Schnapps, le grappe locali che vengono offerte come segno di benvenuto e in occasione dei brindisi. Occorre sapere (lo diciamo per i non germanofoni) che Schnapps deriva da schnappen, verbo che descrive il modo tipico di bere tale liquore: ingurgitando in un colpo solo il contenuto del bicchierino. Se all’inizio tutti erano concentrati nel discutere quale fosse la temperatura ideale per servire un Obstler, nel riconoscere il profumo tipico di sedano di una Meisterwurz e nell’apprezzare il retrogusto amarognolo di una Enzian, dopo un paio di giri tutte queste distinzioni diventarono, per così dire, molto più sfumate, ed è facile immaginare il perché.
Quello che risultò indegno non fu tanto il comportamento fuori casa dei cinque summenzionati—si sa che quando si è in ballo bisogna ballare—quanto il fatto che, al ritorno, nessuno avesse fatto menzione dell’accaduto. Quando un paio di giorni dopo si mosse il grosso della spedizione, questo venne colto completamente di sorpresa.
Bodensdorf: Gli spiriti si scaldano
L’esibizione in comune con la banda locale venne preceduta da una lunga fase di fraternizzazione nel corso della quale i Prosit si sprecarono. Tutti arrivarono al concerto già ben carburati ma, comunque, le note furono indovinate quasi tutte, i tempi più o meno rispettati e i brani in programma portati in un modo o nell’altro a termine. Quello che rimane avvolto nelle nebbie è il dopo-concerto. Di sicuro si sa che un gruppo di bandisti si trovò, chissà come, sul palco a improvvisare con i locali brani mai visti né sentiti, che ci fu un notevole lavoro di taxi per permettere di andare a letto a chi non era in grado di farlo da solo e che, colto da un attacco di pudore, più di qualcuno scelse di non partecipare alla sfilata per le vie del paese che si tenne il giorno successivo. Ma l’esperienza vissuta, come leggeremo fra poco, risultò preziosa in un’occasione successiva.
Quell’anno vide una novità: l’esordio in pubblico del Turriaco Brass Ensemble la sezione di ottoni della banda. E qui è necessario aprire una parentesi per chiarire alcune cose che risulteranno superflue per chi suona o si intende, comunque, di musica ma che forse saranno utili a chi, senza essere esperto, vorrà leggere queste righe.
Il Turriaco Brass Ensemble nella chiesa di S. Rocco
Gli strumenti che entrano a formare un complesso musicale vengono divisi in sezioni, o famiglie. Le principali sono quelle degli archi, dei legni, degli ottoni e delle percussioni. In una banda non esistono gli archi (salvo la presenza occasionale del contrabasso che compare, comunque, solo quando la banda suona in una sala da concerto e non quando si muove). Le percussioni comprendono quegli strumenti che, come dice il nome, vengono percossi con dei bastoncini o dei martelletti (tamburo, grancassa, batteria ma anche xilofono, vibrafono ecc.) o che vengono scossi (come il tamburello) o sbattuti (come i piatti). E fin qui non c’è problema. Poi ci sono i legni e gli ottoni.
Sembrerebbe che la distinzione fra legni e ottoni sia semplice e naturale: se uno strumento è fatto di legno (oggi anche di plastica) è un legno, se è fatto di ottone (o, comunque, di metallo) è un ottone. Magari fosse così. La distinzione fra queste due famiglie si basa su criteri diversi. Alcuni sono di tipo storico. Ad esempio, nel passato i flauti erano fatti tutti di legno. Era di legno il flauto diritto (detto anche flauto a becco o flauto dolce) ed era di legno il flauto traverso (quello che tutti chiamano semplicemente flauto). Quest’ultimo oggi è fatto di metallo ma viene ancora considerato come facente parte dei legni. Viene considerato come un legno anche il sassofono (meglio: i sassofoni, ce ne sono di diverso tipo: soprano, contralto, tenore e baritono) anche se, essendo stato inventato abbastanza di recente, questo strumento è stato sempre costruito di metallo.
Quello che fa la differenza, dunque, non è il materiale da costruzione ma il modo con cui lo strumento viene suonato. Negli ottoni il suono è prodotto dalle vibrazioni dell’aria che passa attraverso le labbra appoggiate a un bocchino; nei legni le vibrazioni sono prodotte soffiando l’aria in un foro (flauto e ottavino) o facendo vibrare con le labbra un’ancia che può essere semplice (nel clarinetto e nel sassofono) o doppia (nell’oboe e nel fagotto). Fanno parte degli ottoni la tromba, il trombone, il corno, la tuba e altri strumenti come l’eufonio e i flicorni.
Si tratta di una famiglia dal colore omogeneo (quasi come quello degli archi e molto superiore a quello dei legni) e dotata di notevole versatilità e di grandissime capacità espressive.
Le trombe
Spesso i componenti di orchestre e formazioni prestigiose, come i Berliner e i Wiener Philarmoniker o anche la nostra orchestra di Santa Cecilia, per soddisfazione personale, desiderio di novità o per esplorare un repertorio diverso da quello tradizionale, costituiscono dei gruppi che si esibiscono in brani in grado di esaltare le particolarità dei loro strumenti.
Così, senza essere né i Berliner né i Wiener, anche la Filarmonica ebbe per un periodo di tempo il suo gruppo di ottoni. Il promotore dell’iniziativa fu David Facini, diplomato in tromba presso il conservatorio Tomadini di Udine e insegnante presso la Scuola di Musica, che convinse una dozzina fra allevi, ex-allievi e vecchi musicanti a lanciarsi in questa nuova avventura. Il gruppo si esibì per un paio di anni in una serie di concerti natalizi e di beneficenza e costituì un’interessante integrazione all’attività della banda.
A un certo punto qualcuno ebbe anche l’idea di incidere un CD. Approntato uno studio casalingo ma efficiente, trovato il fonico, preparati i microfoni, l’Ensemble si ritrovò una domenica mattina per procedere alla registrazione. A detta dei partecipanti si trattò di un lavoro duro ma remunerativo. Per quattro ore vennero provati, ascoltati, riprovati e riascoltati i brani che dovevano comporre il CD. Conclusa la registrazione, al momento di salvare il tutto su disco, ecco il fattaccio: per distrazione o altro uno dei componenti (tutti si ricordano chi fosse), inciampando su un cavo di alimentazione provocò l’interruzione della corrente e la perdita totale di quanto fatto (quella volta non esistevano, o comunque non erano a disposizione, delle batterie tampone). Dopo un momento di disperazione, di cui fortunatamente è andata persa la parte sonora, si ripartì da zero ma con un entusiasmo inevitabilmente minore. Il CD venne comunque inciso ma il risultato, a detta di tutti, non era comparabile con quello originale.
Tromboni ed eufoni
Come spesso succede, attività di questo genere sono legate a doppio filo alle persone che le attivano. Con il passaggio di Facini ad altri incarichi, il Brass Ensemble terminò la propria attività, e fu un vero peccato.
Nel 2005 un altro triste evento. Dopo mesi di sofferenze, si spegne l’ex presidente Giuseppe Buttignon la cui vita era stata dedicata al lavoro, alla famiglia e alla Filarmonica, di cui era stato socio sin dal 1947. Uomo dal carattere cordiale, dallo spirito aperto e dalla battuta pronta, Giuseppe era capace di smussare ogni contrasto e di creare quel clima di amicizia e collaborazione che è condizione fondamentale per far sopravvivere e operare con successo ogni organizzazione. L’anno successivo la Filarmonica ne onorerà la memoria con uno struggente concerto che vedrà la partecipazione anche dei cori di Begliano—paese in cui Buttignon si era trasferito—e di S. Pier d’Isonzo—paese nel quale aveva partecipato con la banda a tantissime processioni e nella cui sala parrocchiale aveva tenuto numerose esibizioni. Nell’occasione alcuni dei membri più anziani, che avevano da tempo lasciato la Società, vollero riprendere in mano il loro strumento per ricordare l’amico scomparso.
Il compianto presidente Giuseppe Buttignon
L’anno successivo, siamo nel 2006, la sfilata del mattino di Pasqua si svolse nel filone dell’innovazione all’interno della tradizione. Nonostante il cielo minacciasse pioggia, la banda partì infatti puntualmente per effettuare il giro del paese con lo scopo di dare la sveglia e di fare gli auguri agli abitanti. Si tratta di una consuetudine che risale a tempi remoti e alla quale bandisti e turriachesi tengono molto. Come al solito, nessuno aveva fatto prima colazione. Come da tradizione, infatti, il giro prevedeva numerose soste davanti a banchetti preparati per l’occasione sui quali facevano bella mostra sfiziosità pasquali di ogni tipo. Quell’anno il giro non fu quello solito. Il percorso venne infatti allungato per raggiungere anche via Benco e la circonvallazione sud che era stata inaugurata solo un mese prima. Quando il paese cambia, la banda cambia con esso.
Interessante novità per il concerto di Natale del medesimo anno. Tra i brani eseguiti sotto la direzione del maestro Martinello venne presentato Alla czardas di G. Orsomando. Bene, direte voi, dov’è la notizia? Allora, cominciamo con il dire che quel pezzo era stato utilizzato come brano obbligatorio per la categoria Clarinetto solista e banda al Quarto Concorso di Clarinetto Città di Carlino cui la Filarmonica aveva partecipato l’ottobre precedente. Se andate ad ascoltarvelo (YouTube in questo risulta fondamentale) vi accorgerete che si tratta di un pezzo virtuosistico che, per essere padroneggiato, richiede un’eccezionale agilità, competenza tecnica e la capacità di coprire con fluidità tutti i registri dello strumento. Vincitore del concorso risultò Gabriele Zimolo che nella banda di Turriaco aveva iniziato la sua formazione e che con la banda continua a suonare anche dopo il conseguimento del diploma di clarinetto presso il conservatorio Tartini di Trieste. Alla presenza di un numeroso pubblico, del sindaco, del parroco del direttore della Banca di Credito e della presidente provinciale dell’ANBIMA, Gabriele, vincendo la naturale timidezza e ritrosia, diede ampia dimostrazione delle sue capacità musicali.
Nel 2007 c’è un cambio di conduzione: dopo un decennio di attività, Flaviano Martinello lascia la Filarmonica di Turriaco per dedicare tutta la sua attenzione alla banda di Carlino, che dirigeva da tempo. In attesa del nuovo maestro, la guida della banda passa proprio a Gabriele Zimolo che la dirige anche in occasione del concerto per la tradizionale Festa in Piazza del mese di settembre. Una settimana dopo arriva da Trieste Maurizio Zaccaria, 41 anni, diplomato in strumentazione per banda al conservatorio di Verona e formatosi alla scuola del maestro Azzopoardo. Al suo insediamento ufficiale, per dare il benvenuto, è presente anche il sindaco Alessandra Brumat.
Il maestro Maurizio Zaccaria
Si deve a Zaccaria quell’idea di lavorare per cicli e per progetti che ancora oggi viene perseguita dalla Filarmonica. Si deve a Zaccaria, inoltre, l’idea di rinforzare la sessione delle percussioni, sia come dotazione strumentale sia come formazione dei musicisti. Su sua spinta vennero infatti acquistati uno xilofono, un glockenspiel e due timpani. E anche qui è necessario dire qualcosa per coloro che non sono del mestiere.
Le famiglia delle percussioni comprende due tipologie di strumenti. Quelli più noti e conosciuti (ad esempio: la grancassa, il tamburo rullante, i piatti) appartengono alla categoria delle percussioni ad altezza indeterminata. In parole povere, questo significa che tali strumenti emettono un suono indistinto, che può essere più o meno grave o più o meno acuto, ma che non corrisponde ad alcuna nota precisa. E poi ci sono le percussioni ad altezza determinata che danno come risultato note ben definite, che possono essere cantate o replicate su altri strumenti e con le quali si possono creare frasi musicali e melodie.
Piccoli percussionisti crescono … (e sono cresciuti)
Xilofono e glockenspiel appartengono a questa seconda categoria. Entrambi sono costituiti da un insieme di lamine disposte su due file come nella tastiera del pianoforte: nella riga inferiore—corrispondente ai tasti bianchi—si producono le note naturali, sulla superiore—corrispondente ai tasti neri—le note alterate con i diesis e i bemolle. Entrambi si suonano percuotendoli con delle bacchette o dei martelletti; i virtuosi usano due bacchette per mano. La differenza fra i due strumenti sta nel materiale: le lamine dello xilofono sono di legno e producono un suono limpido ma un po’ secco e legnoso, quelle del glockenspiel sono di metallo e producono un suono argentino, simile a quello di una campanella.
E poi ci sono i timpani. Qui, è proprio il caso di dirlo, l’apparenza inganna. Se esternamente i timpani assomigliano a dei tamburi, in realtà costituiscono delle percussioni ad altezza determinata. La loro intonazione può venire infatti regolata—nei timpani moderni agendo su dei pedali—variando la tensione della membrana che li ricopre la quale in questo modo produrrà note di altezza differente. Si tratta di strumenti piuttosto complessi e anche piuttosto costosi. Il loro prezzo varia a seconda della marca dei materiali, del diametro e di altre particolarità tecniche ma in ogni caso è, come si dice, piuttosto importante. E, non dimentichiamolo, si parla sempre di timpani: ce ne vogliono almeno due, anche se i complessi più grandi ne hanno in dotazione tre o anche quattro.
La discussione sull’opportunità di acquistare o meno i timpani fu piuttosto animata, anche perché ci si dibatteva in un dilemma del tipo uovo o gallina. Secondo alcuni era inutile comperare i timpani, dal momento che non c’era nessuno che fosse in grado di suonarli; secondo altri era impossibile che qualcuno imparasse a suonare i timpani se non aveva a disposizione lo strumento. (Stranamente questo argomento non venne sollevato per lo xilofono e il glokenspiel; forse si sperava di poter dirottare qualche allievo dal pianoforte a queste percussioni). Qualcuno faceva poi notare che i timpani potevano essere suonati solo in formazione orchestrale dal momento che era escluso poterli usare quando si sfilava. Come andò a finire lo si può facilmente immaginare. I timpani furono finalmente acquistati e da quel giorno fanno parte della dotazione strumentale. Tutti sono soddisfatti e contenti, con l’unica eccezione di coloro che, in ogni trasferta, devono caricarli e scaricarli da furgoni e camioncini vari.
Anno 2009. La Filarmonica si gemella con un altra banda, si tratta di quella di Ponte Buggianese, in provincia di Pistoia. I primi contatti furono presi grazie all’intermediazione della signora Cristina, moglie del presidente Andrea Baldo, originaria di quelle parti. L’idea di stringere rapporti con una banda toscana fu accolta da tutti con entusiasmo e ci si preparò adeguatamente per la trasferta che venne organizzata in modo da comprendere anche la visita a Torre del Lago Puccini e a Pisa.
Dal momento che, quando si è invitati da qualche parte, è brutto presentarsi con le mani in mano, ci si premurò di caricare sul pullman due damigiane di vino, una di bianco e una di rosso, da offrire come omaggio a coloro che ci ospitavano. Lo stesso Andrea sovrintese personalmente all’operazione, vista la delicatezza della stessa. Portati a termine i preparativi e controllato che tutto fosse sistemato, si partì alla volta della Toscana.
Ponte Buggianese: presentazione della banda prima dell’esibizione
Arrivati verso mezzogiorno in albergo a Montecatini, dove era previsto il pernottamento, per prima cosa ci si premurò di sistemare in luogo adeguato le damigiane per ripararle dal calore agostano. In fase di sistemazione di bagagli e strumenti avvenne però un’amara scoperta: mancava il trombone del presidente, evidentemente dimenticato (il trombone, non il presidente) a Turriaco. Con una serie di frenetiche telefonate ai colleghi toscani ci si assicurò che, comunque, la Filarmonica potesse suonare con gli ottoni al completo.
Rifocillati, riposati e dopo aver compiuto una breve visita alla città, tutti erano pronti a partire verso Ponte, dove era prevista la cena conviviale e il concerto in piazza. Come si può immaginare, le prime cose che vennero scaricate dal pullman, prima ancora degli strumenti, furono le preziose damigiane. Quella di bianco fu immediatamente requisita dal maestro della banda locale, ufficialmente per evitare tentazioni, anche se le malelingue sostengono che di essa si persero completamente le tracce. Memori dell’effetto Bodensdorf, comunque, a cena tutti si comportarono in maniera inappuntabile e brindisi e festeggiamenti vennero rinviati al termine dell’esibizione.
ùLe altre protagoniste della serata
Come da consuetudine, la banda di Ponte Buggianese ricambiò la visita l’anno successivo in occasione della Festa in Piazza accolta, oltre che dalla Filarmonica, anche dalle bande di Pieris, Doberdò del Lago e Monfalcone. Gli ospiti si premurarono di insegnare ai colleghi bisiachi il significato della parola finocchiona. La lezione venne compresa talmente bene che, dopo qualche decina di minuti, dell’insaccato non rimase neanche la traccia. Ogni tanto qualcuno si chiede se non sia il caso di ritornare a fare una visita da quelle parti.
Negli stessi anni intanto, su proposta e sollecitazione del maestro Zaccaria, si cominciano a mettere in cantiere dei progetti innovativi che faranno fare all’attività artistica della Filarmonica il proverbiale salto di qualità.
La prima occasione venne fornita dal bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi. Per celebrare l’avvenimento, furono organizzati in tutta Italia numerosissimi eventi, favoriti anche da una legge che proclamò il 2013 Anno Verdiano e stanziò dei fondi importanti per la valorizzazione dell’opera del Maestro, il restauro dei luoghi verdiani e la promozione di manifestazioni e spettacoli celebrativi. Di quei soldi a Turriaco non si vide nemmeno l’ombra ma la Filarmonica diede comunque il proprio contributo organizzando SempreVerdi all’opera, una serie di concerti incentrati sull’esecuzione di brani tratti dai melodrammi verdiani.
Che una banda suoni le opere di Verdi non rappresenta certo una novità; lo si è sempre fatto e lo si continuerà a fare anche nell’avvenire. Quello che SempreVerdi all’opera mise in scena fu invece qualcosa di completamente diverso. Lo spettacolo infatti prevedeva l’esecuzione di pezzi strumentali, solistici e corali. La parte strumentale era fornita dalla Filarmonica, in versione orchestra di fiati. Come cantanti solisti figuravano il tenore Federico Lepre e il soprano Francesca Moretti. Per quanto riguarda i coristi, questi provenivano da cinque diverse formazioni: la corale Seghizzi di Gorizia, il coro della Basilica di Aquileia, il gruppo corale Gialuth di Roveredo in Piano (PN), il coro Lorenzo Perosi di Fiumicello (UD) e il coro Tourdion di Cavalicco di Tavagnacco (UD).
Vennero tenuti concerti in diverse località della regione: al Parco di Villa Tinin di Feletto Umberto, all’auditorium Concordia di Pordenone, nella piazza di Fiumicello, all’auditorium comunale di Pagnacco e al Teatro Verdi di Gorizia, in quest’ultima città in occasione della cerimonia di apertura del concorso corale intitolato a Cesare Augusto Seghizzi. Dappertutto la partecipazione del pubblico fu numerosa, a volte anche troppo. A Pagnacco si sfiorarono dei problemi di ordine pubblico a causa del malumore suscitato dal fatto che, nonostante i circa 400 posti a disposizione, molti non riuscirono a entrare e dovettero ritornare a malincuore a casa.
SempreVerdi all’Opera a Feletto Umberto
Il programma, unico per tutti i concerti, era tale da soddisfare ogni tipo di gusto. Si partiva con l’Ouverture da la Giovanna d’Arco—pezzo in cui il primo flauto e il primo clarinetto hanno modo di dimostrare tutte le loro capacità—per poi proseguire con due cori dall’Ernani, rispettivamente Evviva, beviam! e Si risvegli il Leon di Castiglia, sufficienti a riscaldare gli animi anche degli ascoltatori più indifferenti. Spazio quindi ai solisti con Questa o quella dal Rigoletto per passare poi a un’altra Ouverture, questa volta del Nabucco. Sempre dal Nabucco altri due pezzi corali: Gli arredi festivi e l’immancabile Va pensiero.
Di nuovo spazio al bel canto solistico con De’ miei bollenti spiriti, da La traviata, per poi ritornare alla vocalità corale con il Coro dei gitani da Il trovatore. Il concerto terminava in crescendo con il Preludio dell’Aida e il finale del secondo atto della stessa opera con il coro Gloria all’Egitto e la Marcia trionfale. Insomma un gran bel programma destinato ad avere, come in effetti ebbe, un grande successo.
Un commento da dietro le quinte sulla logistica del concerto. Gli appassionati di opera sanno che il Coro dei gitani è noto per una particolarità. Dopo una travolgente introduzione, infatti, l’entrata del tema sul verso Chi del gitano i giorni abbella? è accompagnata dal ritmo dei colpi di martello battuti su un incudine (per qualcuno questo è l’unico tipo di musica metal che è in grado di sopportare!)
Per un’esecuzione filologicamente corretta del brano, era dunque necessario procurarsi l’incudine in questione. Il problema è che tale attrezzo è utilizzato dai fabbri ma nel 2013 di fabbri a Turriaco non ce n’erano più. Fortunatamente furono trovati due agricoltori che ne avevano ancora uno e lo misero volentieri a disposizione. Gli incudini trovati, in realtà, furono addirittura tre ma uno era troppo grande e dall’intonazione insoddisfacente per cui venne immediatamente scartato. Insomma, se alla Scala o alla Fenice il coro dei gitani viene eseguito con un incudine, la Filarmonica lo eseguì con due, battuti (o suonati, fate voi) da due allievi del corso di percussioni.
Domanda: cosa se ne fa un contadino dell’incudine?? Risposta: lo utilizza, o meglio lo utilizzava, per battere la lama della falce da fieno. L’operazione serviva per raddrizzare la lama che veniva poi affilata con la cote, la pietra abrasiva che si portava riposta in un corno di bue svuotato. Una volta si trattava di una cosa comune, oggi, se volete vedere come si fa, dovete cercarla su YouTube.
SempreVerdi fu un vero successo e rappresentò un punto di svolta nel modo in cui la Filarmonica iniziò a considerare la propria attività. Quell’esperienza convinse infatti tutti che non era necessario considerarsi solo una simpatica banda di paese ma che ci si poteva addentrare in territori sui quali nessuno in passato aveva pensato di avventurarsi.
Un altro passo importante in questa nuova direzione venne compiuto l’anno dopo, nel 2014. Questa volta la spinta partì dagli amici dell’Associazione Culturale e Musicale Tourdion di Cavalicco di Tavagnacco. Fondato nel 1998, il coro aveva iniziato con un repertorio di musica liturgica e popolare per passare poi gradualmente alla lirica esibendosi, in collaborazione con altre formazioni corali e strumentali, in rappresentazioni dell’Elisir d’amore, Don Pasquale, Così fan tutte, La traviata e Madama Butterfly. Dal melodramma all’operetta il passaggio si presentava naturale ed ecco quindi l’idea di allestire uno spettacolo basato su una selezione di arie tratte da questo genere musicale. La proposta venne accolta con entusiasmo dal maestro Zaccaria e si partì con il nuovo progetto.
Un mondo d’operetta! venne rappresentato nel mese di giugno 2014, prima al parco di Villa Tinin a Feletto Umberto (un venerdì 13, tanto per sfatare l’idea che il mondo artistico sia vittima di superstizione) e poi la settimana successiva (questa volta di domenica) nella piazza di Turriaco. Sotto la direzione del maestro Zaccaria si esibirono la Filarmonica, il coro Tourdion e i solisti Federico Lepre, tenore e direttore artistico del Tourdion, Silvia Felisetti e Federica Volpi. I due soprani si alternarono nelle recite: Silvia Felisetti partecipò alla rappresentazione di Feletto Umberto mentre Federica Volpi calcò la scena in quella di Turriaco.
La locandina di “Un mondo d’operetta”
Nel programma dello spettacolo c’era quello che ci si poteva aspettare. Si partiva con l’ouverture dallo Zingaro Barone di Johann Strauss figlio eseguita da banda e coro. Si proseguiva con una rassegna antologica da La parata di primavera di Stolz, lavoro che, con l’interpretazione della Daniela Mazzuccato, aveva avuto due anni prima un grande successo al festival dell’Operetta di Trieste. La banda si esibiva da sola nell’ouverture del Mikado, lavoro di difficile classificazione risultato della collaborazione fra i geni del musical Gilbert e Sullivan, e ne La principessa della Czardas. Si proseguiva con Tu che m’hai preso il cuor da Il paese del sorriso per finire in crescendo con Al cavallino bianco, Il paese dei campanelli e La vedova allegra. Con un programma del genere il successo doveva essere assicurato e infatti lo fu.
Il 2014 era anche l’anno in cui si ricordava l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Per noi è la guerra del 1915-18 ma non dobbiamo dimenticare che l’Austria aveva dichiarato guerra alla Serbia nel luglio dell’anno precedente. E non va inoltre dimenticato, anche se la cosa è quasi ignota al di fuori di queste terre, che i primi caduti italiani di quel conflitto furono i soldati triestini, giuliani e friulani inquadrati nel 97° reggimento fanteria Georg Freiherr von Waldstätten che venne impegnato in linea nei pressi di Leopoli, in Galizia. Fra l’agosto e il settembre del ‘14 il reggimento perse in combattimento la metà degli organici mentre i superstiti finirono in gran parte prigionieri dei russi. E questo fu solo l’inizio di quella carneficina che si protrarrà per i successivi quattro anni.
Naturale quindi che le commemorazioni in Friuli Venezia Giulia iniziassero in anticipo rispetto al resto d’Italia. Fra le manifestazioni di Carso 2014 che vennero organizzate dal comune di Sagrado vi fu anche Suoni e parole della grande guerra, che si tenne sabato 21 giugno nella frazione di S. Martino del Carso. L’evento era promosso dall’ANBIMA e vedeva la partecipazione, con un’aliquota dei loro rappresentanti, di tutte le bande della provincia di Gorizia, vale a dire: Cormòns, Doberdò del Lago, Grado, Monfalcone, Mossa, Pieris, Ronchi dei Legionari, Turriaco e Villesse. La Filarmonica partecipò all’evento con una dozzina di suoi componenti.
La serata iniziò con una sfilata che diede modo ai partecipanti di passare davanti alla lapide su cui erano incisi i versi che Giuseppe Ungaretti aveva dedicato al paese:
Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto Ma nel cuore nessuna croce manca È il mio cuore il paese più straziato
Arrivati in piazza della Fontana ebbe inizio il concerto, diretto dal maestro Zaccaria. L’esecuzione dei vari pezzi in programma (canti militari e popolari e brani d’epoca) era intercalata dalla lettura di testi e poesie sul tema della guerra.
Un evento di tenore similare si tenne al parco di villa Tinin di Feletto Umberto il 12 giugno dell’anno succesivo, il 2015. Questa volta si tratta di Musiche dai due fronti: Il nemico è come noi. Il format, come si dice adesso, era il medesimo di Suoni e parole: musica e testi per raccontare la guerra italo-austriaca solo che questa volta la prospettiva era duplice e prendeva in esame il punto di vista di entrambe le parti per arrivare a rendersi conto, come dice per l’appunto il titolo, che il nemico è come noi.
I testi erano stati scelti, letti e commentati dal professor Carlo Perucchetti del Centro Studi Musica e Grande Guerra di Reggio Emilia. Smotto la direzione del maestro Zaccaria la parte musicale era affidata, oltre alla Filarmonica, al coro Tourdion, al tenore Federico Lepre e, novità questa assoluta nelle collaborazioni con i gruppi musicali vicini, all’ottetto vocale Simon Gregorčič di Caporetto, in Slovenia. Una nota di colore: contribuiva ad animare la rappresentaione, rendendola più realistica, il gruppo I grigioverdi del Carso di Ronchi dei Legionari associazione specializzata in rievocazioni storiche relative alla Grande Guerra.
Il carattere bipartisan della manifestazione appare evidente anche da una rapida scorsa ai titoli dei brani eseguiti per l’occasione che comprendevano sia la Marcia Reale sia l’inno austro-ungarico e che all’italiana Canzone del Piave facevano seguire la Piave marsch (che, per la cronaca aveva come autore Franz Lehar, noto per tutt’altro tipo di musica) per non parlare di un’asburgica Viva Trieste marsch che più sticadina non si può immaginare. Di interessante c’era l’inclusione nel programma di brani della tradizione slovena composti o arrangiati da Metod Bajt, fondatore e direttore artistico dell’ottetto Gregorčič.
I progetti in collaborazione con l’associazione Tourdion continuano nel 2017 con la messa in scena di Invito all’opera con delitto, divertente pastiche teatrale che prendeva in giro personaggi e stereotipi del mondo del melodramma e in cui lo svolgersi della vicenda comportava, più o meno pretestuosamente, l’esecuzione di arie, duetti e cori tra i più noti e amati di quel grande repertorio che va da Rossini a Verdi, da Puccini a Mascagni. Lo spettacolo era già andato in scena l’anno precedente in una versione in cui la parte musicale era demandata al solo pianoforte. Nella rappresentazione andata in scena al Palamostre di Udine nel mesedi gennaio, la colonna sonora era fornita dalla banda di Turriaco. Lo spettacolo verrà successivamente replicato a Monfalcone e a Pagnacco.
Invito all’opera con relitto
Un altro evento importante si verifica ancora nel 2017. E qui lasciamo direttamente la parola al maestro Zaccaria
Desidero qui ricordare l’ultimo progetto che ho realizzato nel 2017 con questa formazione: Toscanini sul Monte Santo e a Cormons, per ricordare il centenario dei concerti che Arturo Toscanini ha fatto sul Monte Santo dirigendo una Banda Militare a ridosso delle prime linee, durante l’XI battaglia dell’Isonzo, nell’agosto del 1917. E’ stato particolarmente emozionante poter suonare all’interno della Basilica di Monte Santo, oggi in territorio sloveno, un repertorio strettamente legato a quel luogo e ai fatti che si sono svolti in quegli anni. Grazie ancora una volta alla collaborazione col professor Carlo Perucchetti si è potuto realizzare un interessante progetto legato alla storia del nostro territorio.
Il 2018 vede il verificarsi di tre eventi di rilievo. In primo luogo cambia il maestro della banda. Maurizio Zaccaria lascia la direzione e viene sostituito da Fulvio Dose che, dopo essersi diplomato in clarinetto presso il Conservatorio Tartini di Trieste, si era specializzato in direzione e strumentazione per insieme di fiati. Fra Dose e la Filarmonica fu intesa a prima vista. Entrambi erano dell’idea che non aveva senso riprendere la solita e comoda routine ma che era il caso di mandare subito un forte segnale mettendo in piedi qualcosa che a Turriaco non si era mai fatto: rappresentare un’opera lirica.
La scelta cadde su La traviata, il melodramma più rappresentato in assoluto, nella riduzione e orchestrazione di Lorenzo Pisceddu. In poco più di un’ora di spettacolo venivano rappresentati in forma di concerto le arie più famose del melodramma verdiano. Oltre ai protagonisti Violetta, Alfredo e Germont, era previsto l’intervento di un narratore che aveva il compito di collegare fra loro i diversi brani illustrando al pubblico l’evolversi della storia.
Fra il 15 luglio e il 5 agosto l’opera venne rappresentata a Feletto Umberto, Talmassons e Turriaco. Protagonisti figuravano il soprano Giulia Della Peruta, il tenore Federico Lepre e il baritono Cüneyt Ünsal. Il coro era quello dell’Associazione Tourdion, la voce narrante quella di Paolo Fagiolo. Dirigeva la banda della Società Filarmonica e l’intero complesso il maestro Dose.
Il terzo evento importante del 2018 consistette nella visita che la Filarmonica fece alla banda di Venaria Reale, comune del torinese dove si trova l’omonima famosa reggia sabauda e gli annessi splendidi giardini all’italiana. Questi ultimi rappresentano un qualcosa di unico nel panorama dei grandi giardini storici. Basti pensare che, ancora alle soglie del 2000, erano ridotti in condizioni tali da rendere difficile rendersi conto di quale fosse la loro conformazione originale. Completamente ricostruiti e riportati alla loro struttura a tre livelli, i giardini vennero riaperti al pubblico nel 2007 e offrono una visione incomparabile per la bellezza e vastità del panorama naturale circondato dai boschi del Parco della Mandria e dalla catena delle Alpi.
La banda alla reggia di Venaria (in versione turistica)
La banda alla reggia di Venaria (esibizione finale)
Era da tempo che la banda non faceva trasferte di una certa importanza e il viaggio in Piemonte rappresentò un graditissimo diversivo reso ancora più piacevole dall’ospitalità calda e generosa che venne offerta. Il programma della visita non si discostava da quello delle numerose trasferte precedenti: concerto il sabato sera, sfilata la domenica e un arrivederci al prossimo incontro, incontro che, per i noti motivi, non si è ancora potuto realizzare ma che, comunque, ci si prefigge di organizzare quanto prima.
Nel 2019 ci fu un altro evento memorabile: la replica de La traviata. Di solito, in ambito teatrale, le rappresentazioni importanti sono costituiti dalle prime. Le repliche sono, per l’appunto, repliche e spesso vengono effettuate in contesti un po’ meno brillanti. Questa volta le cose andarono in maniera esattamente opposta e l’atmosfera che accompagnò la messa in scena del capolavoro verdiano fu assolutamente unica.
Tanto per cominciare, la rappresentazione si tenne nel cortile interno di villa Sbruglio-Prandi a Cassegliano. Si tratta di un edificio in stile neoclassico derivante dalla trasformazione—portata a termine a metà dell’Ottocento—di una vecchia casa padronale in villa di campagna che servì come residenza, dapprima, dei conti Sbruglio e, successivamente, dei conti Prandi de Ulmhort.
Il cortile interno di villa Sbruglio-Prandi
Così Ivan Portelli ne parla sul sito del comune di S. Pier d’Isonzo.
Il 29 aprile del 1938 purtroppo la villa venne parzialmente distrutta da un disastroso incendio, che ne lasciò intatte solo alcune parti murarie. […] la villa “era un gioiello d’arte architettonica. Il suo pronao in stile dorico, con la grandiosa scalinata, le dava un’imponenza unica. Il salone dei ricevimenti, i salotti tappezzati di damaschi e seterie, i mobili di stile impero, la sua grande e preziosa biblioteca, i famosi lampadari, quadri ed altri arredi ne facevano una residenza magnifica”.
Ora grazie alla sensibilità degli attuali proprietari è stato condotto un lungo e meticoloso restauro che ha in parte risistemato il pregevole edificio. Lo splendido spazio del cortile interno abbellito dai colonnati delle due barchesse ora è spesso sede di manifestazioni musicali e culturali.
Indubbiamente è uno degli spazi più belli che ci sono nel Monfalconese.
La Filarmonica mentre accompagna Violetta e Alfredo
Cantanti, coro e banda quella sera diedero il meglio di loro stessi sotto l’impeccabile direzione del maestro Dose e per la gioia di un pubblico appassionato che fu prodigo di applausi. I commenti dei “competenti” (musicisti e altri direttori) presenti alla rappresentazione furono estremamente positivi con più di qualcuno che restò particolarmente colpito dalla precisione ritmica e dall’equilibrio timbrico con cui era stata condotta l’esecuzione.
L’anno si chiuse con il Concerto di Natale che si tenne in trasferta, presso il Teatro Comunale di Gradisca, a causa dell’impossibilità, per i lavori di restauro cui era sottoposta la palestra di Turriaco, di trovare una sede in ambito locale. Nonostante la scomodità degli spostamenti e la data inusuale (un venerdì invece della solita domenica prima di Natale), la presenza del pubblico non ne risentì e la Filarmonica poté, come al solito, esibirsi nel previsto programma, presentare i nuovi membri della banda, fare gli auguri di buone feste e dare appuntamento per i festeggiamenti per i 150 anni di fondazione.
L’ultimo Concerto di Natale (2019) prima del Covid
Come sia andata a finire lo abbiamo già illustrato nella Prefazione.